Arti Performative Focus

Uno “Schiaccianoci” ‘fatto a mano’ da Bigonzetti per MM Contemporary Dance Company

Roberta Leo

L’immancabile appuntamento con la danza nel periodo natalizio non poteva che essere con il balletto del 1892 Lo Schiaccianoci. La celebre fiaba di Hoffmann e le melodie di Čajkovskij ispirano questa volta il genio di Mauro Bigonzetti, firma indiscussa della danza contemporanea italiana nel mondo e già da anni autore di numerose riletture di classici del balletto. In scena al LAC di Lugano dal 19 al 21 dicembre – e prossimamente in scena a Modena (Teatro Pavarotti, 18 gennaio) e a Reggio Emilia (Teatro Valli, 24 e 25 gennaio) – il suo Schiaccianoci è il frutto della collaborazione con la MM Contemporary Dance Company diretta da Michele Merola. La compagnia, fiore all’occhiello del panorama della danza contemporanea italiana, ha sede a Reggio Emilia, da sempre città iconica per la danza e luogo sicuramente caro a Bigonzetti che ha danzato nella storica compagnia Aterballetto per poi divenirne coreografo e direttore artistico. Ovviamente questa è solo una delle prestigiose collaborazioni del coreografo italiano, così come la Direzione del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala e tante altre nel mondo. Ma la collaborazione tra Bigonzetti e MMCDC, già da anni frutto di stima reciproca e intimo dialogo artistico, rivela tutta la sua autenticità in questa creazione dal titolo senza tempo e valorizza i danzatori anche giovanissimi di Michele Merola. Differenti nelle fisicità, con corpi vigorosi ma dalle linee guizzanti, tecnicamente potentissimi, essi portano una coralità che risulta vincente e momenti d’insieme di grande spessore coreografico. La compagnia, ampliata nel suo organico per questa produzione targata LAC, oltre all’elevatissimo livello tecnico, conserva i tratti distintivi di un concetto coreografico tutto italiano di grande realismo e umanità e sa utilizzare allo stesso tempo una gestualità ‘sensibile’ e una mimica facciale cariche di quella semplicità e freschezza teneramente infantile, tipica di ogni Schiaccianoci che si rispetti. Vi è, infatti, una gestualità delle mani che rimanda a giochi, vezzi, carezze, pizzichi, solletichi tipici dell’infanzia.

Il balletto resta inalterato nella trama e nella partitura musicale (resa preziosissima dall’Orchestra della Svizzera Italiana diretta da Philippe Bèran e il coro angelico dei bambini diretti da Brunella Clerici) ma Bigonzetti , da geniale visionario quale è, innova nella coreografia. La danza, spogliata dell’affettata pantomima ottocentesca, assume il ruolo di protagonista assoluta. Tuttavia, Bigonzetti fa un passo ulteriore e compie nel legame tra questa e tutti gli altri elementi scenici un lavoro artigianale che potremmo definire handmade, ‘fatto a mano’.

I movimenti sono in forte contrasto con la musica melodiosa e sognante di Čajkovskij, non più colonna sonora di danze leggiadre sulle punte. Lo Schiaccianoci che il gotico e raffinato Drosselmayer, per l’occasione en travesti, dona alla piccola Clara è una marionetta, un ventriloquo buffo che richiama l’attenzione sempre sulle mani. Ancora un richiamo al lavoro manuale è un corpo di ballo fatto di cuochi attrezzati con arnesi da cucina che preparano pietanze prelibate per la festa di Natale e combattono l’immancabile battaglia con i topi a suon di matterello, compattandosi in un esercito culinario che rimanda a natali ambientati in cucine dal fascino antico, feste di famiglie affollate e notti trascorse tra sogni e inquietudini.

Anche le danze di carattere, sempre presenti nel secondo atto, valorizzano i solisti nella loro capacità d’insieme senza però rinnegare appunto i ‘caratteri’ delle loro danze nazionali, tendenza tipica del balletto tardo-ottocentesco ma che qui diventa una carrellata di veri e propri ricordi ‘artigianali’. Oltre agli intramontabili valzer del fiocchi di neve e valzer dei fiori anche le danze del primo atto, tra marce e polke, sono interpretate da cuochi, topi, personaggi bambini e adulti indefiniti che rievocano l’infanzia, il gioco, l’attesa del natale e della festa e ripercorrono la propria crescita attraverso l’esperienza sensibile, l’uso della voce e della risata. L’immaginario evocato stimola i cinque sensi.

Le innovazioni di Bigonzetti non tralasciano ovviamente il rapporto tra danza e tecnologia. I costumi atemporali di Lois Swandale & Kristopher Millar non hanno uno stile preciso, si ispirano all’ecosostenibilità dei materiali e all’inclusione di genere. Anche le scenografie di Carlo Cerri, tra proiezioni barocche e grafiche elettroniche non lasciano identificare un’epoca precisa, conferendo alla fiaba il giusto mistero che avvolge tradizionalmente il balletto e il richiamo al tema del sogno, ad atmosfere e ricordi infantili che ogni spettatore può però costruire e personalizzare.

Il taglio psicologico e il passaggio dall’infanzia all’età adulta, ricorrente in tante versioni del balletto, qui viene enfatizzato e Bigonzetti, come sempre attento all’animo umano e alle sue pieghe e sfumature, lo fa coincidere con la scoperta dell’amore. Clara danza infatti con genuinità e infantilismo nel primo atto, gioca come una bimba ma conquista la sua piena maturazione psicofisica e adultità nel passo a due finale con il suo Principe. Questo momento è sicuramente l’apoteosi del genio coreografico di Bigonzetti che fa danzare ai due protagonisti un amore maturo, alla pari, dove il movimento nasce allo stesso modo, uomo e donna sentono il loro peso in egual misura, senza prevaricare sull’altro e, soprattutto,  senza mai cadere nella tendenza coreografica, ormai eccessivamente banalizzata, del genderless. Tutti i danzatori di entrambi i sessi si equivalgono nella danza. Bigonzetti conserva le loro peculiarità ma le enfatizza, al di là dell’uso dei costumi o dei ruoli di genere. Anche qui si rivela la sua cura artigianale nella fusione con un impianto tradizionale che non ignora l’evoluzione di ogni aspetto spettacolare. 

[Immagine di copertina: foto di Luca Del Pia]



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