Arti Performative Focus

Cartolina #1 | Attraversamenti Multipli 2026 a Roma: “Coexistence”

Renata Savo

Giovedì 11 giugno a Roma è partita la ventiseiesima edizione di Attraversamenti Multipli, che dal 2017 viene ospitato nel quartiere Quadraro e che dal 2023 ha costruito nella “natura urbana”, particolarmente calzante, del Parco di Torre del Fiscale la sua unica casa, dopo una fase di transizione, nel 2022, che la compagnia Margine Operativo dei direttori artistici Alessandra Ferraro e Pako Graziani definì una sorta di “prologo”, dal momento che il Parco ospitava soltanto alcuni degli eventi in programma. Margine Operativo scelse quest’area per diverse ragioni, così descritte da Alessandra Ferraro in una nostra intervista (2023): “è un luogo sotto molti punti di vista interessante, di sincretismo tra un aspetto rurale, di campagna romana, e un luogo archeologico, in cui ci sono due acquedotti romani attorno a una torre medievale. È uno spazio che ha anche una bella presenza monumentale, di archeologia, infatti fa parte del Parco Archeologico dell’Appia Antica. Contemporaneamente, è un parco urbano pubblico incastonato nella città: si trova in una zona di Roma ad altissima densità abitativa, prossima alla Via Appia e alla Tuscolana; da una parte c’è la ferrovia e dall’altra vi passano aerei in volo diretti verso l’aeroporto di Ciampino. È questo suo essere nello stesso tempo polmone verde all’interno di una zona ad alta densità abitativa e spazio di rigenerazione urbana (fino all’inizio degli anni 2000 era stato completamente abbandonato) che ci interessa“.

Attraversamenti Multipli torna quest’anno grazie al sostegno del Ministero della Cultura, della Regione Lazio e di Roma Capitale, ospitando fino al 20 giugno (con una coda il 3 e il 4 luglio a Toffia, in provincia di Rieti) 25 compagnie e 36 tra performance, spettacoli e formati site specific, presentati nell’arco di dieci giornate del festival (di cui dieci opere in anteprima e prima nazionale). E poi ci sono cinque formati performativi creati in esclusiva da Francesca Santamaria, Alessandro Carboni, C&C Company, FLxER e Liz, a cui si aggiungono tre laboratori dedicati alle pratiche artistiche contemporanee.

Daniel Rodríguez, A raíz de. Foto di Carolina Farina

Potrebbe essere tutto qui. Nel prefisso “co-“, che connota il titolo dell’edizione ’26 del festival, COEXISTENCE / COESISTENZA. Se dovessimo provare a coniare uno slogan per il progetto Attraversamenti Multipli, per noi sarebbe: fedeli al meticciato. Culturale, linguistico, tecnologico, cronologico. Un festival nel segno di quella configurazione meticcia che appartiene al luogo che lo ospita. L’11 giugno, durante la prima serata di festival, non potevamo far a meno di cogliere la bellezza della contaminazione tra generi, stili, geografie. Il campo lungo quasi “cinematografico” e la prossimità più intima che può trasformarsi in interazione visiva oppure tattile. Anche l’azione indiretta di sporcarsi con la terra, con il prato, propria di queste artiste e artisti internazionali che si fondono con il suolo danzando fa parte del gioco. E il gioco è trasformarsi per il tempo di una performance in una presenza scenica prendendo spazio e attenzione all’interno di uno spazio pubblico frequentato da persone di ogni età ed etnia, e indubbiamente iconico. Provando a vedere che cosa accade. Come una scintilla, a volte il fuoco si accende e divampa. Altre volte la miccia muore con il suo flebile bagliore.

Daniel Rodríguez, A raíz de. Foto di Carolina Farina

Sotto una luce ancora diurna è andata in scena in prima nazionale la performance A raíz de firmata dal coreografo e danzatore galiziano Daniel Rodríguez. Il performer entra in scena attraversando ieraticamente l’acquedotto romano con il volto quasi del tutto coperto da un cappello nero. Con un tamburello in mano, cammina sul filo di quella dimensione spazio-temporale fragile che, nel contesto urbano, coincide con la soglia tra la scena e il reale. Il tamburello viene quasi immediatamente consegnato a una spettatrice per poi essere ripreso sul finale. La danza di Rodríguez, energica, gioiosa, su musiche che mescolano tradizione e contemporaneità, ci mette allegria: l’artista danza sorridente, sembra amare moltissimo quello che fa, si diverte a combinare passato e presente nella lingua parlata dal suo corpo danzante. Il suo stile fonde immaginario popolare, folklore e ritmi della sua terra d’origine, la Galizia, ma anche linee eleganti, sinuose e contemporanee. Noi spettatori, contagiati dalla sua vitalità, sorridiamo così con lui, in un’influenza reciproca che concorre ad alimentare l’energia della sua danza.

Federica D’Aversa in Dead River di Michelle Scappa. Foto di Carolina Farina

Ci spostiamo poi su un prato, da cui assistiamo da lontano, a una distanza insolita, Federica D’Aversa nella performance site-specific firmata dal coreografo Michelle Scappa, Dead River. Scappa visualizza il corpo come un orizzonte da decostruire e da ricostruire. L’ispirazione è contenuta in una sua dichiarazione: “Sono nato in un sogno da cui ho guardato il reale con sospetto: un fiume scorreva vicino a me, e la sua puzza nauseabonda mi ha spinto a ricercare altrove il mio luogo“. Qui però il luogo, diversamente dalle intenzioni – che sono quelle di spogliarlo delle sue valenze problematiche – finisce per assumere un peso preponderante, con la sua bellezza monumentale sotto la luce crepuscolare di un raggio di sole che bagna l’acquedotto, nell’ora forse più poetica della giornata. Interessante diventa la danza in relazione alla sua cornice, la visione nella sua interezza: lo spettacolo diventa in qualche modo il nostro pretesto per posare gli occhi anche altrove, verso i passanti; ad esempio una bambina distante e inconsapevolmente al centro della nostra visuale che cammina voltandosi di continuo; mossa dalla curiosità, attratta forse anche solo dalla musica elettronica o da un gruppo di persone sedute in silenzio a guardare un unico corpo, che si sposta da un punto all’altro dello spazio verde seguendo una sua traiettoria e cercando un suo equilibrio.

Compagnia Ma’, Hold Fast. Foto di Carolina Farina

Dopo una pausa si è esibita la Compagnia Ma’, fondata da Marion Alzieu, con sede a Chambéry, in Francia. In scena è andato Hold Fast: anche qui, grande energia in una performance ricca di virtuosismi tecnici e commistioni stilistiche. La danzatrice Marion Alzieu e il danzatore Mickaël Florestan si lanciano in una danza che mescola hip hop e danza classica, musica dubstep e chanson réaliste. Una danza vorticosa che è dialogo e lotta, complicità e divergenza.

Carlo Massari, Fuori fuoco. Foto di Carolina Farina

Andato in scena per due sere di seguito, Fuori fuoco di Carlo Massari è una performance site-specific del coreografo qui anche danzatore della C&C Company, un ospite caro ad Attraversamenti Multipli. Di fronte a una piccola selva, inseguito nell’oscurità della notte da un cerchio di luce, con il capo cosparso di una cenere dorata e luccicante compie, voltato di spalle, una sorta di parodia queer dell’egocentrismo presente. La performance prosegue poi in modo ipnotico e perturbante, riuscendo a essere anche finemente ironica.

[Immagine di copertina: foto di Carolina Farina]



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