L'”Odissea” di Nolan: ridefinire i canoni dell’epica
«Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria, tutto ciò che è sacro viene profanato, e l’uomo è infine costretto a confrontarsi, con lucidità, con le sue reali condizioni di vita e con i suoi rapporti con i propri simili». Chissà se Christopher Nolan – quando ha deciso di prendere in mano e riscrivere, riadattare, rimodellare una storia così antica e seminale come l’Odissea – ha pensato a Karl Marx e alla visione che il filosofo tedesco aveva del collasso della modernità borghese del suo tempo. Perché è della crisi della civiltà occidentale che parla l’Odissea (The Odyssey) di Christopher Nolan e dell’Uomo, Ulisse, costretto a fare i conti con tutto questo.
Le polemiche che hanno preceduto l’uscita del film nelle sale di tutto il mondo svaniscono nel nulla alla visione dell’opera. Dai costumi al cast, dalle ambientazioni al linguaggio moderno, e perfino a tratti colloquiale, scelto per i dialoghi, tutto concorre al grande disegno del film, cioè usare una storia millenaria e senza tempo come chiave di lettura del contemporaneo. E ci riesce benissimo.
L’Odissea fu messa per iscritto nel VIII sec a.C. raccogliendo storie tramandate oralmente, da cantore a cantore, da persona a persona, attraverso generazioni e attraverso i secoli, e ad ogni passaggio è stata modificata, riformulata, adattata al tempo di chi la raccontava facendola propria. Nolan si pone in perfetta, totale continuità: è lui il Travis Scott che ad inizio film batte il bastone a terra quattro volte ed invoca la Dea, affinché gli narri dell’uomo dal multiforme ingegno. E come gli altri narratori prima di lui, come gli altri aedi, Nolan usa la tecnica del suo tempo (e con una certa maestria, bisogna dire) per portare la storia nel mondo di oggi, pur mantenendo, nell’ambientazione, rimandi all’immaginario classico.
Per questo, anche volendolo, Nolan non poteva tradire l’opera originale: l’Odissea nasce e si diffonde come l’opera di un collettivo di autori e tramandatori distribuiti disordinatamente nel tempo e nello spazio. Una ricchezza con pochi uguali nel mondo.
Con una scrittura finalmente profonda, Nolan, che firma anche la sceneggiatura, omaggia gli Omero che l’hanno preceduto mantenendo la struttura narrativa originale dell’opera: ad eccezione del ritorno ad Itaca, infatti, il resto degli eventi è narrato dai personaggi (ora Telemaco, ora Menelao, ora Ulisse), in un’alternanza di dialoghi e flashback e piani temporali sfalsati che rappresentano un terreno sul quale il regista si muove da sempre a proprio agio.
Il tema cardine dell’opera omerica, il “nostos (νόστος)”, cioè il viaggio di ritorno a casa, alle proprie radici, da intendersi sia come ritorno fisico che come percorso di crescita personale, è declinato da Nolan come la discesa nel tormento di un uomo devastato dai sensi di colpa, che deve fare i conti con le conseguenze della distruzione che le sue azioni hanno contribuito a creare.
Nel percorso dell’Ulisse di Nolan – che ha la faccia angosciata e non a caso “americana” di Matt Damon, qui nella migliore interpretazione della sua carriera – non c’è nulla di eroico, anzi, l’eroe omerico sparisce per lasciare spazio all’uomo che vive la sua odissea misurandosi con i suoi mostri, e con il conflitto perenne tra il desiderio di essere padrone del suo destino e di quello dei suoi uomini, e la raggiunta consapevolezza di quanto tutto ciò sia in realtà impossibile. Anche gli Dei spariscono, in un certo senso, trasformandosi ora nell’avversa fortuna che colpisce Ulisse e i suoi compagni, ora in fantasmi con cui l’Uomo di Nolan deve misurarsi. La métis omerica, l’astuzia dell’eroe che gli permette di risolvere i conflitti a suo favore, qui è il veicolo che conduce Ulisse attraverso uno scontro dopo l’altro, un lutto dopo un altro, è il genio che però spinge all’azione e alla violenza: il “multiforme ingegno” che gli aedi attribuivano ad Ulisse diventa metafora della responsabilità che l’occidente stesso porta sulle proprie spalle, responsabilità della caduta del vecchio mondo, in cui persino la sacra legge di Zeus dell’ospitalità è costantemente violata (“tutto ciò che è sacro viene profanato”, per l’appunto).
La rilettura nolaniana dell’Odissea attualizza l’opera di Omero con una messa in scena maestosa, esaltata dalla minacciosa fotografia di Hoyte van Hoytema e da una regia capace di unire in un racconto coerente momenti di dolorosa introspezione a scene di battaglia e di tensione di enorme impatto visivo, riuscendo persino a sconfinare – almeno in un paio di scene – nel vero e proprio horror, senza scivolare mai nella spettacolarità fine a sé stessa.
Nolan si misura con una delle opere più importanti della cultura occidentale, così interiorizzata dalla nostra società e assurta a patrimonio davvero collettivo che prenderla e farla propria, calandola nel contemporaneo senza perderne il significato profondo e ridefinendo i canoni dell’epica cinematografica, rappresenta un’impresa che solo i grandi autori possono realizzare. E Nolan, con questo film, molto più che con i precedenti, s’iscrive di diritto alla cerchia.


