Uno “Schiaccianoci” ‘fatto a mano’ da Bigonzetti per MM Contemporary Dance Company
L’immancabile appuntamento con la danza nel periodo natalizio non poteva che essere con il balletto del 1892 Lo Schiaccianoci. La celebre fiaba di Hoffmann e le melodie di Čajkovskij ispirano questa volta il genio di Mauro Bigonzetti, firma indiscussa della danza contemporanea italiana nel mondo e già da anni autore di numerose riletture di classici del balletto. In scena al LAC di Lugano dal 19 al 21 dicembre – e prossimamente in scena a Modena (Teatro Pavarotti, 18 gennaio) e a Reggio Emilia (Teatro Valli, 24 e 25 gennaio) – il suo Schiaccianoci è il frutto della collaborazione con la MM Contemporary Dance Company diretta da Michele Merola. La compagnia, fiore all’occhiello del panorama della danza contemporanea italiana, ha sede a Reggio Emilia, da sempre città iconica per la danza e luogo sicuramente caro a Bigonzetti che ha danzato nella storica compagnia Aterballetto per poi divenirne coreografo e direttore artistico. Ovviamente questa è solo una delle prestigiose collaborazioni del coreografo italiano, così come la Direzione del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala e tante altre nel mondo. Ma la collaborazione tra Bigonzetti e MMCDC, già da anni frutto di stima reciproca e intimo dialogo artistico, rivela tutta la sua autenticità in questa creazione dal titolo senza tempo e valorizza i danzatori anche giovanissimi di Michele Merola. Differenti nelle fisicità, con corpi vigorosi ma dalle linee guizzanti, tecnicamente potentissimi, essi portano una coralità che risulta vincente e momenti d’insieme di grande spessore coreografico. La compagnia, ampliata nel suo organico per questa produzione targata LAC, oltre all’elevatissimo livello tecnico, conserva i tratti distintivi di un concetto coreografico tutto italiano di grande realismo e umanità e sa utilizzare allo stesso tempo una gestualità ‘sensibile’ e una mimica facciale cariche di quella semplicità e freschezza teneramente infantile, tipica di ogni Schiaccianoci che si rispetti. Vi è, infatti, una gestualità delle mani che rimanda a giochi, vezzi, carezze, pizzichi, solletichi tipici dell’infanzia.
Il balletto resta inalterato nella trama e nella partitura musicale (resa preziosissima dall’Orchestra della Svizzera Italiana diretta da Philippe Bèran e il coro angelico dei bambini diretti da Brunella Clerici) ma Bigonzetti , da geniale visionario quale è, innova nella coreografia. La danza, spogliata dell’affettata pantomima ottocentesca, assume il ruolo di protagonista assoluta. Tuttavia, Bigonzetti fa un passo ulteriore e compie nel legame tra questa e tutti gli altri elementi scenici un lavoro artigianale che potremmo definire handmade, ‘fatto a mano’.
I movimenti sono in forte contrasto con la musica melodiosa e sognante di Čajkovskij, non più colonna sonora di danze leggiadre sulle punte. Lo Schiaccianoci che il gotico e raffinato Drosselmayer, per l’occasione en travesti, dona alla piccola Clara è una marionetta, un ventriloquo buffo che richiama l’attenzione sempre sulle mani. Ancora un richiamo al lavoro manuale è un corpo di ballo fatto di cuochi attrezzati con arnesi da cucina che preparano pietanze prelibate per la festa di Natale e combattono l’immancabile battaglia con i topi a suon di matterello, compattandosi in un esercito culinario che rimanda a natali ambientati in cucine dal fascino antico, feste di famiglie affollate e notti trascorse tra sogni e inquietudini.
Anche le danze di carattere, sempre presenti nel secondo atto, valorizzano i solisti nella loro capacità d’insieme senza però rinnegare appunto i ‘caratteri’ delle loro danze nazionali, tendenza tipica del balletto tardo-ottocentesco ma che qui diventa una carrellata di veri e propri ricordi ‘artigianali’. Oltre agli intramontabili valzer del fiocchi di neve e valzer dei fiori anche le danze del primo atto, tra marce e polke, sono interpretate da cuochi, topi, personaggi bambini e adulti indefiniti che rievocano l’infanzia, il gioco, l’attesa del natale e della festa e ripercorrono la propria crescita attraverso l’esperienza sensibile, l’uso della voce e della risata. L’immaginario evocato stimola i cinque sensi.
Le innovazioni di Bigonzetti non tralasciano ovviamente il rapporto tra danza e tecnologia. I costumi atemporali di Lois Swandale & Kristopher Millar non hanno uno stile preciso, si ispirano all’ecosostenibilità dei materiali e all’inclusione di genere. Anche le scenografie di Carlo Cerri, tra proiezioni barocche e grafiche elettroniche non lasciano identificare un’epoca precisa, conferendo alla fiaba il giusto mistero che avvolge tradizionalmente il balletto e il richiamo al tema del sogno, ad atmosfere e ricordi infantili che ogni spettatore può però costruire e personalizzare.
Il taglio psicologico e il passaggio dall’infanzia all’età adulta, ricorrente in tante versioni del balletto, qui viene enfatizzato e Bigonzetti, come sempre attento all’animo umano e alle sue pieghe e sfumature, lo fa coincidere con la scoperta dell’amore. Clara danza infatti con genuinità e infantilismo nel primo atto, gioca come una bimba ma conquista la sua piena maturazione psicofisica e adultità nel passo a due finale con il suo Principe. Questo momento è sicuramente l’apoteosi del genio coreografico di Bigonzetti che fa danzare ai due protagonisti un amore maturo, alla pari, dove il movimento nasce allo stesso modo, uomo e donna sentono il loro peso in egual misura, senza prevaricare sull’altro e, soprattutto, senza mai cadere nella tendenza coreografica, ormai eccessivamente banalizzata, del genderless. Tutti i danzatori di entrambi i sessi si equivalgono nella danza. Bigonzetti conserva le loro peculiarità ma le enfatizza, al di là dell’uso dei costumi o dei ruoli di genere. Anche qui si rivela la sua cura artigianale nella fusione con un impianto tradizionale che non ignora l’evoluzione di ogni aspetto spettacolare.
[Immagine di copertina: foto di Luca Del Pia]


