Arti Performative Focus

Violenza genera violenza: “Con la carabina” di Compagnia Licia Lanera

Nicola Delnero

“Pugni nello stomaco”. Abbiamo più volte letto (o scritto) questa espressione quando in scena si è avuto in qualche modo a che fare con Licia Lanera. Una peculiarità dell’attrice e regista barese tutta volta a colpire nel profondo dell’animo gli spettatori con scossoni disseminati lungo l’arco temporale dei suoi spettacoli: una sorta di montagna russa in cui la salita è bilanciata da discese che raggiungono l’apice nel finale. Questa volta, però, sembra differente. Con lo spettacolo Con la carabina questi colpi ben assestati sembrano non arrivare mai; forse, però, li percepiamo solo in maniera diversa, perché ti sfiorano dall’inizio – tenui, quasi impercettibili – e non ti lasciano più, portandoti lentamente e inconsciamente all’asfissia. Non siamo più su una montagna russa ma su una ruota panoramica che proprio non vuole smettere di girare. Piacevole? No, perché quando compare sin da subito il senso di vertigine, tutto prende sempre più le sembianze di un incubo.

Foto di Clarissa Lapolla

Proprio un’illuminata ruota panoramica in miniatura capeggia la scarna scena composta di un tavolo e luci da set fotografico, che i due attori – Danilo Giuva e Ermelinda Nasuto – muovono a vista per creare cambi di scena e temporali che frammentano lo spettacolo scritto dalla giovane drammaturga francese Pauline Peyrade. Ispirato a un fatto di cronaca, narra la storia di una vendetta perpetrata da una ragazza che decide di farsi giustizia privata dopo che la legge non ha riconosciuto un tremendo atto di violenza subito quando aveva solo undici anni da parte di un ragazzo poco più grande di lei.  I due attori attendono il pubblico già seduti ai lati del tavolo. Lei (Ermelinda Nasuto), occhi di sfida verso gli spettatori, è sulla sinistra con il suo leccalecca; mentre lui (Danilo Giuva), sguardo annoiato e gomiti sul tavolo, la osserva dall’altra estremità. La musica da luna park è subito sostituita dalla prolungata e algida atmosfera sonora creata da Francesco Curci, una di quelle che non lascia presagire nulla di buono.

Lo spettacolo della Compagnia Licia Lanera rivive in uno spazio scenico ristretto, in location scelte appositamente di piccole dimensioni (come lo Spazio 12 a Monopoli in cui è andato in scena lo scorso 19 ottobre), per ospitare pochi spettatori alla volta e amplificare un clima claustrofobico in cui è impossibile non scrutare da vicino i personaggi, percepirne le contraddizioni, scorgere i segni dei volti che non mentono mai, a prescindere dalle parole pronunciate o dagli assordanti silenzi. Si consumano a stretto contatto con il pubblico, dunque, le vicende di una bambina che vuole vincere da sola, con la carabina, il proprio premio al luna park ma che dovrà fare i conti con l’amico del fratello che, anziché tenerla d’occhio come aveva promesso a sua madre, le segnerà per sempre l’esistenza.

Il francese della Peyrade è tradotto in un barese di periferia, dalla riconoscibile cadenza, dall’uso di forme sintattiche non sempre corrette culminanti, talvolta, in espressioni dialettali. Questo il linguaggio dell’incisivo scontro orale che da infantile si fa adulto, da ingenuo diventa rancoroso in un processo – frammentario e mutevole – che trasforma vittime in carnefici e in cui i concetti di bene/male e giusto/sbagliato si alternano, confondono fino ad amalgamarsi. Un testo che sembra cucito addosso a Licia Lanera (in questa occasione “solo” regista), sempre a proprio agio con la creazione di atmosfere cupe e immagini conturbanti – anche partendo da un innocente coniglio di peluche – e intensamente interpretato dal duo Nasuto-Giuva, duellanti in perfetta simbiosi di una battaglia – più verbale che fisica – senza vincitori.

Il pubblico è, dunque, testimone dei turbamenti, del senso di vergogna, dell’impotenza pronta a deflagrare scorsi durante l’infanzia e l’età matura dei personaggi, durante le confessioni subite da lei e ascoltate di spalle da lui, in turbinio di emozioni cristallizzate in un limbo agghiacciante, che non dà spazio all’affiorare di sentimenti tangibili ma, piuttosto, al manifestarsi di una gelida attesa. Già, la trilogia Guarda come nevica è passato recente, ma il gelo è ancora percepibile.

 

[Immagine di copertina: foto di Clarissa Lapolla]



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