Arti Performative

Jon Fosse/Valerio Binasco // La ragazza sul divano

Simone Sormani

Un divano, un frigorifero, una lavatrice, un tavolino con una sedia, un giradischi con dei vinili sparsi sul pavimento. Un tipico interno borghese con precisi richiami al consumismo degli anni post-bellici. Sul fondale la tela di un dipinto che una donna di mezza età cerca invano di portare a compimento, raffigurante l’immagine astratta di una ragazza su un divano. Fin dall’ambientazione scenica (curata insieme al disegno luci da Nicolas Bovey) si percepisce la scelta di Valerio Binasco di dirigere La ragazza sul divano di Jon Fosse in direzione di una maggiore materialità alle atmosfere evanescenti delineate dal Premio Nobel norvegese. Lo spettacolo è in cartellone fino al 12 maggio al Mercadante di Napoli (con Pamela Villoresi, Isabella Ferrari, Giordana Faggiano, Giulia Chiaramonte, Michele Di Mauro, Fabrizio Contri e lo stesso Binasco. La traduzione è di Gabriella Perin).

Foto di Virginia Mingolla

Sulla grande tela centrale si susseguono, con proiezioni video (elaborate da Simone Rosset), le pennellate che la pittrice apporta al ritratto. Ritocchi e poi cancellature: «Io non so dipingere… ma qualcosa dovevo pur fare!». La sua battuta ci cala immediatamente nell’assurdo della vita, in quel senso di solitudine che segnerà tutto l’andamento della pièce. La ragazza non è altro che la donna da giovane, che si fa presenza corporea e va ad adagiarsi sul divano. «E non ero poi molto brava a vivere. Ma si vive no… dopo tutto…sì …sì per sfuggire in un certo senso… forse sì…ho iniziato a dipingere così. E ora dipingo…dipingo …dipingo… da tutti questi anni» dice la donna, mentre il suo ripetuto e disperato tentativo di ricostruire la propria immagine da giovane diventa l’epicentro di un viaggio mentale nel suo sentirsi inadeguata a vivere a causa di traumi che la tengono bloccata. Scopriamo la storia della sua famiglia: con sua sorella e sua madre ha subìto a lungo la mancanza del padre, un marinaio sempre in viaggio. Il vuoto ha creato altro vuoto: la madre ha intrecciato una relazione con il fratello di lui; la sorella vive in modo disinibito avventure fugaci; la donna, incapace di amare, ha lasciato il marito. Non riusciranno a uscire dalle loro prigioni esistenziali, e più di tutti non ce la farà la ragazza-donna. Il divano su cui resta distesa è la metafora perfetta della sua paralisi emotiva, di desideri irrealizzati, di rimpianti e abbandoni, mentre dietro di lei si illumina la tela lasciando che la scena si apra a una ulteriore dimensione, quella ancora più intima e nascosta di una camera da letto dove si consumano tradimenti e avvengono fughe e rivelazioni.

Fosse, autore dalla visione profondamente mistica, da intendersi come la ricerca del divino presente in ogni essere umano in quel groviglio di sentimenti e stati d’animo che, «come un angelo» – scrive nei suoi Saggi gnostici –, deve invisibilmente attraversare la scena, delinea anche qui – è una costante della sua drammaturgia – dei personaggi senza nomi, svuotati della loro specificità. Anime più che persone calate in un tempo proprio, interiore, dove le azioni non hanno linearità cronologica e possono accadere contemporaneamente cose solo apparentemente sconnesse tra loro, ma in realtà legate da nodi inestricabili. In questo confondersi di passato e presente in un continuo gioco di flashback, nei dialoghi brevi, minimali, ricchi di ripetizioni, nei non detti, nei gesti e negli sguardi sono i silenzi – che, dice, «a teatro devono essere sempre pieni di qualcosa» – a dare alle battute tutta la loro pienezza di significato e alla trama consistenza nel raccontare inquietudini e ansie del quotidiano, conflitti generazionali e precarietà dei rapporti familiari e di coppia.

Nella messa in scena di Binasco però non si è sentito questo senso di sospensione, di attesa. Il soffio divino, l’ascolto di messaggi interiori, il flusso di emozioni sembrano essere rimasti imbrigliati e ingabbiati tra le solide e grigie pareti di un appartamento borghese, mentre avrebbero potuto più efficacemente librarsi in una dimensione meno determinata e più eterea. E così le pur eleganti e intense interpretazioni di Pamela Villoresi, la donna, di Isabella Ferrari, la madre, delle giovani Giordana Faggiano e Giulia Chiaromonte, abili nel costruire le diverse e conflittuali personalità adolescenziali della ragazza e della sorella, e di tutti gli altri attori restano troppo ancorate alla realtà e non suonano al ritmo giusto le note di un testo drammaturgico che è essenzialmente uno spartito dell’anima. La regia, nel tentativo di dare maggiore densità e calore alle atmosfere algide e rarefatte di Fosse ottiene l’effetto opposto di mantenersi su toni freddi. Come se un angelo non attraversasse la scena.

 

[Immagine di copertina: foto di Virginia Mingolla]

 



Una selezione delle notizie, delle recensioni, degli eventi da scenecontemporanee, direttamente sulla tua email. Iscriviti alla newsletter.

Autorizzo il trattamento dei dati personali Iscriviti