Arti Performative

Massimo Odierna // La figlia di Kyoto Zhang

Renata Savo

Fa molto piacere scoprire a Roma, quasi per caso, uno spazio di programmazione artistica situato al confine tra il quartiere Quadraro e quello di Torpignattara, ai piedi dell’Acquedotto Alessandrino, sorto pochi anni fa grazie all’intuito dell’attrice e imprenditrice Vittoria Faro. Uno spazio indipendente di sperimentazione non a caso chiamato La Recherche, come il più celebre romanzo di Marcel Proust, votato ad accogliere qualsiasi evento che richieda una relazione intima con l’oggetto artistico, sia esso musicale, letterario o performativo, e dove sia possibile mettere in pratica formati teatrali di prossimità; senza contare quanto questo tipo di spazi incoraggi, nel post-spettacolo, un dialogo informale fra il pubblico e gli artisti in una situazione di piacevole raccoglimento.

Alla Recherche va in scena ancora oggi, domenica 7 giugno (ore 20.30), uno spettacolo che vale assolutamente la pena vedere: La figlia di Kyoto Zhang, testo e regia di Massimo Odierna, autore, attore e regista romano quarantenne, con alle spalle un percorso artistico di tutto rispetto. È stato il personaggio del Padre nell’indimenticabile In cerca d’autore diretto da Luca Ronconi, dai Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello, così come di lui conosciamo l’attività svolta a coordinamento della compagnia romana BluTeatro, il cui nome inevitabilmente ci riporta alla memoria un periodo che con il senno di poi non era così tanto male per la drammaturgia e il teatro off romani, un’epoca in cui, per dire, era ancora attivo il Teatro dell’Orologio multisala.

Come si può intuire da questa breve introduzione, c’è un po’ di malinconia in questo nostro racconto. Un po’ di amarezza soprattutto nel constatare che un autore come Massimo Odierna, ancora giovane (sebbene “over 35”, il ché significa per il nostro infelice sistema teatrale l’essere andato di poco oltre una sorta di “data di scadenza”), non abbia ancora ricevuto il giusto riconoscimento, soprattutto al di fuori di Roma. Odierna è un autore con una cifra stilistica originale e riconoscibile, mai ripetitiva. Ha un grande senso dell’umorismo, e qui, in questo La figlia di Kyoto Zhang, parliamo addirittura di quell’umorismo coraggiosissimo e decisamente scomodo: il “black humor”. L’autore romano ha anche la capacità di creare situazioni assurde e irrazionali attraverso una scrittura fluida, che parla la stessa lingua della scena; non stride con la necessità di immediatezza, non è sovrabbondante o verbosa. La parola scritta, persino quando corrosiva o tagliente come in questo caso, messa in bocca a personaggi frustrati, disagiati o colpevoli, genera sulla scena un’energia che non mette mai a disagio gli attori, semmai li fa divertire, perché sprigiona una totale libertà espressiva, e questo divertimento arriva forte e chiaro agli spettatori. Il teatro diventa “sintonia”, nel senso etimologico del termine, “σύν- τόνος”, “accordo di suoni”: una dote che Odierna deve probabilmente anche alla sua lunga esperienza in ambito formativo, nella conduzione di laboratori teatrali per attori professionisti e non.

Foto di Valentina Pavone

A rafforzare la sintonia, la fruizione circolare. Gli spettatori sono disposti attorno all’azione scenica. Si vive quindi la scena davvero in un rapporto simbiotico, intimo. Degli attori sembra di intercettare la parte più vulnerabile, si avverte ogni loro minimo respiro, un qualunque stato psicofisico, e questo costituisce un dono prezioso a chi è seduto in sala, una rarità proprio perché chi sceglie questo tipo di fruizione si assume anche il rischio di una qualsiasi manifestazione di debolezza nella performance, debolezza di cui qui non si vede nemmeno l’ombra grazie a un cast di ottimi attori: Enoch Marrella, Giovanni Serratore, Irene Ciani, Francesco Petruzzelli, Maria Giulia Scarcella, Sofia Taglioni. Difficile e intensa, soprattutto, l’interpretazione di Giovanni Serratore, nei panni di Thomas, un uomo alcolizzato e donnaiolo che sotto la patina dorata di una vita leggera nasconde forti insicurezze e fragilità; la sua performance è riuscita a verbalizzare attraverso ogni fibra del corpo il contrasto umano tra la vanità e la sofferenza, tra la superficie e il desiderio di profondità.

Ma esiste un altro desiderio ancora più forte all’interno di questo testo ricco di frasi politicamente scorrette. Un desiderio spinto da una grande assenza, che è il perno attorno a cui ruota tutta la pièce e ne conferisce il titolo: la figlia di Kyoto Zhang, laddove Zhang sarebbe il capo delle guardie imperiali in un paese che, si comprende presto, sperimenta una crudele quanto assurda dittatura. A provare il desiderio di incontrare nuovamente la giovane è Libero, nome del personaggio interpretato da Enoch Marrella, l’ex compagno d’avventure di Thomas ai tempi degli scout, il profilo meno disagiato tra tutti nonostante le apparenze. Un personaggio romantico, nel senso “letterario” del termine, proveniente da un contesto familiare estremamente disagiato. Libero comprende che il suo unico scopo nella vita è avere uno scopo. Non importa che questo coincida con un desiderio irraggiungibile, quello di ricongiungersi alla sedicenne “dolce Noa”, sparita improvvisamente nel nulla, che fa elevare il suo spirito – seppur maldestro – e lo trasforma in un poetastro che utilizza epiteti formulari per descrivere agli altri la ragazzina dallo sguardo che «ricorda gli orizzonti del Nepal», la pelle che «ricorda le ceramiche di Catanzaro», «ed il suo sorriso, quel suo sorriso magnetico non può non ricordarmi gli arcobaleni di Pechino». Lo scopo di Libero somiglia alla Sehnsucht romantica, un desiderio doloroso che permea il famoso romanzo di Novalis Enrico di Ofterdingen diventato a cavallo tra Settecento e Ottocento simbolo del movimento romantico in Germania, opera in cui il giovane protagonista sogna un fiore blu che lo chiama e assorbe la sua attenzione spingendolo a intraprendere un viaggio e una ricerca che si caricano di significato in quanto tali.

In mezzo, quindi, a un testo carico di slang, di ricercata volgarità, che evoca vagamente nello stile la fortunata drammaturgia contemporanea britannica, si situa ne La figlia di Kyoto Zhang una linea sottile, chiara e sublime: una tensione e una profondità nell’interpretazione e nella costruzione di una realtà fittizia che rappresentano qualità oggi piuttosto rare, e quantomai necessarie.

[Immagine di copertina: foto di Valentina Pavone]



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