Arti Performative

Carmentalia / La Confraternita del Chianti // “Leviatano”

Giovanna Villella

Lo scorso 29 novembre, al Teatro Comunale Grandinetti di Lamezia Terme, è andato in scena per Vacantiandu Fest (direzione artistica di Nico Morelli ed Ercole Palmieri) lo spettacolo Leviatano di Riccardo Tabilio, Compagnia Carmentalia / La Confraternita del Chianti, interpretato da tre “cantattori” straordinari: Giulio Forges Davanzati, Alessia Sorbello, Andrea Trovato. Regia Marco Di Stefano. Produzione Dracma – Centro sperimentale di arti sceniche. Spettacolo vincitore del bando Ndn 2020-2021.

C’è una strana e irresistibile malinconia nel ridere dell’idiozia altrui. Leviatano parte proprio da qui, un episodio così assurdo da sembrare una leggenda metropolitana: la vicenda di McArthur Wheeler, il quarantaquattrenne incensurato che nel 1995, a Pittsburgh, rapina due banche a volto scoperto convinto che il succo di limone potesse renderlo invisibile alle telecamere.
L’arresto di Wheeler ispirò i professori David Dunning e Justin Kruger, spingendoli a formalizzare l’Effetto Dunning-Kruger: la teoria secondo cui l’incompetenza su un dato argomento o campo porta inevitabilmente a una sopravvalutazione delle proprie capacità. Sebbene la teoria si focalizzi sulla dispercezione individuale, lo spettacolo la impiega per affondare lo sguardo nella stupidità come forza che trapassa la storia, la politica e la società odierna, disegnando una sorta di geografia dell’ego contemporaneo. Con un’ironia mai banale, il testo scava nel punto cieco che accomuna Wheeler a molti di noi: il bisogno disperato di non sentirsi tagliati fuori.
Il titolo, Leviatano, non si limita al riferimento al mostro di Stato teorizzato da Thomas Hobbes – la figura creata dagli uomini rinunciando alla libertà in cambio di ordine e protezione – ma evoca anche il romanzo omonimo di Paul Auster del 1992, in cui il protagonista si scaglia contro il sistema. Così, in una inversione concettuale di grande peso drammaturgico, McArthur Wheeler incarna l’antitesi dell’eroe austero e consapevole. La sua non è una rivoluzione politica lucida, ma una “piccola rivoluzione” individuale contro gli ingranaggi del sistema, intrapresa, paradossalmente, nella massima ignoranza e autoinganno. La stupidità, in questo contesto, emerge come l’ultima, disperata strategia di opposizione all’ingranaggio che ha emarginato l’individuo.
Lo spettacolo rilegge il “caso Wheeler” non come una macchietta, ma lo trasforma in una metafora teatrale sulla fragilità umana, sul bisogno di sentirsi all’altezza, su quel crinale scivoloso in cui l’incompetenza sconfina nell’autoinganno. Una sorta di prisma che, inclinato alla luce giusta, rimanda le distorsioni percettive di un’epoca intera.
Accanto a un coro di umanità sghemba: detective maldestri, poliziotti eccessivamente diligenti, bancari che assaporano il loro quarto d’ora di celebrità e testimoni “strafatti”, la regia sceglie una struttura narrativa stratificata, sovrapponendo cronaca, digressioni pseudo-filosofiche e lampi di comicità grottesca. Ogni cambio di registro è sostenuto da un’architettura sonora anni Novanta che non è semplice nostalgia quanto codice emotivo. Il rock graffiato dei Nirvana, la rabbia trattenuta degli Smashing Pumpkins, l’energia nervosa dei System of a Down diventano la voce interiore dell’inadeguatezza; mentre il pop degli Oasis, di Alanis Morrissette o persino degli Aqua tratteggia l’altra faccia del decennio: l’illusione ottimistica, la giovinezza convinta che tutto sia possibile.
La scenografia video di Antonio Simone Giansanti e il disegno luci di Enzo Biscardi modellano un ambiente frastagliato e post-moderno, perfettamente in linea con l’immaginario del decennio. L’intreccio tra immagini, sorgenti luminose e musica rock eseguita dal vivo imprime alla scena un ritmo serrato, un’energia visiva che rimanda spesso all’estetica dei videoclip musicali.
Sul piano attoriale, il lavoro è corale e calibrato: nessun interprete indulge in caricature facili, e anche i momenti più grotteschi conservano una dimensione tragicamente umana. I tre attori si confermano performer completi, in grado di reggere l’ibridazione di generi e registri che il testo richiede. La loro abilità nel passare con estrema rapidità da un personaggio grottesco all’esecuzione energica di un brano rock – un cambio che implica una vera e propria riconfigurazione del corpo e della presenza scenica – diventa il motore principale della vitalità e della tensione dinamica dello spettacolo che si avvale di un dispositivo scenico essenziale e permette alla narrazione di fluire con leggerezza tra finzione e piani di realtà.
Leviatano è un lavoro intelligente e ironico ma anche sorprendentemente tenero. Una riflessione sulla stupidità che non si limita a condannarla, ma la osserva come fenomeno culturale, emotivo e generazionale. Ne emerge un teatro che diverte e inquieta, che scuote e fa pensare, capace di far risuonare quel lontano 1995 come uno specchio perfetto del nostro tempo. Un tempo in cui, come Wheeler, rischiamo ogni giorno di usare il succo di limone nella speranza di diventare invisibili o, forse, solo di sentirci finalmente visti.



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