Il Festival Danza in Rete chiude tra miti e dive la sua sezione Off al teatro Comunale di Vicenza
Michele Ifigenia/Tyche e Simone Zambelli hanno chiuso Danza in rete Off lo scorso venerdì 9 maggio al Teatro Comunale di Vicenza.
Danza in Rete Off è la sezione di Danza in Rete Festival più votata alla sperimentazione e ai nuovi linguaggi. Diretto da Pier Giacomo Cirella, Loredana Bernardi e Alessandro Bevilacqua, il festival, appuntamento fisso da ormai otto edizioni per la comunità vicentina e non solo, volge lo sguardo alla danza contemporanea italiana e internazionale. Come conferma uno dei direttori artistici Alessandro Bevilacqua, che sarà anche in giuria alla NID Platform 2025, la fotografia offerta dal festival sul panorama coreutico contemporaneo pone l’accento sull’eccellenza degli artisti italiani e sul concetto di comunità che si è creata in questi anni dalla nascita del festival: “Resto estasiato dagli autori italiani emergenti. Hanno una qualità che non ha nulla da invidiare a quelli internazionali. Sono anche piacevolmente sorpreso da questa varietà di progetti. Vedo fermento e qualità altissima. Inoltre, è bello vedere che una città piccola come Vicenza abbia un pubblico numeroso e un interesse attivo per la danza. Anche la realtà delle scuole di danza è stata molto presente partecipando alle masterclass organizzate dal festival. Negli anni si è formata una rete, una vera e propria comunità, che poi è il fine ultimo di una danza democratica che sappia arrivare a tutti, addetti ai lavori e non”.
Il festival ha portato in scena una summa di temi comuni che evidenziano la linea percorsa dalla direzione artistica per questa edizione. Spiega ancora Alessandro Bevilacqua: “quest’anno ci siamo soffermati sulla figura di Eleonora Duse in vari lavori presenti nella programmazione. Una scelta dettata non solo dalla ricorrenza del centenario dalla morte della musa ispiratrice di D’Annunzio ma anche dal fatto che volevamo porre l’accento sul concetto di ‘diva’ in generale. Tale figura ha attraversato il festival in modo trasversale. Abbiamo guardato alla Duse, alla diva cinematografica, alla femminilità e a come il femminile sia posto sotto pressione nella società odierna. Eleonora Duse è stata una finestra che si apriva su vari universi. Ad esempio, nello spettacolo di Silvia Gribaudi all’attrice italiana ha fatto da contraltare la danzatrice americana, madre della danza libera, Isadora Duncan. Entrambe hanno imposto un’artisticità controversa per i canoni dell’epoca, visioni, pensieri e filoni artistici completamente nuovi. E noi abbiamo cercato di farli rivivere sulla scena usando il pretesto della figura ‘divina’. C’è stato poi anche un focus su Pier Paolo Pasolini (anche in questo caso ricorreva il cinquantenario dalla morte)”. A tal proposito il collettivo Balletto Civile ha presentato un lavoro sul tema attualissimo del razzismo e del rapporto tra insegnante e allievo partendo da un’opera pasoliniana rimasta incompiuta. Sempre su Pasolini si è soffermato Enzo Cosimi con una lezione d’arte contemporanea strutturata secondo un linguaggio violento e crudo che ha ampliato e variegato la nostra rosa di proposte artistiche. Insomma abbiamo scelto di fare luce su figure scomode ma rivoluzionarie attraverso questi e molti altri artisti. Rivoluzionario è stato anche il concetto di ‘nudo’ portato in scena da Michele Ifigenia/Tyche e Simone Zambelli, volutamente cercato e ricorrente in questa edizione del festival”.

“Citerone” di Michele Ifigenia/Tyche. Foto di Elena Tilli
Per quanto concerne il tema del nudo, presente appunto in molti spettacoli del festival, viene inizialmente spontaneo pensare che il corpo, soprattutto se visto nella sua nudità, è essenza stessa della danza. Ciò può sembrare abbastanza scontata in un festival di danza contemporanea. In realtà mettere il nudo in scena è difficile, delicato, insidioso ma nonostante ciò durante il festival vicentino l’approccio ad esso è stato sempre chiaro. Se ne sono serviti artisti come Enzo Cosimi come pure Silvia Gribaudi.
In particolare, i nudi messi in scena da Michele Ifigenia/Tyche e Simone Zambelli nella serata conclusiva della sezione OFF hanno saputo parlare attraverso il tempo che scorre, attraverso il mito, la letteratura, la musica, la poesia, l’emozione.
Michele Ifigenia Colturi con la sua compagnia Tyche ha riletto le Baccanti di Euripide in Citerone (dal monte sacro per i riti di Dioniso) così come ha rievocato la figura di Sibilla Cumana in Cuma. Questo doppio lavoro porta in scena il femminile sia come singolo sia come collettività. La coppia di performer (Enzina Cappelli e Andreyna De la Soledad) che impersonano queste moderne baccanti si muovono sincronizzate, in calzoni e scarponi, i seni nudi. Hanno movimenti geometrici e braccia squadrate. Si abbandonano all’estasi dionisiaca in una danza forsennata dalle ripetizioni ossessive ma seguendo nella coreografia, pur sovrapponendosi l’una all’altra, percorsi ben definiti, tracciati da loro stesse con un nastro rosso sul pavimento o da altri oggetti scenici. Federica D’Aversa ha interpretato, invece, la leggendaria sacerdotessa di Apollo, una silhouette integralmente nuda, lasciva e sinuosa. Ricorda le sacerdotesse protagoniste di certi balletti classici appartenenti al filone esotico romantico, con le mani giunte in preghiera o posate sul petto. Incarna il ruolo della profetessa con una gestualità religiosa, una danza capace di connettere l’umano e il divino e di cui resta, come ricorda il mito, soltanto un urlo strozzato dalle sue stesse mani, una voce sorda.
Così la letteratura greca che impregna questo doppio lavoro (meravigliosamente evocativo ma sicuramente complesso e impegnativo) di Michele Ifigenia diventa danza grazie ad un’operazione raffinata e sapiente. Ma la danza sa essere anche poetica e immediata, toccare il cuore di chi la guarda rievocando vissuti personali. È ciò che accade in Lacrimosa di e con Simone Zambelli, danzatore e attore iconico di alcuni lavori di Emma Dante. Nel suo lavoro l’artista – che si definisce un danzattore – analizza la dicotomia tra morte e rinascita che segue la fine di una relazione amorosa. Quest’analisi si rivela tutt’altro che clinica, anzi. Ancora una volta in scena c’è un corpo nudo, le ali della vita spezzate, accartocciato a terra. Si rialza lentamente, tenta le piccole cose di tutti i giorni come svegliarsi, fare colazione, lavarsi, vestirsi. In sottofondo c’è una radio gracchiante, dal sapore retrò e, per contrasto, proiezioni tridimensionali. Passano voci, immagini, versi, discorsi, più o meno famosi, ricordi carichi di pathos. Scorrono Battiato, Roland Barthes, Denis de Rougemont, Fabrizio De André, frammenti di attimi. Questa lenta routine mattutina si veste di gesti che ne catturano ed enfatizzano ogni istante. È un viaggio introspettivo di un corpo che dal passato rivive nel futuro portando nel secondo la lezione di vita del primo. È un messaggio che invita a cadere come un cigno dalle ali spezzate, a riconoscere l’umanità del fallimento amoroso ma a non temerlo perché la vita offre sempre l’opportunità di tornare a volare. Attraverso una fusione di vari linguaggi artistici Simone Zambelli rende teatrodanza la nostalgia, il ricordo, il desiderio. Tutto culmina nella rivisitazione della celeberrima coreografia di Michel Fokine, “La morte del Cigno”, su musica di Camille Saint-Saëns. Ancora una volta il cigno è l’icona di un corpo imprigionato che muore e rinasce dalla fine di un amore.
Sicuramente Simone Zambelli si conferma una delle figure di spicco non solo del festival e del panorama attuale della danza contemporanea ma un innovatore, forse, di quel teatrodanza, da sempre così incerto da riconoscere nel suo genere, portatore di un’emotività e una umanità della danza che non si vedeva da tempo.
[Immagine di copertina: “Cuma” di Michele Ifigenia. Foto di Dario Bonazza]


