Arti Performative Focus

Storie di straordinaria solitudine: “Edificio 3” di Claudio Tolcachir

Nicola Delnero

Alone With Everybody. Agli albori degli anni Settanta, uno degli scrittori più conosciuti, controversi e “scomodi” della seconda metà del Novecento, Charles Bukowski, decise di dedicare un componimento poetico alla solitudine, sentimento che la maggior parte dell’umanità ha provato almeno una volta nella propria esistenza, anche quando “fisicamente” soli non lo si è stati. Confluita nel 1977 nella raccolta di poesie Love Is a Dog from Hell, il componimento del poeta statunitense ha le sembianze di un grido disperato nei confronti di questa sensazione di distacco, totale o parziale, dal mondo e dona come antidoto una estenuante quanto spesso infruttuosa ricerca di una salvifica empatia.

E sembrano proprio “soli con tutti” i protagonisti di Edificio 3 – Storia di un intento assurdo, spettacolo nato dall’abilissima penna dell’argentino Claudio Tolcachir (anche regista) e portato in scena, con la traduzione di Rosaria Ruffini il 22 ottobre al Teatro Kismet di Bari, apripista di una nuova stagione – diretta come di consueto da Teresa Ludovico – che promette di essere una delle più “stimolanti” dell’intera regione. L’edificio del titolo è un ufficio che non ha più ragione di esistere composto di scaffali, libri, faldoni, scrivanie con cassettiere, macchina da scrivere e un computer talmente deteriorato dal tempo da risultare inutilizzabile: tutti oggetti superflui in quanto l’attività dello stabile è sostanzialmente sospesa, quindi sconosciuta anche ai dipendenti stessi. In questa sorta di non-luogo kafkiano si muovono i protagonisti della pièce, impiegati che cercano di “ammazzare” le giornate lavorative con discorsi futili e inconcludenti e che, probabilmente, sono quotidianamente lì solo perché qualcuno ha dimenticato di licenziarli: Moni (Valentina Picello), chiacchierona con la mania del controllo; Sandra (Giorgia Senesi), più introversa e poco incline a socializzare; e Ettore (Rosario Lisma), mammone che non riesce ancora a entrare nella dimensione adulta della propria esistenza. Abitano lo stesso spazio ma, almeno inizialmente in maniera più “spettrale”, anche Sofia (Stella Piccioni) e Manuel (Emanuele Turetta), giovane coppia alle prese con un unilaterale desiderio di portare il rapporto al passo successivo.

Foto © Masiar Pasquali

Ci sono tutte le premesse, dunque, per una commedia esilarante e, di fatto, la componente comica e grottesca non manca; ma la bravura di Tolcachir sta nel mescolare le carte in tavola con il fine di fare emergere anche la chiave drammatica in maniera quasi chirurgica. Già, perché ci troviamo al cospetto di personaggi colti tutti nel preciso momento di rottura dell’equilibrio che caratterizza ciascuna delle proprie abitudini vitali. Una triste perdita, un’involuzione della propria condizione, o ancora, un tentativo fallimentare di costruire un futuro più concreto saranno, infatti, le cause che li costringeranno a gettare giù la maschera, a vedere scalfire la corazza creata e mettersi finalmente a nudo di fronte alle infinite variabili che compongono la vita, precedentemente velate da quella solitudine comunitaria dall’apparenza tanto rassicurante quanto deleteria.

Il drammaturgo e regista argentino, dunque, dirige un gruppo di attori talentuosi e affiatati in una messinscena dal ritmo serrato, volta a costruire e decostruire identità in spazi dai contorni via via sempre meno definiti e definibili. L’inoperoso ufficio, dunque, diventa un enorme armadio dentro cui nascondere i propri scheletri: si possono occultare con doppia mandata di chiave o cambiarli di posto, ma prima o poi riusciranno sempre a emergere. E quando lo faranno tutti assieme l’effetto sarà travolgente.

 

[Immagine di copertina: foto di Masiar Pasquali]



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