Il Buskers Festival 2026 e il paradosso dell’arte di strada
Anche quest’anno, dal 26 al 30 agosto, le strade e le piazze della città di Ferrara hanno ospitato il Buskers Festival, il consueto appuntamento con gli artisti di strada che ha tagliato il traguardo della sua trentanovesima edizione. Centinaia gli artisti presenti, 43 i laboratori e i workshop per adulti e bambini, tra cui “EcoJungle”, un contenitore di talk, workshops e reading, all’interno del Festival stesso, per sensibilizzare al tema del cambiamento climatico. La città di Ferrara come palcoscenico delle tante esibizioni; da piazza Trento e Trieste alle mura del castello Estense, ogni ora un cambio di guardia: artisti diversi ed esibizioni diverse si alternano al cospetto di un pubblico incuriosito e partecipe, fatto tanto da adulti quanto da giovani e giovanissimi.
Nell’arco delle cinque sere del festival si alternano musicisti provenienti da ogni angolo del mondo. Solo per citarne alcuni: i Bakandeya dalla Spagna, un gruppo di world music composto da violino e percussioni varie, “Grange boy”, dalla Romania che raccoglie intorno a sé un folto gruppo di persone incuriosite dalla macchina delle percussioni. E ancora, il berlinese “Gray Contrast”: tastiera, voce, sintetizzatore e tanta energia. Le piazze di Ferrara però, come da tradizione, non ospitano soltanto musicisti, ma anche clown, giocolieri, mimi, danzatori, cartomanti e illustratori. Alla categoria danza, ad esempio, appartiene l’artista cinese LaiYee, un flow artist che integra arte coreutica e tecniche circensi o “lo scrittore della strada” che dedica lunghi tautogrammi realizzati in base alle iniziali del nome di chi gli si avvicina incuriosito.
Il Buskers è quindi un’ ecosistema di arte, ecologia e incontri, un appuntamento diventato col tempo un rito dell’estate ferrarese. Ma esso è ormai anche un evento diverso da quello iniziato quasi spontaneamente nel 1987. Esso nasce infatti dall’ intuizione del musicista e artigiano ferrarese Stefano Bottoni ed in seguito ad un articolo de “Il resto del Carlino” che denunciava l’ allontanamento di alcuni artisti di strada da parte della polizia municipale.
Parliamo con alcuni abitanti del posto: ci raccontano che una volta il festival era disseminato in ogni angolo della città, comprese le stradine periferiche; poi con la pandemia del 2020 la manifestazione cambia aspetto, gli eventi vengono raccolti nel perimetro del centro storico e delimitati da transenne. Al racconto però non seguono polemiche; c’è chi comprende piuttosto la necessità di tutelare un evento divenuto ormai storico, anche fissando un costo per accedere agli spettacoli. Il festival risulta infatti un appuntamento frequentato tanto da giovani quanto da famiglie e così com’è concepito è capace di creare un contesto tranquillo e fruibile, dove ciascuno può godere delle esibizioni in totale serenità.
L’organizzazione appare infatti efficiente, gli artisti si succedono rapidamente nelle proprie esibizioni, il mercatino accompagna gli spettatori lungo il tragitto da uno spettacolo all’altro, l’area food è ben fornita e frequentata e dalla mezzanotte tutto viene confinato all’interno delle mura del castello con la musica e l’intrattenimento del “dopofestival”. Gli spettacoli, inoltre, sono inseriti in un più ampio ambito di riflessione sul ruolo riconosciuto alle arti nel tenere insieme i legami comunitari e nel sostenere il senso di appartenenza e di tutela del territorio. L’ immagine che ne risulta è quindi quella di un evento, sì tranquillo e sicuro, ma, in alcuni momenti, si ha come la sensazione che la manifestazione risulti poco, o non sufficientemente, partecipata. Sono diverse infatti le persone che gravitano intorno all’area del centro e che si limitano ad ascoltare la musica stando al di qua delle transenne. Molte affollano bar e locali nelle stradine intorno alla piazza, lasciando il festival solo come sottofondo.
Il motto dell’edizione 2026 “Aspettati l’inaspettato” promette di restituire, nonostante tutto, le ricadute positive che il festival ha storicamente generato: empatia e partecipazione collettiva, confronto, scambio tra culture, educazione alla bellezza e senso d’identità. Ci si chiede però se a lungo andare la privatizzazione dell’evento non rischi involontariamente di tagliare fuori dal festival una parte di comunità, replicando paradossalmente il fenomeno del 1987, dove però questa volta ad essere allontanati non sono gli artisti, ma il pubblico.
“Non è solo un cappello… è l’intesa tra il pubblico ed il suo artista, uniti in un unico spettacolo” .
È questo lo slogan che campeggia in ogni punto del festival e che ricorda allo spettatore il proprio ruolo nel far sì che uno spettacolo avvenga, ma anche nel garantire la sua continuità nel tempo e la protezione dell’ intero ecosistema artistico. Il timore è invece quello che la commercializzazione di una manifestazione come il Buskers che celebra l’arte di strada, rischi di svilire la natura inclusiva ed egualitaria del festival stesso.
È chiaro che gli eventi culturali, come qualsiasi fenomeno sociale, riflettano ed evolvano in risposta ai mutamenti socioculturali, adattandosi di conseguenza a nuovi paradigmi; ciò che andrebbe tutelato è però il principio intorno al quale determinate manifestazioni nascono e, nel caso del Buskers Festival di Ferrara, il principio risiede nella spontaneità e nella gratuità delle manifestazioni artistiche che esso richiama. Chi fa arte in strada elargisce in maniera generosa il proprio talento e la propria passione a persone sconosciute con le quali si instaura per pochi minuti un sentimento di intesa e uno scambio di emozioni che derivano talvolta anche dal fatto che qualcuno possa affacciarsi per la prima volta ad una determinata esibizione, ad una musica mai ascoltata, ad un’acrobazia che non si pensava possibile. In tal senso l’arte di strada è un atto di cura comunitaria ed una possibilità di accesso per tutti, non soltanto per un pubblico pagante.
Ci auguriamo quindi che determinate logiche di preservazione di uno storico evento culturale, per quanto comprensibili, non finiscano col penalizzare la genuinità dell’evento e che in tale contesto, e per le prossime edizioni, il Buskers continui ad essere un’ occasione di incontro e un terreno di scambio tra gli artisti e la comunità.


