Serena Sinigaglia // Lisistrata
Roccelletta di Borgia (Borgia, CZ), 26 luglio 2026, Parco Archeologico Nazionale di Scolacium. In scena Lisistrata di Aristofane. Traduzione Nicola Cadoni. Adattamento Emanuele Aldrovandi e Serena Sinigaglia. Con Lella Costa e con Marco Brinzi, Francesco Migliaccio, Stefano Orlandi, Maria Pilar Pérez Aspa, Giorgia Senesi, Irene Serini. Regia Serena Sinigaglia.
Lo spettacolo, prodotto da INDA e Teatro Carcano, è inserito nell’ambito di Armonie d’Arte Festival, edizione 2026, diretto da Chiara Giordano. Un festival culturale nato nei primi anni del Duemila e diventato, grazie alla capacità visionaria della direttrice artistica, non una semplice rassegna di eventi estivi, ma uno strumento permanente di rigenerazione territoriale, turismo culturale e promozione dell’identità calabrese su scala nazionale.
La Lisistrata di Serena Sinigaglia illumina le rovine di Scolacium con una domanda che continua a bruciare dopo 2500 anni, dopo cioè che il tempo ha visto sfilare guerre antiche e moderne, dalla Grecia classica fino all’Ucraina: perché gli uomini fanno ancora la guerra? “Per non parlare di quelle che non si possono neppure definire guerre, visto che non ci sono degli eserciti che si fronteggiano, ma soltanto uno Stato che massacra un popolo. E noi siamo ancora qui. Siamo ancora qui e non possiamo morire”.
La risposta di Serena Sinigaglia, nell’adattamento scritto insieme a Emanuele Aldrovandi, è semplice solo in apparenza: non prova ad attualizzare Aristofane. Lascia che sia Aristofane ad attualizzare noi. La scenografia, osservata sotto le mura illuminate di blu della basilica normanna di Scolacium, colpisce immediatamente. Quelle grandi anfore disseminate su una struttura metallica, i rocchetti rossi, i vasi, gli oggetti del lavoro quotidiano femminile, sembrano una sorta di altare della civiltà. Non ci sono armi né trofei militari. Solo contenitori. Le anfore sono il simbolo della vita quotidiana: custodiscono acqua, vino, olio, grano. In altre parole, tutto ciò che permette agli uomini di vivere. Vederle svuotate, esposte, quasi in equilibrio precario, suggerisce un’immagine potentissima: la civiltà è fragile, basta una guerra a rovesciarne il contenuto. E “contenere” potrebbe essere il verbo segreto dello spettacolo perché anche le donne “contengono”. Contengono il dolore, l’assenza, l’attesa, la memoria, perfino la rabbia e, soprattutto, la “vita”.
Lella Costa evita qualsiasi tentazione monumentale. La sua Lisistrata non è un’eroina marmorea né una leader carismatica nel senso tradizionale. La sua forza nasce dall’intelligenza e dall’ostinazione.
Non è la donna arguta che escogita uno sciopero del sesso per mettere in crisi gli uomini, è una stratega politica, una mediatrice, una filosofa del quotidiano. Una donna che ha osservato abbastanza a lungo il potere maschile da comprenderne il punto debole. La sua arma non è la seduzione ma la lucidità. La lettura di Sinigaglia e Aldrovandi ci restituisce una Lisistrata sorprendentemente moderna: non combatte il patriarcato per vendetta, combatte la guerra perché la considera una forma di stupidità organizzata. “Noi donne la guerra la paghiamo due volte – dice Lisistrata – quando generiamo i figli e quando li vediamo partire per il fronte”. Ma il suo non è un discorso vittimista, è un ragionamento politico. Quando afferma che il governo della città dovrebbe somigliare al lavoro paziente della tessitura, sta formulando una teoria del potere fondata sull’attenzione, sull’accudimento e sulla ricomposizione dei legami spezzati. È una metafora antica, eppure appare straordinariamente moderna perché ci ricorda che la pace non nasce dalla vittoria ma dalla cura delle relazioni e che compito della politica è ricucire quello che la guerra strappa.
La sua vera arma non è il celebre sciopero del sesso. La sua vera arma è il “logos”, la parola ragionata, contrapposta all’ossessione muscolare del comando. Infatti, Lisistrata non odia gli uomini, odia il modello culturale che li educa al dominio. Ed è qui che il testo di Aristofane diventa sorprendentemente contemporaneo. Lo sciopero del sesso non è un ricatto erotico, è il gesto politico di una donna che sa che il corpo femminile è sempre stato considerato territorio disponibile e decide di trasformarlo in territorio negoziale. Non baratta il corpo, ne sospende l’accesso per costringere gli uomini a parlare e parlarsi.
Marco Brinzi, Francesco Migliaccio, Stefano Orlandi, Maria Pilar Pérez Aspa, Giorgia Senesi e Irene Serini formano un ensemble affiatatissimo. La regia sfrutta magnificamente il meccanismo del teatro nel teatro: gli anziani che da 2500 anni rievocano la presa dell’Acropoli litigano continuamente per chi debba interpretare un ruolo, interrompono la rappresentazione, commentano la storia, si dimenticano le battute, discutono sulla verosimiglianza.
Gli uomini appaiono spesso ridicoli, mai, però, caricaturali. Sono vittime di una cultura che identifica la virilità con il comando, il desiderio con il possesso, il potere con la forza.
Persino Cinesia, nella celeberrima scena della seduzione con Mirrine – continuamente rimandata – suscita più tenerezza che derisione.
Tuttavia, l’idea più felice dell’adattamento è, forse, quella di inserire nella vicenda esempi storici reali di donne che hanno contribuito alla pace, dall’antico trattato di Kadesh fino al movimento femminile liberiano guidato da Leymah Gbowee “NO MORE WAR WE WANT PEACE”, per dimostrare che la mediazione non è un’eccezione quanto una possibilità concreta della storia.
Con la sua “Lisistrata” Lella Costa offre, così, una delle interpretazioni più intense della sua carriera recente. Trasformando la protagonista in una figura che unisce ironia, autorevolezza e vulnerabilità, ci ricorda, nel finale, che “La pace non è un’utopia da sognare, ma un lavoro da costruire. E la speranza non è aspettare che qualcuno lo faccia al posto nostro: è continuare ostinatamente a tessere il filo, anche quando il telaio della storia sembra irrimediabilmente spezzato.”


