La scena Off romana in due cartoline: “Car(o)vita” a Fortezza Est e “Aeterno Dorian Club” al Teatrosophia
La scena Off della capitale pullula di sorprese, piccole chicche inaspettate. Basta lasciarsi andare a ogni pregiudizio e concedersi una serata tra le tante possibili in questo inoltrato autunno romano, offerta da tutto ciò che circola al di fuori dei “festivaloni” e dei teatri stabili.
Le Stagioni dei piccoli teatri romani, quelle che dopo le conferenze stampa di presentazione si tendono ingiustamente a dimenticare, possono far riscoprire qualche volta il piacere stesso dell’andare a teatro. Una piccola sala teatrale è calda e piacevole come un camino acceso d’inverno. Provare per credere.

Car(o)vita di Roberto Simonte diretto da Pietro Dattola
Siamo stati lo scorso 14 novembre a Fortezza Est, nel quartiere Torpignattara, dove è andato in scena uno spettacolo molto simpatico diretto da Pietro Dattola, dal titolo Car(o)vita – fatti la tua rapina prima che lo Stato finisca di fare la sua, testo di Roberto Simonte finalista al concorso “Drammi di forza maggiore 2021” lanciato dalla compagnia DoveComeQuando. Ci siamo andati mossi soprattutto dalla curiosità della tematica, quel carovita che da qualche anno a questa parte, tra spread, guerre e instabilità generali a livello europeo (e tasse sempre più alte), sta rendendo sempre più difficile la vita al ceto medio. Il testo di Simonte è un congegno perfetto, divertente, sorprendente. La situazione di partenza vede due donne disperate (incarnate da Flavia Germana de Lipsis e Valentina Martino Ghiglia), due sprovvedute totali che non farebbero male a una mosca, che in un quartiere popolare denominato CEP (che fa venire in mente l’acronimo Centro di Edilizia Popolare), armate di kalashnikov, decidono di rapinare un supermercato. Ma in questo microcosmo abitato da personaggi strampalati, un po’ disgraziati e sgradevoli a loro modo, abbrutiti dal peso della vita stessa, le due donne non saranno le uniche povere criste e si vedranno, tragicomicamente, in concorrenza con altri che approfitteranno della situazione per prendere il proprio bottino. La restante parte del testo, che include una miriade di personaggi fra i più svariati (un’avvenente cassiera, il direttore del supermercato, diverse vecchine e scagnozzi), viene addossata al corpo metamorfico e virtuoso di Alessandro Blasioli, scelta luminosa e funzionale che si sposa sontuosamente con l’indole dell’attore chietino, abituato a portare in scena, da solo, le proprie drammaturgie costellate di personaggi, sia di registro comico sia drammatico. La regia di Dattola, dal suo canto, tenta di mettere in risalto quelle che sono le doti più immediate del trio di interpreti, li lascia liberi di esprimere la propria natura entro i confini di un suo disegno registico che non manca di strizzare l’occhio, calcando talvolta anche un po’ più del necessario la mano, a un certo immaginario fumettistico. In ogni caso, uno spettacolo che speriamo di vedere in cartellone nelle prossime Stagioni.

Aeterno Dorian Club scritto e diretto da Matto Fasanella
Un’altra sorpresa ce l’ha riservata il Teatrosophia (recentemente abbiamo intervistato il direttore artistico Guido Lomoro), situato in via della Vetrina 7, nel cuore di una delle zone più romantiche e fascinose del centro storico romano. Della peculiarità dello spazio, del calore emanato dall’ambiente e da chi se ne prende cura, si è già detto tra le nostre pagine; stavolta abbiamo testato con mano l’impegno della direzione artistica nell’accompagnare un determinato artista in un percorso duraturo nel tempo, di crescita personale. Nella fattispecie parliamo di Matteo Fasanella, autore e regista che dopo Darkmoon, Centolire, Giovanna Dark è tornato sul piccolo palcoscenico del Teatrosophia con un lavoro ambizioso, che potrebbe tranquillamente riempire sale di capienza maggiore (cosa che non rappresenta assolutamente un minus per il teatro, anzi). Lo spettacolo, dal titolo Aeterno Dorian Club, produzione Dark Side Lab Theatre Company, ha riempito infatti la piccola sala romana per ben dieci repliche (una tenitura non da poco per i tempi che corrono). Minuzioso l’allestimento di Alessio Giusto, con bottiglie di alcolici che incorniciano armonicamente il lato sinistro del boccascena: siamo infatti all’interno di un club notturno londinese, la musica elettronica, nelle sue più intime e sensuali modulazioni, fa da sottofondo costante alla messa in scena. Tutto ha il sapore di un sogno o di un’allucinazione: la danza seducente di due pole dancers, l’arrivo improvviso di Dorian, narcisista e diabolico come, in un certo senso, la letteratura ce lo ha consegnato (o come ce lo ha lasciato intendere), con quella sua perversa, ma soprattutto, invidiata, imperitura bellezza. La scelta del regista di affidare a Costantino Seghi (attore che con questo lavoro ha fatto brillantemente il suo debutto sulle tavole teatrali) la parte di Dorian Gray si è rivelata oculata; non si potrebbe immaginare un volto più idoneo a incarnare la bellezza ideale, a tratti inquietante, del ritratto descritto da Oscar Wilde. Non siamo, ovviamente, nell’età vittoriana, sebbene il ritratto di Dorian sia rimasto lì dove è sempre stato, a invecchiare al suo posto. Siamo in una sorta di limbo infernale, un luogo immaginario in cui passato e presente s’incontrano senza soluzione di continuità, come in quelle pagine social satiriche crocevia di personaggi del passato “Se i social fossero sempre esistiti”. Ecco, la logica che sottende la drammaturgia è esattamente quella: Dorian incontra molti personaggi anticonformisti, anacronistici rispetto alla stessa vita di Wilde, con cui avrebbe potuto avere un qualche tipo di affinità, da Virginia Woolf a Zelda Fritgerald, da John Lennon a Andy Warhol a David Bowie. Gli incontri gli chiariscono di volta in volta la demotivazione conseguente alla sua immortale, noiosa e ripetitiva, esistenza. In sostanza, i vari personaggi fungono da specchio delle sue emozioni, le rendono visibili all’esterno. Dorian acquista infatti, man mano che si va avanti – proprio come il viaggio di Dante tra i gironi infernali – una forma di consapevolezza e di suscettibilità che nel suo quotidiano piattume esistenziale non avrebbe mai avuto. In sostanza, nulla è come sembra. La vita nel senso più gioioso del termine acquista significato soltanto in relazione al senso di finitudine, cioè in relazione al suo opposto, alla morte. La lettura originale di Fasanella viene sostenuta, oltre che dalla icastica presenza scenica del gruppo di attori (oltre a Costantino Seghi, ci sono Diana Forlani, Sabrina Sacchelli, Nicolò Berti e Lorenzo Martinelli), da un allestimento pulito, non sovraccarico, coadiuvato da un finissimo disegno luci – la cui tecnica non è affatto scontata in uno spazio teatrale di piccole dimensioni – che restituisce insieme alla musica il viaggio onirico e introspettivo che il protagonista compie trascinato dai suoi personaggi-vate.
[Immagine di copertina: “Aeterno Dorian Club” di Matteo Fasanella]


