Arti Performative Focus

Cartoline da ‘Ricrii’ a Lamezia Terme (CZ): “Boxeur” ed “Eterno ripetersi banale”

Giovanna Villella

A Lamezia Terme (CZ) è tornata Ricrii, la rassegna di drammaturgia contemporanea diretta da Dario Natale al TIP Teatro. Per la XXII edizione, sono andati in scena: il 9 novembre, Boxeur di Pequod Compagnia-TeatroE, spettacolo che è arrivato semi-finalista al Premio Dante Cappelletti 2023, vincitore del Premio “RETABLO” e che ha ricevuto la Special Consideration “Dundee Fringe” al Milano Fringe OFF Festival; il 16 novembre, Eterno ripetersi banale della Compagnia A.D.D.A. da Livorno, con Leonardo Ceccanti, Matteo Ceccantini, Matteo Risaliti. Drammaturgia Leonardo Ceccanti e regia Matteo Ceccantini. Lo spettacolo è vincitore del premio LiNUTILE del Teatro 2024 a Padova e del premio Festival Inventaria 2024 a Roma.

La genesi dello spettacolo affonda le radici in un duplice movimento: l’interesse personale dell’attore e una meticolosa ricerca storica. Affascinato dall’intrinseca disciplina che caratterizza questo sport, Stefano Pietro Detassis si avvicina al mondo della boxe superando i pregiudizi che spesso l’accompagnano. Questo interesse si materializza grazie alla collaborazione fondamentale con Lorenzo Vicentini, fondatore della Palestra Popolare Malacarne, il quale fornisce il necessario substrato storico alla narrazione. Vicentini guida Detassis alla scoperta della vicenda di Eugenio Lorenzoni, soprannominato “Smit”, un immigrato di origine trentina stabilitosi a Parigi a causa dell’ascesa del fascismo in Italia. La storia di Lorenzoni, pugile operaio, diventa il motore per la drammaturgia di Maura Pettorruso, anche regista, aprendo spaccati sui movimenti sindacalisti, sugli sconvolgimenti nazifascisti e su una concezione dello sport che è collettiva e popolare. La drammaturgia, tuttavia, eleva il racconto individuale a paradigma universale, incrociando il destino di Lorenzoni, esule politico ed economico, con quello tragico di Victor Young Perez, campione di origine ebraica la cui carriera e vita furono spezzate nei campi di sterminio nazisti.

L’architettura drammaturgica intreccia, così, le vite di Eugenio “Smit” Lorenzoni e Victor “Young” Perez, ponendole in un dialogo tra il presente e la memoria. Eugenio agisce come il protagonista contemporaneo, un uomo che si avvicina al ring per incanalare la propria rabbia e il proprio disagio, cercando risposte e trovando una forma di catarsi e solidarietà. Al contempo, Victor Young Perez incarna la memoria storica, il campione la cui storia commovente diviene un inno alla sopravvivenza e alla dignità.

La narrazione culmina nell’incontro di boxe più atteso del dopoguerra, datato 1946 a Parigi, in cui i due sfidanti sono Lorenzoni e Perez. Storicamente, è noto che Victor Young Perez fu vittima della Shoah, morendo in circostanze tragiche prima di tale data. La drammaturgia di Pettorruso, pertanto, opera un anacronismo poetico intenzionale: l’incontro del ’46 non è un evento cronologico, ma un confronto simbolico necessario alla memoria. La lotta inscenata è la rivincita che la storia reale non ha concesso a Perez, trasformando il ring in uno spazio sacro per la restituzione della dignità e del riscatto simbolico.

La boxe non è trattata come una semplice disciplina sportiva, ma elevata a metafora universale della vita, della resistenza e della dignità umana. Ogni colpo, ogni respiro, ogni round simboleggiano le sfide quotidiane affrontate dall’uomo per affermare la propria libertà. Attraverso il ring, lo spettacolo esplora temi cruciali come il coraggio, l’antifascismo, l’anti-nazismo e l’imperativo morale di non arrendersi mai perché “l’impossibile non è per sempre”.

L’interpretazione di Stefano Pietro Detassis è l’elemento cruciale e catalizzatore dell’opera. Una prova attoriale vibrante, fatta di fatica e sudore, che richiede una fusione totale tra atletismo estremo e tenuta emotiva. Detassis non si limita a interpretare un pugile; il suo corpo diventa il testo stesso, una materializzazione fisica della lotta interiore ed esteriore. La performance richiede una trasformazione scenica che assume i ritmi esatti di un incontro, avvicinandosi, per intensità, a una vera e propria “seduta di allenamento”. La drammaturgia della fatica, evidente in scena, stabilisce un ponte diretto, quasi sacrificale, tra lo sforzo dell’attore e la sofferenza storica dell’esilio e della deportazione subita dai personaggi. In quanto unico attore a dare voce e corpo a due figure storiche e simboliche, Detassis è chiamato a gestire un rapido e netto switch interpretativo, passando dalla rabbia canalizzata del protagonista moderno alla stoica dignità del martire storico.

Gli ambienti sonori, curati da Giacomo Maturi, rivestono un ruolo fondamentale nell’ancoraggio dello spettacolo alla Parigi operaia e antifascista. Maturi opera una sapiente selezione di brani cantati in francese, essenziali per contestualizzare la storia di Eugenio Lorenzoni (immigrato a Parigi) e le vicende legate all’antifascismo europeo. L’accostamento di icone della musica francese a brani di protesta meno scontati crea una ricca stratificazione sonora che stabilisce una connessione emotiva tra la resistenza storica e le sfide civili contemporanee.

“Eterno ripetersi banale”, Compagnia A.D.D.A. Foto di Giovanna Villella

Secondo appuntamento con RiCrii XXII al TIP Teatro di Lamezia Terme è stato quello, il 16 novembre, con lo spettacolo Eterno ripetersi banale della Compagnia A.D.D.A. da Livorno, con Leonardo Ceccanti, Matteo Ceccantini, Matteo Risaliti. Drammaturgia Leonardo Ceccanti e regia Matteo Ceccantini. Lo spettacolo è vincitore del premio LiNUTILE del Teatro 2024 a Padova e del premio Festival Inventaria 2024 a Roma.

Il testo nasce come un laboratorio drammaturgico dove il teatro mette in crisi sé stesso. L’intero impianto della pièce è una riflessione metateatrale sul desiderio – diventato spasmodico, quasi patologico – di trovare forme sempre nuove, di innovare a tutti i costi, di sfuggire alla “banalità”.

La domanda che lo spettacolo pone non è semplicemente estetica, ma profondamente esistenziale: “Ha senso cercare sempre qualcosa di nuovo? E se questa corsa infinita fosse essa stessa una forma di banalità?”
Il copione mette in scena personaggi che si agitano all’interno di un meccanismo teatrale che continuamente s’inceppa, si contraddice, ricomincia, collassa su sé stesso. Ogni tentativo di costruire una scena “originale” si rivela un cliché; ogni cliché viene dichiarato, denunciato e subito riproposto; ogni fuga verso la sperimentazione genera nuove convenzioni. Questo movimento circolare, compulsivo, è il cuore del testo: l’eterna ripetizione non è solo un fatto teatrale, ma esistenziale.
L’opera sfrutta tutti gli strumenti della grammatica teatrale – personaggi, ruoli, didascalie, ambientazioni, stilemi, registri – per metterli in crisi, farli esplodere, capovolgerli: la scena noir Anni ’30 torna più volte, sempre più svuotata; la parola d’ordine, motore di suspense, diventa puro pretesto narrativo, poi parodia di sé stessa; la didascalia, invece di essere invisibile, diventa personaggio, presenza ingombrante, poi entità ribelle; i personaggi non sanno più chi sono, litigano sulle identità (uomo/uomo – giovane uomo 1/2 – A/B – vintage/inedito); la struttura drammaturgica viene continuamente sabotata dall’interno. Assistiamo a uno spettacolo “che non riesce mai a essere spettacolo”, sempre sul punto di dissolversi, sempre sulla soglia tra senso e non-senso. È un dispositivo drammaturgico preciso: il fallimento diventa forma.
E poi c’è la relazione col pubblico dove l’identità diventa esperienza condivisa. In questa performance dichiaratamente interattiva il pubblico viene chiamato a scegliere nomi, temi, percorsi. Ma queste scelte non “risolvono” nulla: anzi, rendono più evidente la natura caotica del processo. Il pubblico è coinvolto non per democratizzare la narrazione, ma per mostrare la molteplicità delle identità in scena e fuori scena.

La confusione tra i personaggi – chi è A? Chi è B? Chi è Ettore? Chi è Achille? – è l’immagine scenica della confusione contemporanea. Il teatro diventa specchio della condizione umana: siamo ruoli, funzioni, maschere continuamente ridefinite. Ogni tentativo di originalità ricade nel cliché, e ogni cliché, una volta dichiarato, continua a funzionare. Il testo suggerisce che il cliché non è un fallimento artistico, ma una condizione inevitabile dell’esperienza umana: siamo fatti di gesti ripetuti, memorie comuni, linguaggi condivisi. Il teatro contemporaneo (come l’arte in genere) vive sotto il ricatto della novità. Il copione mostra i personaggi travolti da questa ansia: vogliono essere nuovi ad ogni costo, ma questa ricerca stessa diventa prevedibile, sterile, ridicola. Alla fine, quando tutto sembra collassare, il testo suggerisce che il fallimento è l’unico vero spazio di libertà. L’arte nasce proprio quando smette di inseguire forme preconfezionate.
Anche il titolo è una dichiarazione poetica e teorica potentissima. “Eterno” rimanda a ciò che non muta, alla ciclicità, alla coazione a ripetere. Suggerisce che la ricerca di senso (nel teatro come nella vita) si rinnova continuamente, senza mai trovare una forma definitiva. “Ripetersi” è il gesto fondamentale della scena: ripetere, provare, ricominciare. Ma anche il gesto fondamentale dell’esistenza: ripetere comportamenti, parole, errori. “Banale” è la parola più provocatoria del titolo. Non è usata in senso morale (ciò che è banale è mediocre), ma in senso fenomenologico: banale è ciò che appartiene a tutti, ciò che condividiamo. La banalità è la base comune dell’umano: ciò che ci rende partecipi dello stesso mondo. Lo spettacolo non cerca di “redimere” la banalità, né di superarla: la mette in scena con consapevolezza.

Eterno ripetersi banale è uno spettacolo che non vuole rassicurare. Disorienta, diverte, irrita, coinvolge. È un’opera che interroga lo spettatore più di quanto non cerchi di compiacerlo. La forza del testo sta nel suo coraggio di non funzionare, di mostrarsi come un organismo che si rompe continuamente, che si reinventa nel suo stesso fallimento. Ed è proprio in questa fragilità, in questa “banalità eterna”, che trova la sua verità scenica.

[Immagine di copertina: Boxeur. Foto di Giovanna Villella]



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