Cinema Festival

Rotterdam 2022. The Last Ride of the Wolves

Anna Pitta

Regalare un’alternativa: The Last ride of the Wolves è il film di debutto dell’artista e regista italiano Alberto De Michele, coprodotto da Halahl e Jolefilm e presentato all’International Film Festival di Rotterdam, conclusosi da qualche giorno. 

 

Il film viene introdotto da uno squillo di telefono; l’immagine è buia e un uomo, Alberto de Michele (che è sia attore che regista dell’opera), risponde alla chiamata con un “Hey boss. Ma dove dobbiamo andare?”.  Stacco, inizia il film. 

E’ chiaro fin da subito di avere l’impressione di star guardando un documentario più che un film a soggetto, e a suggerircelo sono proprio le inquadrature, tipiche del genere documentaristico: le telecamere sembrano essere celate agli attori, poste fra i sedili, nascoste in un cruscotto di un’auto e ancora, con inquadrature dall’alto. Sembra di osservare la scena da una telecamera di sorveglianza; un occhio discreto che registra segreti e sfoghi, e che ci rivela un piano. 

Il genere documentaristico si nota anche per l’attenzione al “vero” che Alberto impiega nel film; inevitabilmente, il background del regista condiziona il suo lavoro, e il punto di partenza è proprio la realtà, che viene rimescolata, rendendo un quadro, quello dell’opera ultima, secondo una logica riflessiva ed esperienziale personale. 

 

Ci viene raccontata la storia di Pasquale De Michele (interpretato da se stesso), un imprenditore che nella vita importa tulipani dall’Olanda; si tratta di un lavoro di facciata, in quanto in realtà Pasquale è un criminale che compie rapine a mano armata. E’ su quest’ultimo aspetto che il regista, nella realtà proprio figlio di Pasquale, argomenta il film.

 

Di una vita dissoluta viene ripreso il progetto di una rapina, e la scelta di focalizzarsi su un unico momento è dovuto all’irrealizzabilità nella vita di quanto si sta per vedere. E’ un dono questo che De Michele fa al padre: dare una seconda opportunità e rendere possibile ciò che la vita non ha lasciato che si compiesse. 

Non vengono scelti attori professionisti, e il tutto è interpretato da quelli che erano gli artefici stessi del piano; infatti, oltre a Pasquale De Michele, Alberto ha chiesto a un gruppo di giostrai, i Lupi, di interpretare se stessi. 

Si compie sullo schermo un furto come arte, fra confessioni, sfoghi reali e parti di ricostruzione narrativa. La debole recitazione è una pecca che risalta nei momenti di puro recitato, ma che ovviamente passa però in secondo piano quando si vira al registro documentaristico. 

 

Questo di De Michele è un film di strada, ed è proprio in macchina che ci viene rivelato il disegno di Pasquale; sempre lì, il protagonista si sfoga e riconosce le sue mancanze, sia di padre che di marito. Alberto, con fare curioso, resta sullo sfondo per tutto il film. E’ lui a guidare l’auto, sia metaforicamente, accompagnando il padre nel suo progetto, che figurativamente, consentendo attraverso il cinema il completamento dell’azione che nella realtà non si è compiuta. Espia così il malfatto attraverso l’arte, purificatrice di pulsioni irrazionali. Comprendendo in questo modo il padre, imparando a stargli vicino e rendendolo e rendendosi libero. Per non condannarti, era l’unica cosa che potevo fare. 


  • Diretto da: Alberto De Michele
  • Prodotto da: Gijs Kerbosh, Christine Anderton, Francesco Bonsembiante
  • Scritto da: Alberto De Michele, Simone De Rita
  • Protagonisti: Pasquale De Michele, Alberto De Michele, Angelo Garbin, Vittorio Spigolon, Alberto Garbin, Davide Tommasi, Marco Zago
  • Fotografia di: Tom Peters
  • Montato da: Fabio Nunziata, Mieneke Kramer
  • Casa di Produzione: Halal, Jolefilm
  • Durata: 81 minuti
  • Paese: Paesi Bassi, Italia
  • Lingua: Italiano

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