Arti Performative Dialoghi

L’invincibile estate di Kilowatt Festival e la virtù della perseveranza. Intervista a Luca Ricci

Renata Savo

Lo scorso 19 luglio si è concluso in provincia di Arezzo, a Sansepolcro, Kilowatt Festival, diretto da Lucia Franchi e Luca Ricci. La rinomata vetrina internazionale di arti performative ha registrato 14.000 presenze e un indotto economico virtuoso per la città di Sansepolcro.

Lo scorso 19 luglio si è concluso in provincia di Arezzo, a Sansepolcro, Kilowatt Festival, diretto da Lucia Franchi e Luca Ricci. La rinomata vetrina internazionale di arti performative, che si svolge da 23 edizioni, ha visto la partecipazione di pubblico numeroso a 45 spettacoli di cui 24 tra anteprime, prime assolute, nazionali ed eventi in esclusiva, e ancora, come si legge nella nota stampa: “54 repliche, 9 concerti, 9 dj-set, 3 laboratori residenziali, la Summer School gratuita su performing arts e digitale, 3 workshop, 1 esposizione fotografica, 1 percorso sonoro, 4 incontri pubblici, 9 sessioni di feedback dei Visionari“. Una proposta culturale varia e ricca a cui l’Associazione Culturale CapoTrave/Kilowatt ha lavorato tutto l’anno. Perché, come gli stessi organizzatori hanno dichiarato, i festival hanno gestazioni lunghe, necessitano di finanziamenti per essere realizzati, tessono trame di relazioni, attivano i territori in cui nascono creando posti di lavoro e un vitale indotto di economie e saperi.
La 23esima edizione di Kilowatt Festival ha registrato 14.000 presenze, e un indotto economico virtuoso, senz’altro, per la cittadina toscana.
Di questo e altro abbiamo parlato approfonditamente con Luca Ricci.

Partiamo dalla domanda di queste ultime settimane: com’è andata con il Ministero?
Ci sono stati tolti cinque punti nella valutazione della qualità rispetto all’annualità scorsa, ma io sono anche uno di quelli che dicono, al netto del fatto che è evidente un pregiudizio che ha animato questi punteggi, aspettiamo di vedere a quanto ammonta l’assegnazione economica perché non è detto che poi, a questa diminuzione di punteggio, per forza corrisponda una diminuzione del contributo economico. Il sistema è una complessa somma di tre fattori, che poi ha sempre generato dei punteggi più alti rispetto alle dotazioni economiche del Ministero. Pertanto, non è detto che se la somma sarà un po’ più bassa la dotazione diminuisca, perché anche noi, come altri, facevamo sempre più punti di quelli che il Ministero ci poteva finanziare. Può anche darsi quindi che al di là dell’aspetto pregiudiziale di queste assegnazioni verso un certo linguaggio non è detto che il risultato economico sia per forza così disastroso. Voglio sperare, tra l’altro.

Siete preoccupati per il rispetto dei parametri richiesti?
Più che altro viene promossa un’idea di mettere in una dimensione un pochino più centrale il costo medio del biglietto. Questa è un’idea se vuoi un pochino più liberista, per cui “se tu incassi tanto allora sei bravo”, mentre tutto sommato il finanziamento pubblico dovrebbe servire al suo opposto, e cioè a finanziare soprattutto la ricerca e l’innovazione. Perché senza “ricerca”, appunto, ovvero il tentativo di fare qualcosa di diverso, il sistema – tutti i sistemi, anche quello medico, anche quello agricolo, quello scolastico – non va avanti. Se si continua soltanto ad andare su un principio mercantile va avanti quello che vende di più, e se quella è la logica non c’è bisogno più del finanziamento pubblico, no?

Sì, siamo arrivati a una equiparazione tra teatro di ricerca e teatro commerciale.
Questo si vede anche da uno dei verbali. Quando il direttore generale, il Dott. Parente, richiama i commissari dice loro: «non occupatevi di questo aspetto, voi dovete valutare la qualità dei progetti, non questi dati numerici». Il governo, poi, legittimamente – perché viviamo in una democrazia e la maggioranza degli italiani ha scelto questo governo – ha dato un’impronta più commerciale. Significa che quel punteggio verrà più forte sui dati quantitativi. Io posso non essere d’accordo, però verrà fuori. Non c’è bisogno che venga fuori anche sul qualitativo, altrimenti due volte si valuta la stessa cosa. È questo che è un po’ sconcertante. Dirò una cosa che non va di moda dire, perché è più facile gridare all’attacco politico, ma la mia sensazione è che più che punire determinati linguaggi abbiano voluto dire “questi venti festival incassano poco, pochi sbigliettamenti, pochi incassi, allora gli togliamo il contributo”. Non è però questa la logica su cui si dovrebbero muovere.

Certo, anche perché, come lo stesso Kilowatt ci dimostra, ci sono formati più particolari, esperienze artistiche pensate per un solo spettatore, che meritano tutta l’attenzione e l’ospitalità…
Sì, il valore dei festival è anche quello di promuovere dei formati diversi, meno usuali, e chiaramente in questo ci sta anche il “fallimento della ricerca”, qualcosa che noi dobbiamo mettere nel conto, perché soltanto fallendo si migliora. Perché, per fare un paragone, non penso che abbiano trovato la penicillina al primo tentativo: se avessero smesso di investire su quel tipo di ricerca probabilmente noi non ce l’avremmo, è anche di questo che stiamo parlando. Lo sai bene che i linguaggi del contemporaneo hanno vinto anche sulle scene dei teatri grandi e più classici. Ormai questo tipo di linguaggio è presente, il pubblico lo ha introiettato. Questo dimostra che tutti questi anni di ricerca che vengono liquidati in modo tendenzioso come “mangiapane a tradimento”, “gente che ha campato sulle spalle della mangiatoia pubblica”, hanno portato a un cambiamento dei linguaggi. E non solo in teatro, penso alla tv, al cinema… il teatro è un po’ alla base di tutte le discipline artistiche. Le ricerche non sono state vane.

(Quello che non c’è di Giulia Scotti. Foto di Carlo Scotti)

Il problema è quanto valore dai all’arte e al teatro, che sono sminuiti.
Non è che in passato per altri governi avessero un valore enorme. Non è che prima era il paradiso e ora è l’inferno. Parliamo di un investimento minuscolo nel bilancio dello Stato, lo zero virgola qualcosa. Stiamo parlando di 430-440 milioni in tutto. Se lo Stato vuole quindi andare a tagliare delle sacche di spreco, lo facesse pure, ma non è questa una sacca di spreco. Questo è un settore che spesso restituisce anche molto più di quello che rende. Tutto quello che noi prendiamo dallo Stato – noi, ma potrei parlare di qualsiasi altro soggetto simile – lo riversiamo in contributi, in versamenti all’INPS. Parliamo di lavoro, contributi, versamenti all’INPS. Ed è qualcosa che ha ritorno da ogni punto di vista: genera lavoro, gente pagata e che ha soldi da spendere, persone che escono di casa e che pagano comunque un biglietto, che vanno al bar, al ristorante. È un settore che non spreca niente, prende pochissimo e restituisce moltissimo anche solo se lo guardassimo soltanto dal punto di vista economico; poi, dopo, c’è anche il valore sociale, culturale, anche di welfare, perché spesso il settore lavora con anziani, adolescenti, persone con disabilità, bambini. Anche da quel punto di vista porta un valore enorme. Non c’è nessuno spreco, non serve a nulla accanirsi contro il nostro settore.

Quest’anno il claim “Un’invincibile estate” si è ispirato a Camus. Come mai questa scelta?
Camus scrive in una lettera poetica a una sua amica “nel bel mezzo dell’inverno ho scoperto di avere dentro di me un’invincibile estate”. Mi sembrava che questo tempo ci presentasse una realtà estremamente aggressiva. Un presente fatto di mancanza di ascolto, di violenza, sopraffazione, di guerra. E quindi quando con Lucia Franchi ci siamo messi a cercare un titolo per la nostra edizione tutto partiva sempre da lì, dalla sensazione che ci troviamo in un periodo in cui la metafora più giusta ci sembrava quella dell’inverno. Camus dice che nel profondo dell’essere umano risiede un nucleo pieno di calore come l’estate, da cui l’essere umano può trarre forza e reazione. Questa è l’invincibile estate, qualcosa che ci appartiene e a cui dobbiamo fare appello ogni volta che sentiamo di aver toccato il fondo, di essere di fronte a una situazione in cui non ci riconosciamo o comunque in cui non stiamo bene. Per noi rappresenta una dedica anche al popolo di Gaza e alle persone che vivono in uno stato di guerra. Per me e Lucia è stata fortissima la foto diventata famosa di quella tavolata enorme in mezzo alle macerie di Gaza, durante la tregua, che ritrae il pasto serale che sancisce l’inizio del Ramadan. Quelle persone stavano sedute, in un momento di convivialità, tutte insieme di fronte a un panorama di macerie, situazione per la quale noi ci saremmo messi le mani nei capelli e avremmo solo pianto. Ecco, l’invincibile estate.

23 edizioni, e quindi 23 anni, è un tempo sufficientemente lungo per avvertire sulla propria pelle un cambiamento epocale. Per voi, per il vostro festival, che cosa è cambiato?
Sul piano locale, micro, sicuramente un rapporto molto più organico con il contesto cittadino. Abbiamo fatto moltissima fatica a far accettare, a un contesto comunque di provincia, la nostra specificità. Verso i linguaggi del contemporaneo – e i punteggi ministeriali lo dimostrano – sussiste sempre una certa diffidenza, che poi è un pregiudizio, perché si pensa sempre che il contemporaneo sia una specie di dito puntato contro di te, a dirti che non sei abbastanza intelligente (la semplifico un po’!). In questo tipo di rilievo noi ci siamo confrontati e scontrati moltissimo a Sansepolcro. Ecco, mi sento di dire che questa cosa è finita. Dopo tanti anni, da una parte un po’ la curiosità uno se la fa venire e capisce che in fondo non era così male, e dall’altra parte c’è anche tutto il lavoro sulla comunità che abbiamo fatto, con decine di progetti di cui il più noto è quello dei Visionari – quest’anno composto da 46 cittadini, un gruppo di abitanti che scelgono un pezzo del festival – ma non è l’unico. Facciamo tantissime cose, meno visibili, che servono a creare fiducia. L’insieme di queste cose ha creato sicuramente un ambiente molto più accogliente. Oggi riusciamo a fare progetti con l’associazione dei commercianti, con la Confesercenti. Ci vengono addirittura a cercare. Anche quest’anno abbiamo avuto il supporto di molti sponsor locali. Questo contesto è indubbiamente migliorato. Si tratta di un microcosmo che insegna qualcosa anche al macrocosmo, cioè che il teatro è anche un lavoro costante di goccia che scava la roccia, di tenacia e di visione, per cui è possibile costruire un teatro popolare ma anche di ricerca, sperimentale, se si ha la pazienza, appunto, di tessere piano piano questa rete e di cucire tanti rapporti che spesso all’inizio si rifiutano.

Era necessario questo tempo per arrivare a questo risultato.
Non lo so, ma se dovessi augurarlo a qualcuno di cominciare oggi gli direi che spero che faccia prima di noi, perché sono state tante le difficoltà e anche le sofferenze. Adesso siamo in una situazione molto differente. Sul piano più generale – per tornare al cosa è cambiato in tutto questo tempo – e quindi delle estetiche e dei linguaggi, ho un po’ la sensazione che in questo momento ci sia un ritorno alla scrittura. Abbiamo fatto quest’anno un convegno sulla drammaturgia anche per celebrarlo. Faccio un esempio: i Visionari ricevono ogni anno circa 450 proposte di spettacolo in video, per noi quello è diventato un osservatorio abbastanza interessante, e secondo me, forse perché le possibilità produttive sono molto contratte e quindi un teatro più estetico, più di immagine, di visione, è sempre meno possibile perché le economie sono quelle che sono, il testo sta ritornando a prendere una sua centralità. Sto cogliendo questo segnale.

E in termini di sperimentazione sulla parola? Cosa ne pensi?
Ecco, questo non è così avanzato. Mi sembra che siano più interessanti i plot, la vicenda, l’andamento della storia più che la ricerca linguistica.

C’è di mezzo l’influenza di piattaforme come Netflix?
Senza dubbio. Questo non è per forza un fattore negativo. Certo, oggi sicuramente non abbiamo un drammaturgo come Annibale Ruccello, non è quella la via. La linea è più quella di vicende che tendono a essere appassionanti per chi le segue, costruite attorno a un ritmo, a un nucleo narrativo, e provano ad accendere la curiosità di chi è seduto in sala.

E come formati, durate? Si resta attorno ai 50-60 minuti oppure registri una dilatazione?
No, non particolarmente. Noi su questo abbiamo un osservatorio più parziale perché evidentemente il festival come struttura e ancora di più un festival come il nostro che porta anche 7-8 spettacoli al giorno in sequenza, per forza di cose deve far riferimento a quei formati più frequenti, che stanno dentro l’ora. Ovvio che se parliamo di una stagione invernale, o degli abbonamenti, la durata di 50 minuti sembra anche poco, meglio il formato che sta tra l’ora e dieci e l’ora e mezza. Detto questo, sento che è proprio un tema di attenzione: la nostra attenzione rispetto l’atto teatrale mi sembra che sia sempre più, uso una metafora computeristica, “settata”, costruita, intorno a questo tipo di durata. Durate più lunghe si colgono come “eccezioni”.

(Shido di Aliféyini Mohamed aka Lil’Cé)

Kilowatt Festival conserva per fortuna una forte natura multidisciplinare, non si sacrifica né nella scelta degli artisti di danza, né tantomeno di teatro. Parliamo del linguaggio più complesso fra i due, almeno per il pubblico, ché poi non a caso, ahimè, è anche il settore più martoriato dalle istituzioni: durante l’anno, quando cercate di comporre il programma del festival, che come vi muovete, che posti frequentate? Che cosa andate a cercare in uno spettacolo di danza?
In questa domanda ce ne sono almeno cinque o sei! Intanto, ti confermo che i nostri Visionari, quelli nuovi, quando arrivano la prima cosa che ci chiedono è di non fargli vedere spettacoli di danza, perché – dicono – non ci capiscono niente. Rispetto a questo, secondo me, è mal posta la prospettiva, perché spesso, con la danza, non c’è niente da capire, come direbbe De Gregori! Gli rispondiamo che non servono chissà quali strumenti tecnici per capire la danza, anzi! Molto spesso ne servono molto meno che per il teatro! Serve una predisposizione a lasciarsi andare, a immaginare, ad abbandonarsi. Allora, se le difese si abbassano e le persone si rilassano, la danza comincia a diventare una passione. Adesso tanti Visionari che arrivavano con questa frase ti dicono “a me la danza è la cosa che piace di più”. Questo per dire che è un percorso fattibile, bisogna avere fiducia in sé stessi e sentirsi non inferiori a nessuno. Basta provarci.
Significativo l’accenno che tu fai al fatto che effettivamente se c’è un settore su cui le commissioni ministeriali si sono accanite è la danza. Mi fa pensare che il motivo risiede un po’ nella cosa che dicevo prima, cioè quella dei numeri, cioè che magari la danza fa meno numeri e quindi si siano accaniti sulla danza per questo; dall’altro lato, se invece vogliamo guardarla con occhio tendenzioso, forse possiamo pensare che il corpo sia ancora oggi un grande tabù, per quanto non si faccia altro che parlare di corpo, erotismo, di corpo esibito, palestre piene, corpi che devono arrivare in spiaggia bellissimi, eccetera. Il corpo è sempre una “paura”, e quindi a maggior ragione c’è bisogno della danza, perché in molti casi è espressione di libertà, di liberazione del corpo, messa a disposizione del corpo allo sguardo perché diventi un po’ meno “pauroso”. Cosa andiamo a vedere? La danza è la base della dimensione internazionale del nostro festival, quest’anno ci sono stati poco meno di venti lavori che vengono da altri Paesi, comunque tanti (proventi da Canada, Lussemburgo, Australia, Germania, Gran Bretagna, Spagna)! Sicuramente per noi è essenziale poter andare a frequentare alcune vetrine: quest’anno siamo stati in Austria, in Lussemburgo, in Francia… è più facile esportare dall’estero la danza rispetto al teatro, per una questione linguistica. Ci sono stati anche in questa edizione alcuni spettacoli con i sopratitoli, lo facciamo senza problemi, però portare la danza di certo apre a una dimensione internazionale, è obiettivamente più semplice. E poi io trovo comunque che in questo momento il sistema creativo della danza in Italia sia vivace, sia in grado di fare delle proposte che stanno molto bene sul panorama europeo, all’altezza sia per la qualità che per l’innovazione. Quindi anche questo per noi è un segnale, quello di supportare un movimento, quello della danza italiana che, nonostante le difficoltà di cui abbiamo parlato, vive un momento florido dal punto di vista della creatività.

Foto di Luca Del Pia

(foto di Luca Del Pia)

Un progetto come quello dei Visionari, che permette di affidare a un folto gruppo di persone non addette ai lavori la parziale responsabilità, certamente partecipata, della direzione artistica, mi sembra un progetto in grande espansione e anche, se vogliamo, un segnale di speranza rispetto a un tempo come quello attuale, in cui il teatro sembra ricoprire un ruolo non proprio centrale nel panorama culturale italiano. Cosa ne pensi?
Sai perché funziona quel progetto? È “sexy”. Mi permetto di usare questa parola. Nel senso che siamo riusciti nel tempo a non renderlo una cosa noiosa, scolastica, non diciamo “vieni qui, perché ti insegno qualcosa”. Siamo riusciti a renderlo una cosa bella, attraverso cui sono le stesse persone del posto a percepire un passaggio di energia. E anche se l’impegno dei Visionari è grande, perché bisogna vedere una novantina di video di spettacoli ciascuno, riunirsi il mercoledì sera a discutere, magari con qualcuno che la pensa diversamente, ed è quindi una cosa complicata, quasi da matti, alla fine credo che per la capacità del gruppo stesso di contare altri membri sulla base di questa energia, passa come qualcosa di divertente, stimolante, vivace. Un’altra cosa bellissima: è molto intergenerazionale, la più giovane ha sedici anni, il più anziano ne ha ottantadue. Ci sono tutte le età. Il progetto dei Visionari funziona anche perché lo abbiamo sempre impostato su un delicato equilibrio: c’è il piano della responsabilizzazione, perché comunque il gruppo ha una responsabilità reale, scelgono certi spettacoli, ci sono economie che vanno ad alcuni artisti e non ad altri, c’è un’attenzione intorno alle scelte che vengono fatte; e dall’altra parte c’è una levità, il fatto che tutto questo sia svolto in un clima in cui si sente che si sta lavorando a qualcosa di bello, perché si tratta di un’esperienza che ha la capacità di accendere il cuore.

[Immagine di copertina: “Veglia” dei Menoventi. Foto di Luca Del Pia]

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