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Il “Pianeta Varda” dentro un libro: cinema e immagini di Agnès Varda a cura di Luca Malavasi e Anna Masecchia

Simone Sormani

«Ci sono tre parole che sono importanti per me. Ispirazione, creazione e condivisione. L’ispirazione è perché si fa un film. Quali motivi, quali idee, quali circostanze, quali coincidenze o casualità innescano il desiderio di fare un film. La creazione è come si fa un film. Con quali mezzi, con quale struttura? Da soli, non da soli? A colori oppure no? La creazione è lavoro. E la terza parola è condivisione. Non si fanno film per guardarli da soli. Si fanno film per mostrarli. Queste tre parole mi hanno guidato. Dobbiamo sapere perché facciamo questo lavoro». La citazione della regista francese Agnès Varda apre il volume uscito quest’anno, Pianeta Varda (Edizioni ETS, pp. 171), curato dagli studiosi Luca Malavasi dell’Università degli Studi di Genova e Anna Masecchia dell’Università Federico II di Napoli.

E Agnès Varda (Bruxelles, 1928 – Parigi, 2019) ha, infatti, attraversato tutta la seconda metà del Novecento e i primi decenni del Duemila da militante e “femminista gioiosa”, accompagnata dal suo iconico e anticonformista caschetto bicolore e “armata” di macchina fotografica e cinepresa, strumenti attraverso cui, appunto, osservare e raccogliere parole, suoni, immagini – non importa se fisse o in movimento – per farne la trama di un racconto, di una cinécriture, come lei stessa amava definire il suo metodo di lavorazione filmica, da condividere con il pubblico. In mezzo secolo e più ha collezionato circa quaranta titoli, un Leone d’oro nel 1985 e un Oscar alla carriera nel 2017 – senza voler tralasciare le numerose istallazioni artistiche realizzate a partire dal 2003 – ma soprattutto ha mescolato generi, esperienze e modi narrativi diversi, facendo di questo processo di ibridazione un suo tratto personale inconfondibile e innovativo.

Si possono citare, a titolo di esempio di un cinema mai nettamente definibile, La Pointe Courte (1954), dove le vicende sentimentali di una coppia parigina si alternano al narrato, quasi documentaristico, della vita di un quartiere di pescatori di Sète o Salut les Cubains (1962-63), reportage fotografico di taglio politico,  etnografico e antropologico su Cuba realizzato all’indomani della rivoluzione castrista, dove le immagini, montate  a ritmo di musiche caraibiche, restituiscono in modo sorprendentemente dinamico il volto allegro e le speranze del popolo cubano nei primi anni del regime socialista. O ancora Daguerréotypes (1975), ritratto collettivo degli abitanti della parigina rue Daguerre, dagherrotipi parlanti di una varia umanità immersa in una quotidianità fatta di storie, sentimenti, volti, conversazioni. Ma è stato soprattutto con l’universo femminile che Varda è entrata in contatto ritraendolo e ritraendosi, rompendo con la macchina da presa – in modo mai banale – stereotipi consolidati sul rapporto tra la donna e il proprio corpo, la solitudine, la malattia o l’invecchiamento, come in L’Opéra-Mouffe (1958), Cléo dalle 5 alle 7 (1961), Le Bonheur (1964), Réponse de femmes(1975), Documenteur (1981), Senza tetto né legge (1985), Jane B. par Agnès V. (1987),  Kung-fu Master (1987), Les Glaneurs et la glaneuse (2000), Quelques veuves de Nourmoutiers (2004), Les plages d’Agnès (2008), Varda par Agnès (2019).

Ecco perché, in questo tempo di Donne Resistenti, incontrare Agnès Varda è ancora piacevole e attuale. E tanto più farlo attraverso un lavoro, come quello curato da Luca Malavasi e Anna Masecchia, che si richiama al suo spirito eclettico e libertario, dando «un’altra forma al discorso critico sull’opera della regista a partire dalla struttura» in ventidue parole chiave: Cinema, Colore, Demy, Donne, Fotografia, Incontri, Memoria, Novuelle Vague, Parigi, Petite Caméra, Rêverie, Schermi, Spiagge, Tempo, Villaggi, Voce, Volto. Ognuna di esse offre una suggestione, stimola una riflessione, indica possibili percorsi all’interno della sua vasta produzione. I contributi alle voci sono, oltre che di Luca Malavasi e Anna Masecchia, di Sandra Lischi, Laura Busetta, Nicola Falcinella, Sara Tongiani, Delphine Béenézet, Emanuele Crescimanno, Giulia Lavarone e Andreina Di Brino. A corredo un ricco materiale fotografico.

«Opera di “smontaggio”, dunque, più che di schedatura, questo libro è nato nella speranza di somigliare a Varda e ai suoi film (le sarebbe piaciuto?), e si ispira esplicitamente al suo metodo di lavoro (che è poi, a monte, un metodo di vita), fatto di incontri, inciampi, rimandi più o meno sorprendenti, dialoghi a distanza, emergenze impreviste, incroci indisciplinati», scrivono i curatori nell’introduzione. Pagine da esplorare “spigolando” alla ricerca di idee, passioni, avvenimenti, luoghi che hanno segnato la sua cinematografia. Del resto nel libro, alla voce Incontri, si specifica che il viaggio nel Pianeta Varda «è un continuo girovagare e incontrare persone». L’itinerario è rigorosamente libero, basta essere lettori curiosi e vagabondi.

 



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