Musica

Grizzly Bear – Shields

Gianpaolo Giordano

La carriera dei Grizzly Bear, lasciando perdere l’album di debutto Horn of plenty del 2004, arriva nel 2012 alla sua terza tappa.

La carriera dei Grizzly Bear, lasciando perdere l’album di debutto Horn of plenty del 2004 – composto nella stanza del cantante Ed Droste, prima che conoscesse gli odierni membri della band Daniel Rossen (voce e chitarra) e Chris Taylor (basso e fiati) – arriva nel 2012 alla sua terza tappa: Shields, uscito il 18 settembre per la Warp Records, aveva già stuzzicato l’orecchio dei fan a giugno con ben due singoli, spiazzando non poco i fedeli ascoltatori e creando in loro enormi aspettative. Sleeping Ute e Yet again sono, in effetti, ben lontani sia dal piccolo capolavoro incompreso che fu Yellow house, sia dallo sconcertante colosso Veckatimest, che la band ha fatto conoscere in tutto il mondo in una lunghissima e indimenticabile tournée.

Nonostante il profondo distacco, per i Grizzly Bear non è possibile parlare di una vera e propria “svolta”: dopo l’ultimo stancante tour, i membri della band desiderano di prendere temporaneamente le distanze dall’idea di un nuovo album per dare più spazio alla propria vita privata. Così Droste viaggia per il mondo e mette su famiglia, Taylor fonda i CANT, band da lui capitanata, Daniel pubblica il nuovo EP dei Departure of Eagles, il suo progetto solista. La voglia di suonare insieme ritorna più forte di prima con l’intenzione di dare vita ad un lavoro dal carattere più “aggregativo” rispetto ai precedenti, un album le cui tracce siano il prodotto di un sano equilibrio di suoni e di ruoli.

È da questi presupposti che nasce Shields (ancora una volta prodotto da Taylor), senza alcuna ombra di dubbio l’album più maturo ed omogeneo dei Grizzly Bear, dove non è la somma che fa il totale, ma la combinazione di giusti pesi. I piccoli dettagli sono esempi eclatanti di questa nuova attitudine: i tocchi di chitarra nel flow di Gun-shy, il piano e i fiati sospesi nell’ultimo minuto di What’s wrong e le back vocals di Ed in A simple answer non sono frutti di un cosiddetto “baroque pop”, ma di un saggio ritaglio delle tracce strumentali che permette un ascolto sì variegato, ma molto leggero. Sleeping Ute può forse rappresentare la sintesi del quarto album della band di Brooklyn: composta da Rossen nel deserto di Marfa (Texas), l’arpeggio di chitarra, che segue una lirica e nervosa prima parte, si apre al nulla, è il senso di smarrimento che si evince dalle parole.

Per quanto la critica lo gridi dall’uscita di Veckatimest, accostare i Grizzly Bear ai Radiohead, adesso, nel 2012, non è prematuro. In Shields si rilevano i primi segnali di un progresso musicale anomalo, estraneo a ciò che si sia potuto creare da molti anni a questa parte. È il risultato di una sinergia che non sfrutta la quantità, ma il calibro: è la perfezione di Yet again, dei suoi accordi aperti, della melodia di Droste, del ritmo morbido, la cavalcata orchestrale di distorsioni, l’effetto doppler che chiude un capolavoro.



Una selezione delle notizie, delle recensioni, degli eventi da scenecontemporanee, direttamente sulla tua email. Iscriviti alla newsletter.

Autorizzo il trattamento dei dati personali Iscriviti