La danza di Terreni Creativi Festival ad Albenga: nel segno dell’Europa
Ad Albenga si respirano la semplicità di una cittadina bianca e chiara come il suo nome, un tempo che scorre lento, l’identità contadina di un paese affacciato sul mar ligure, i profumi delle erbe aromatiche delle aziende agricole. Si assaporano anche i ritmi più vivaci di una comunità presente, partecipe, che guarda con affetto a una sua creatura, che quest’anno ha spento sedici candeline.
Si tratta di Terreni Creativi Festival / Plurale, il festival realizzato da Terreni Creativi Aps in collaborazione con Kronoteatro. L’edizione 2025, tenutasi ad Albenga dal 31 luglio al 3 agosto, vede alla direzione artistica del festival Francesca Foscarini per la danza, Francesca Sarteanesi e Maurizio Sguotti per il teatro e Manuele Roberto per la musica, una squadra che sembra aver dato una linea unitaria al festival nella sua programmazione e nel suo spirito.
E come spesso accade in questi eventi si incontrano arte e comunità, spettacolo e territorio. Così la semplicità di un piccolo comune s’intreccia ad una programmazione artistica pensata per volgere lo sguardo verso l’Europa. La danza del festival è chiara in tal senso (nonostante la danza, per sua natura, dissemini spesso dubbi e incongruenze sul suo significato, specie tra il pubblico più profano) e introduce negli spazi dell’azienda Bio Vio, in cui si tengono gli spettacoli del festival, un corpo culturale, politico, europeo.

Loraine Dambermont. Foto di Luca Del Pia
Terreni Creativi si apre con la prima nazionale di Toujours de ¾ face!, di e con Loraine Dambermont. Il titolo suggerisce la posizione di 3/4, definita da Johnny Cadillac, ex karateka belga, come la postura difensiva definitiva. Da quest’ultima la performer belga, in felpa e calzoncini da allenamento, ricerca ossessivamente perfezione e controllo rendendo la sua danza una sorta di manuale di autodifesa raffinato e ironico. Dietro di lei una voce francese fornisce le indicazioni attraverso cui la danzatrice costruisce il suo assolo. In soli venti minuti condensa movimenti brevi e scattanti alternando minimalismo e parossismo. Costruisce meticolosamente sulla partitura musicale forme coreografiche precisissime (un chiaro riferimento al legame tra danza e arti marziali). Lavorando sugli accenti scattanti della musica, le isolazioni dell’hip hop e le contrazioni del contemporaneo, rivela l’identità coreutica belga tra esercizio di stile e realismo.

Gennaro Lauro. Foto di Luca Del Pia
Più poetico e filosofico è invece SARAJEVO – la strage dell’uomo tranquillo, il lavoro del danzatore Gennaro Lauro, unico interprete in scena. Nelle note di coreografia si legge ‘un solo per non essere solo’, una contraddizione che rispecchia pienamente l’angoscia dell’uomo contemporaneo che vive in una totale solitudine emotiva, sociale, lavorativa. Attraverso la danza l’uomo ricerca disperatamente uno spazio e un tempo per evadere da questa condizione. La guerra d’Europa è un conflitto silenzioso, la guerra interiore in cui ogni essere umano è coinvolto dal macro al micro nel suo personalissimo sistema. Lo dice bene il corpo del danzatore che si contorce e si nega al pubblico, gli mostra le spalle, danza curvo rivolto al suolo, salvo poi terminare l’assolo in piedi distendendo le braccia e invitando gli spettatori ad un abbraccio lento e infinito. Il suo corpo si fa metacognitivo, analizza il pensiero, le sue pieghe psicologiche attraverso un corpo che si accartoccia su sé stesso, si distrugge, soccombe alla guerra per poi rinascere nella pace.
Con Fallen Angels, scritto e diretto da Michael Incarbone e interpretato da Erica Bravini ‘il corpo si immerge in una condizione “esistenziale” della caduta’. Quella che può sembrare una danza astratta o un’esercitazione virtuosistica vuole restituire l’immagine suggerita dal titolo, la caduta degli angeli appunto. La danzatrice lavora sulle possibile declinazioni e evoluzioni della spirale, gioca sulle rotondità delle forme per poi ‘sfogarsi’ in una danza convulsa su giochi di luci intermittenti dove il corpo appare e scompare. Dopo la performance viene data lettura di un comunicato in cui si denunciano i tristi esiti delle assegnazioni ministeriali per lo spettacolo dal vivo e la conseguente penalizzazione, o addirittura esclusione, di alcune realtà del settore che da anni erano assegnatarie di tali contributi. Emblema questo di una denuncia politica, di un sistema fallace che continua a reiterare nella scarsa considerazione dello spettacolo dal vivo e della sua valenza storico-culturale.

Mattia Cason. Foto di Luca Del Pia
Il festival si conclude con Aquilee di e con Mattia Cason, in scena con Ahmad Kullab. Questa è sicuramente la performance che rende al meglio lo spirito europeo che aleggia nel festival. Il suono e i segni della lingua greca, con la sua metrica antica, scorrono sui titoli alle spalle del danzattore che è vestito come Pier Paolo Pasolini che a trentasei anni visita Aquileia. La sua danza è complessa, articolata e decifrata da codici antichi che rimandano ai mosaici della basilica di Aquileia e ad alcuni eventi storici. La coreografia riflette l’evoluzione della parola e delle lingue straniere, si costruisce passando dall’arcaico al moderno. Cason striscia sui gomiti e sulle ginocchia, in piedi sfrutta la lateralità, ricordando pose egizie dalle braccia squadrate. La partitura è ricca, va dalle cifre stilistiche del balletto, alle spirali e alle cadute della danza contemporanea, dagli elementi di danze popolari che spesso ricordano il sirtaki alla danza espressionista. Un suonatore di fisarmonica accompagna con note malinconiche l’inesorabile scorrere del tempo e della storia. Un danzatore nascosto dalla pelle di un montone, emblema di qualche antica cultura, corre con un campanaccio legato addosso; una volta spogliato dalla pelliccia dell’animale si muove con Cason. Passato e presente danzano insieme, uno accanto all’altro.
Con Aquilee il corpo parla, racconta, fa storia, attraversa epoche, miti guerre, transizioni geopolitiche e antropologiche, rivoluzioni culturali, racconti epici e biblici. Il passato assume una forza rivoluzionaria ‘per un’Europa nuova e antichissima assieme, l’Europa Afroasiatica del mito, della diaspora ebraica, delle migrazioni passate, presenti e future’. Sembra essere questo il messaggio ultimo del festival: un’Europa unita da costruire con delicatezza, studio della cultura e umiltà, un moderno Ballo Excelsior che celebra la pace e l’unione tra i popoli attraverso il progresso.
[Immagine di copertina: “Aquilee” di Mattia Cason. Foto di Luca Del Pia]


