Roma, “Voyeurs” di scena al Teatrosophia: intervista al regista Mauro Toscanelli
Da stasera, 28 ottobre a domenica 1° novembre, proseguono al Teatrosophia a Roma le repliche di Voyeurs: dall’omonimo testo dello scrittore, drammaturgo, giornalista e poeta prematuramente scomparso nel ’97 Luigi Amendola, la regia e drammaturgia musicale di Mauro Toscanelli, con Fabio Fantozzi, Masaria Colucci, Francesco Perinelli, Titti Cerrone, Massimo Napoli, Adriano D’Amico, Roberta Bobbi e Valentina Rancini, una produzione Melanchòlia Teatro.
In una strada di periferia confluiscono «una donna peripatetica ansiosa, un ubriaco laido e alla deriva, una prostituta, un giornalista a caccia di scoop, un domatore, un vigile del fuoco e una donna militante a salvaguardia della morale pubblica», sette microcosmi che, pur trovandosi casualmente nello stesso tratto di strada, non riescono a interagire autenticamente tra loro, ciascuno chiuso nel proprio individualismo e nel proprio «”sbrodolamento” dialettico».
Reciprocamente sconosciuti, si trovano a dover fronteggiare insieme un evento apparentemente tragico: un uomo (o forse una donna) sembra volersi suicidare sospeso sul cornicione di un palazzo adiacente. Ci si aspetterebbe una coesione tesa a evitare la tragedia; eppure ognuno resta pressoché indifferente, impegnato com’è a parlarsi addosso, tra sofismi e assurdi dialoghi esistenziali.

Ne abbiamo parlato con il regista Mauro Toscanelli (in foto).
Il testo di Luigi Amendola, scritto negli anni ’90, è lo specchio tragico della società odierna in cui individualismo, egoismo e incomunicabilità empatica imperano in un mare di indifferenza collettiva. Sono trascorsi molti anni dalla sua composizione, eppure il richiamo all’attualità è fortissimo. Come si è imbattuto in questo testo e cosa l’ha convinto a portarlo su un palcoscenico?
Ho avuto la fortuna, nel 1996, di partecipare come attore, nel ruolo del Giornalista, all’allestimento che di Voyeurs fece il regista Sergio Romano. Da quel momento, i temi trattati da Amendola nel testo e la fortuna che mi portò a livello professionale, hanno fatto scaturire in me la necessità di riproporlo al pubblico sebbene da un’altra ottica, quella registica, la quale, nel corso di tutti gli anni nel frattempo trascorsi, ha avuto modo di affinarsi e consolidarsi.
Mi sembra che questo testo, da quanto leggo, ricordi un po’ un altro testo teatrale, famoso con il titolo francese, La Ronde di Arthur Schnitzler (in Italia Girotondo), trasferito anche sul grande schermo nel 1950 da Max Ophüls. Anche qui si parte dalla strada, da legami apparentemente casuali, legami amorosi, sessuali. Cosa ne pensa, ci trova anche Lei delle affinità?
Sì, ritengo che vi siano delle affinità filologiche tra Voyeurs e Girotondo: l’ammiccamento continuo al Teatro dell’Assurdo, l’apparizione alla spicciolata in scena di variegati esseri umani, la costruzione dei personaggi come maschere della Commedia dell’Arte, il richiamo alla dimensione circense. Pur tuttavia nel testo (splendido) di Schnitzler è meno evidente, rispetto a Voyeurs, l’elemento poetico, lirico, “impressionista” direi dal punto di vista figurativo, che invece permea tutta la produzione drammaturgica di Luigi Amendola.
Dello spettacolo firma anche la drammaturgia musicale. Ce la descrive?
Negli spettacoli che dirigo, vi è una scelta capillare e meticolosa dei brani musicali, originali o di repertorio, che compaiono in scena, non come tappetini o commenti musicali per sottolineare alcuni momenti, bensì come coprotagonisti al pari degli attori/attrici e del disegno luci. Accanto alla partitura drammaturgica vi è sempre accanto una partitura musicale della quale rivestire e nella far muovere i personaggi, rendendo la narrazione, a tratti, cinematografica. In Voyeurs ho spaziato da Max Richter a Eleni Karaindrou a Vangelis e Aubry.
Che percorso ha fatto finora questo spettacolo e quali sono, saranno, i programmi futuri della compagnia?
Il percorso finora vissuto è stato, per me, sorprendentemente eclatante: non mi attendevo, in tutta sincerità, un riscontro così positivo da parte di pubblico e critica. Ritengo che tutto ciò scaturisca dal forte afflato che si è creato spontaneamente durante il periodo di prove, in cui ciascun attore/attrice si è messo a completa disposizione del testo e dell’obiettivo finale, affidandosi ciecamente, e io a loro, alla direzione registica. A tal proposito mi si consenta di ricordare uno per uno gli artisti che hanno partecipato con la loro anima e professionalità a questo progetto: il rigoroso Fabio Fantozzi, l’estrosa e inesauribile Masaria Colucci, l’umile e talentuoso Francesco Perinelli, l’energica presenza scenica e umana di Titti Cerrone, l’ottimo, eclettico e versatile Massimo Napoli, l’intelligente ironia di Adriano D’Amico, la forte capacità espressiva di Roberta Bobbi e, infine, la dolcezza incisiva, per il ruolo che ricopre, della danzatrice Valentina Rancini. Una menzione particolare a Gloria Mancuso con la quale è stato realizzato il disegno luci e l’efficace supporto dell’ufficio stampa Andrea Cavazzini. Visto il successo finora realizzato, sto pensando di “esportarlo” al di fuori della piazza romana.


