Bugie, magie e scomode verità nel teatro che ripara le fratture sociali
Ieri sera (25 febbraio) al festival di Sanremo, che da anni è il più seguito evento dell’anno sulla prima rete televisiva nazionale, Carlo Conti ha dato della “mamma d’oro” alla campionessa olimpica Francesca Lollobrigida, pattinatrice di velocità sul ghiaccio con due medaglie d’oro al collo. Nella stessa giornata di ieri la Commissione Bilancio della Camera dei Deputati ha bocciato la proposta di legge che avrebbe esteso fino a cinque mesi il congedo di paternità e tutelato maggiormente il lavoro e la carriera delle donne.
In Italia, come si può vedere, non si parla mai abbastanza di supporto alla genitorialità, figurarsi di sostegno ai caregiver.
Pochi giorni fa circolava notizia, su qualche testata locale, che un caregiver ha compiuto in Consiglio comunale a Modena un gesto estremo di protesta, ferendosi con un taglierino. Soltanto chi subisce lo stress fisico e psicologico di assistere continuamente un familiare con gravi disabilità può comprendere la disperazione che conduce all’esecuzione di certi atti auto-lesionistici.
Dal suo canto il teatro, oggi, cosa dovrebbe fare? Quantomeno avere il dovere, l’urgenza, di occuparsi delle lacune della nostra società. Lo scorso 24 e 25 gennaio allo Spazio Diamante a Roma si sono svolte le prime assolute degli spettacoli finalisti di Generazione Scenario 2025, uno dei riconoscimenti nazionali più importanti al teatro emergente. Tra questi c’era Dad or alive di BumBumFritz, spettacolo tanto iconico quanto perturbante, con testi, live electronics, videompapping e regia di Giovanni Frison e Michele Tonicello, che in scena hanno esaminato – dopo aver raccolto interviste, notizie e dati statistici su scala globale – i motivi per cui non soltanto in Italia ma nel mondo intero si sceglie di fare sempre meno figli (in testa alle ragioni, la preoccupante situazione climatica che si prospetta da qui ai prossimi cinquant’anni). Dopo una sfilza di serie motivazioni che lasciano interdetti i (pochi) genitori presenti in platea, il finale è flebilmente consolatorio.

“Dad or alive” di BumBumFritz. Foto di Malì Erotico
Urgente, come si accennava, è anche il tema dell’assistenza alle persone portatrici di gravi disabilità. Recentemente abbiamo visto a teatro due esempi molto diversi accomunati dalla necessità di esprimere senza filtri, buonismi o retorica le difficoltà che i familiari incontrano nella vita di tutti i giorni a contatto con persone che soffrono e necessitano un bisogno continuo di assistenza. C’è chi lo fa da un punto di vista più intrinsecamente personale, chi invece dona una direzione poetica ai corpi, alle voci, alle emozioni e agli stati d’animo dei partecipanti al lavoro di scena, un lavoro che parte da lontano, in fase di laboratorio, e che coinvolge persone con disabilità tanto quanto i loro caregiver.

Tre di Annalisa Limardi. Foto di Michele Tomaiuoli
Il primo spettacolo è Tre della giovane performer multidisciplinare Annalisa Limardi, presentato fuori concorso ai Premi Tuttoteatro.com 2025 alle arti sceniche Dante Cappelletti (XII edizione), allo Spazio Rossellini a Roma. Partendo dalla parabola personale, di vissuto familiare, la performer racconta il rapporto che sussiste con le due sorelle Paola e Benedetta (una presente insieme a lei sul palcoscenico, l’altra pura voce acusmatica), per narrare luci e ombre di una relazione fra tre sorelle segnata dalla malattia. Lo spettacolo parte da ottime premesse, ma risente dell’assenza di uno sguardo esterno nella realizzazione dell’opera. Viene spesso marcata in scena la differenza di potenziale tra il corpo dell’artista, Annalisa Limardi, corpo abile e allenato di performer, e quello della sorella, portatore di una disabilità cognitiva, mentre proprio questa differenza di potenziale dovrebbe essere eliminata o, addirittura, ribaltata di segno per promuovere nello spettatore uno sguardo rinnovato e inclusivo, e istituire nuove norme di visione della disabilità. Questa cosa pure avviene all’interno dello stesso spettacolo in una scena in particolare, molto poetica, laddove la fisicità robusta e impacciata di Paola Limardi diviene leggera, luminosa e ondeggiante come acqua marina, ma per il resto del tempo lo spettacolo si concentra troppo sulla messa in evidenza delle differenze e delle distanze fra Annalisa e Paola, distanze che forse non avrebbero bisogno di uno spazio di alterità come il palcoscenico per essere pronunciate.
Se Tre di Annalisa Limardi enuncia, in maniera fin troppo limpida, sconcertanti verità, in Pinocchio. Che cos’è una persona? di Davide Iodice (premio Anct e premio Ubu 2024), in Stagione al Teatro India di Roma la settimana scorsa, le bugie diventano magie grazie al potere del palcoscenico, luogo di riscatto sociale in cui si realizzano desideri che sembravano impossibili e che Davide Iodice ha iniziato a forgiare, dal 2013, nella sua importante fucina artistica, la Scuola Elementare del Teatro APS a Napoli.

“PInocchio. Che cos’è una persona?” di Davide Iodice. Foto di Renato Esposito
Anche in questo spettacolo non mancano scomode verità, così com’è chiara la loro trasfigurazione poetica, a partire dall’emblematica immagine di apertura, di un grillo parlante che trasporta sulle spalle una croce più grande di lui. Con il suo sonoro «cri cri» attraversa la scena e scompare dietro le quinte, «schiacciato sotto il peso dell’essere me» ed esprimendo il verso di una coscienza che non trova ragione, riscontro, nella realtà quotidiana. Segue l’investitura dei vari Pinocchio, ciascuno portatore della sua unicità, e così nascono i vari «Giorgiocchio», «Tommasocchio», «Arielocchio» eccetera. Accanto a loro i personaggi-vate di ogni giorno: un padre, una madre, un’amica, con addosso gli abiti di fatine turchine o maestri, persone che con il dolore hanno già da tempo fatto i conti e che qui si fanno portavoce di messaggi esistenziali, di speranza o di amara disillusione. In sottofondo, la rievocazione nostalgica e incantata di alcuni dei temi musicali di Fiorenzo Carpi che appartengono alla colonna sonora della celebre pellicola Le avventure di Pinocchio (1972) di Luigi Comencini, che trova potente esito nel corteo funebre per una madre destinata biologicamente a lasciare da solo il suo Pinocchio-ciuco (lo straordinario Gaetano Balzano), il quale raglia disperato nell’oscurità di una scena rischiarata dalla fioca luce di lumini. In Pinocchio. Che cos’è una persona? nonostante l’espressione di tematiche forti, c’è anche ironia, autocritica e, soprattutto, valorizzazione dell’unicità di ciascun corpo, che non viene dato in pasto allo sguardo vorace di uno spettatore che cerca il diverso da se stesso per crogiolarsi nella sua legittimata “normalità” (come avveniva nei freak show), ma esprime il suo potenziale lasciando anche spazio alla nostra fantasia per immaginare nuove possibilità di impiego di quelle abilità in futuro. Con l’immagine veritiera di un presente futuribile e un punto di domanda – «e dopo?» si chiedono i vari Pinocchio – lo spettacolo non finisce sul palcoscenico, ma continua a camminare, si spera in una lunga tournée, nelle vite fragili ed effimere dei suoi attori.
[Immagine di copertina: “Pinocchio. Che cos’è una persona?” di Davide Iodice. Foto di Renato Esposito]


