Variazioni per Ammutinamenti 2026: a Ravenna la danza è un divenire tra generazioni
Variazioni fa rima con evoluzioni. Dopo ventotto anni dalla sua nascita il Festival Ammutinamenti, dal 2026 ‘Variazioni per Ammutinamenti’, mostra un cambio di nome che è lo specchio di una linea progressiva e di un grande ampliamento della sua visione. Protagonista di questa crescita è la direzione artistica di Giulia Melandri e Francesca Serena Casadio, il cui intuito estende la programmazione anche alla formazione della cittadinanza e degli istituiti scolastici tramite nuove pratiche e modalità di relazione tra spazio, tempo, territorio e corpo.
Esempio perfetto di queste ramificazioni è la Vetrina della giovane danza d’autore che abita il centro della città di Ravenna dal 10 al 12 settembre. Le creazioni selezionate dai partner del Network Anticorpi XL ci mostrano una generazione in divenire. Alcuni di questi lavori sembrano percorrere una transizione che è quella dei nostri giovani e giovanissimi. La loro è una generazione ponte, priva di certezze, fluida (per libera scelta o per sopravvivenza) per eccellenza e motore di una costante e inquieta ricerca. Dalla nostalgia tutta concettuale dei Millenials alla fluidità estrema dei Gen Z, la giovane danza del 2026 ci racconta le proprie urgenze, memorie e intimità nei principali poli culturali del centro ravennate.

Fuga BWV 565 di Gaetano Palermo e Michele Petrosino. Foto di Emma Graziani
ll Museo Nazionale di Ravenna presta la sua sala del Refettorio a Fuga BWV 565 di Gaetano Palermo e Michele Petrosino. Come in un ingranaggio, l’infinita corsa su tapis roulant di Petrosino si fa metafora dell’angoscia giovanile di restare fermi mentre tutto scivola via sotto i nostri occhi (e i nostri piedi), dove il sudore e la fatica non possono cessare, pena, una rovinosa caduta. Dunque, via libera a riscaldamento, stretching e scatti da centometrista mentre le note barocche di Bach supportano l’atleta, instancabile uomo contemporaneo. La musica diventa la vera coreografia di una corsa che invece resta, a sua volta, mero sottofondo.

settembre non arriverà mai di Noemi Piva. Foto di Emma Graziani
Al Teatro Rasi con settembre non arriverà mai di Noemi Piva. Modernissimo e avanguardista il testo risulta criptico e carico di rimandi alla fantasia e all’infanzia. Volutamente sconnesso nella parola e nel movimento, offre al pubblico il pensiero di un corpo in crescita che, ricordando l’infanzia, offre molteplici chiavi di lettura del mondo.
Protagonisti della Vetrina sono poi vari duetti come WOLKEN di Alessandro Giaquinto con Laura Miotti e Giovanni Karol Borriello. Nostalgia rigenerativa, identità e senso di appartenenza sono le parole chiave di questa coreografia affannata in cui i due danzatori, tra vari incastri squadrati delle braccia, sembrano tentare di costruire-ricostruire qualcosa di un tempo lontano. Incarnano il nomadismo più totale, fisico e digitale, e il profondo e inesaudito desiderio di stabilità.

When We Collide di e con Alessio Damiani, in scena con Yamil Ortiy. Foto di Emma Graziani
Ma in questa vetrina spiccano anche altri due duetti, stavolta al maschile: When We Collide di e con Alessio Damiani, in scena con Yamil Ortiy e MUGA di e con Francesco Paolino accompagnato da Tom Blanc. Si tratta di due lavori di notevole potenza coreografica. Concettuali e meditativi, riflettono su come l’Io si dissolva nel Noi, sulla distruzione dell’Ego. Particolarmente romantico è il lavoro di Damiani che ci parla della caducità dei rapporti, della fugacità dell’amore che incastra i due danzatori nella stessa maglietta. Metafora di intensità e fusione, la coreografia assembla i movimenti di due nell’Uno. Potrebbe forse richiamare la (tanto abusata ed esasperata nel linguaggio dei social e della psicologia delle relazioni) tossicità dei legami amorosi. Quando questa unione trova il suo compimento nella separazione si ottiene, in realtà, la liberazione da un abbraccio estremo e potenzialmente distruttivo.
Altrettanto concettuale ma molto meno romantico è Love Parade di Glenda Gheller con Pietro Di Salvo e Nunzio Saporito, una sfilata di figure che rappresentano le tante sfaccettature dell’amore. Caotico, movimentato, ritmicamente variegato, il lavoro è una parata carnevalesca delle emozioni che nascono dall’equilibrio per contrappeso tra le teste dei due danzatori. Appoggiati l’uno alla fronte dell’altro fanno roteare i loro corpi con micro movimenti spiraleggianti che diventano un vortice sempre più ampio fino a staccarsi completamente come due entità autonome. In questo, così come negli altri duetti, emerge come linea comune il contrasto tra fusione e separazione, appartenenza e paura dell’abbandono, passato e presente, cura e fragilità. È il tema, ancora una volta, dell’evoluzione del sentimento amoroso nell’ultimo trentennio, dall’unione romantica alla fluidità totale, uno sguardo al futuro dell’amore universale.

Marta Magini in Swinging Is Like Saying No No No. Foto di Emma Graziani
La Fondazione Saba per l’arte ospita invece la danza-scultura di Marta Magini che presenta Swinging Is Like Saying No No No. Questa performance, tutta minimalista e dal sapore un po’ anni Ottanta, si costruisce attorno a micro-movimenti del capo che fanno incessantemente piccoli cenni di no. All’aumentare dell’intensità di questo movimento isolato e ossessivo seguono forme che lentamente si costruiscono con Magini quasi sempre a terra, in tensione sui quadricipiti o in ginocchio. La misura, mai scomposta, dei movimenti degli arti e del torace della danzatrice, contrasta le micro-oscillazioni della sua testa e crea una nuova architettura del corpo, esplorandone le disarticolazioni e rivelandone le possibili contraddizioni.
Alle Artificerie Almagià, ex magazzino e oggi importante centro di riferimento culturale di Ravenna, chiude la vetrina Sandpit con Simone Lorenzo Benini e Miriam Budzàkovà. Tra sabbia, cioccolato, oggetti trasgressivi, giocattoli infantili, pensieri ricchi di ambiguità prendono forma nei corpi dei due performer. Come due lottatori di sumo si fanno resistenza l’uno contro l’altra attraverso il loro stesso peso, si provocano, si eccitano, si strattonano e sporcano. Disegnano impulsi umani, affossando nella sabbia i loro corpi, solcandola con i loro movimenti. Il pubblico ride, talvolta visibilmente imbarazzato, eppure partecipa con i due artisti alle loro paure e desideri, soffre con loro il fastidio della sabbia negli occhi e del sudore, si eccita nella loro stessa libido ricordando che ormai tra i giovani, nel bene e nel male – nella vita come nel teatro – purtroppo o per fortuna, tutto è concesso.
[Immagine di copertina: WOLKEN di Alessandro Giaquinto con Laura Miotti e Giovanni Karol Borriello. Foto di Emma Graziani]


