Musica

Le classifiche del 2012: Gianpaolo Giordano

Gianpaolo Giordano

Agli sgoccioli di ogni anno si è soliti stendere un resoconto generale degli eventi più significativi che hanno contrassegnato la propria esistenza, contemporaneamente compilando liste di buoni propositi per il futuro. È esattamente ciò che intendo fare in questo articolo, proponendo una classifica degli album pubblicati quest’anno che ritengo più degni di nota.

10) Alt-j (∆) An awesome wave (2012) – Se è difficile trovare un connubio tra le tendenze musicali contemporanee, ovvero il mondo dell’elettronica (particolarmente del dubstep), dell’indie rock dei Wild Beasts e del folk moderno reinterpretato dai Fleet Foxes e Bon Iver, gli Alt-j hanno sicuramente il merito di aver trovato un interessante punto d’incontro. La pecca di An awesome wave è nella mancanza di un criterio che avrebbe permesso un ritaglio più accurato del superfluo, dovuta al carattere ancora acerbo di un progetto da cui c’è da aspettarsi l’imprevedibile. Un episodio eclatante tra i debuttanti di quest’anno.

9) The Antlers Undersea (2012) – Dopo un eccezionale Burst apart, tra gli album chiave del 2011, tornano a farsi sentire gli Antlers con un breve Ep di quattro tracce. La band sembra indicarci la direzione verso la quale sarà diretta la loro prossima creazione e i fondali marini sono uno scenario perfetto per i suoni morbidi e fluidi che pervadono i loro pezzi. La scalata continua e gli Antlers con Undersea riconfermano il loro stile cristallino, pacato ma immenso.

8) Colapesce Un meraviglioso declino (2012) – Colapesce ha totalmente stravolto la mia visione sul cantautorato italiano: i suoi testi che fanno sorridere (e non ridere), ma anche riflettere, una struttura dei pezzi elaborata, non casereccia rendono Un meraviglioso declino, a differenza di molti suoi simili, un episodio di grande qualità, e a mio parere l’album italiano migliore dell’anno. Sono curiosissimo del feedback che quest’artista riceverà dall’audience sanremese, pur temendo un clamoroso fraintendimento.

7) Dirty Projectors Swing lo Magellan (2012) – Ciò che è successo con Gun has no trigger dei Dirty Projectors è qualcosa di molto simile ai tormentoni estivi: non si tratta qui di lamenti strazianti, ma di una canzone armonicamente perfetta. Swing lo Magellan è un album leggero e spensierato, ma di non facile ascolto. Un paradosso adorabile e pregiato.

6) Sigur Ròs Valtari (2012) – A quattro anni dall’ultimo album, il ritorno della band islandese ha spiazzato non pochi fan: Jònsi e compagni sono senza dubbio riusciti nell’intento di creare un lavoro originale (una “non-musica”, come mi è stato suggerito), vicinissimo e lontanissimo rispetto agli album precedenti. Anche se hanno fatto storcere il naso a molti, Valtari dei Sigur Ròs è a mio parere un episodio clue del 2012, una valida sintesi tra nuovo e tradizionale, nel bene o nel male sorprendente.

5) Patrick Watson Adventures in your own backyard (2012) – Uscita interessante del 2012 è il quinto album di Patrick Watson, artista a dir poco eccezionale per il suo carattere eclettico. Nonostante si ritenesse impossibile bissare un album splendido e complesso come Wooden Arms (2009), la vena creativa di Watson prende il meglio dall’essenzialità dello stile folk, caricandolo con suoni orchestrali morriconiani, ma mai barocchi. Un formidabile senso della misura permette di dosare le sonorità all’interno della tracklist in modo omogeneo. Ottimo e quasi impeccabile.

4) Beach house Bloom (2012) – Con Bloom il duo di Baltimora segna il 2012 presentando l’album migliore della loro carriera. I singoli estratti Myth e Lazuli sono esempi di come i Beach house siano capaci di alzare insormontabili muri di suono costruiti su tanto geniali quanto semplici giri di accordi, per non parlare della cura maniacale per i suoni sintetizzati. A contornare questo gioiello primaverile, l’incantevole voce di Victoria Legrand.

3) Portico Quartet Portico Quartet (2012) – Ciò che rende il secondo album omonimo dei Portico Quartet sbalorditivo non consiste solo nell’indiscutibile tecnica dei componenti, ma anche nella loro rimodulazione stilistica. Soprattutto nelle loro performance live traspaiono i caratteri peculiari del loro sound, punti d’incontro tra generi intrecciati da tempo come il jazz, l’elettronica e il trip-hop. I flussi magmatici della sperimentazione vengono incanalati in regole rigide, dando come risultato pezzi monumentali e pungenti, senza sbavature.

2) Tame Impala Lonerism (2012) – I Tame Impala sono la prova vivente del fatto che nella musica ci sono strade ancora inesplorate e che possono portare a mondi ignoti. Per accedervi i requisiti sono due: primo, imparare la lezione dei padri; secondo, dimenticarla. Se con Innerspeaker abbiamo esclamato “ecco come suonerebbero oggi i Floyd e i Beatles”, con Lonerism si è nel presente, del passato si hanno solo poche reminescenze. Lonerism non è un vintage, ma una rivoluzione in flanger. Lunga vita ai Tame Impala.

1) Grizzly Bear Shields (2012) – L’ultimo album dei Grizzly Bear ha in sé qualcosa che gli permette di stare una spanna sopra tutti gli albumi usciti nel 2012. Credo di poter identificare questo nonsoché con l’energia che tiene insieme le tracce di Shields, la stessa forza coesiva che coordina i colori in un quadro o le parole in un libro. In Shields non vi sono alti e bassi, ma un tutt’uno continuo e costante, impossibile da segmentare in sezioni di minore o maggiore importanza, né tanto meno rimandi al passato o ad altre sonorità da cui prendere spunto. Shields è il punto nevralgico del 2012 e lo raggiunge dal primo all’ultimo secondo. (qui puoi leggere la recensione).

Gli album più attesi del 2013? Per me, Queens of the stone age sopra tutti, ma anche Low, Editors, Unkle, Massimo Volume, Other lives, James Blake e tanti altri. Ne sentiremo delle belle.

 

Gli album migliori usciti nel 2012 sono ovviamente solo un sottoinsieme degli album migliori ascoltati durante quest’anno: Philarmonics (2010) di Agnes Obel e We sink (2011) di Sòley sono album d’esordio di due cantautrici provenienti dalle gelide Danimarca e Islanda, il cui grande talento traspare nello stile scarno ed essenziale delle loro composizioni; Televise (2003) dei Calla coglie i tratti più interessanti del noise acustico minimale dei primi album aprendosi alle sonorità più regolari di un garage rock di notevole raffinatezza: In medio stat virtus; Una grande rivelazione sono stati i The Middle East con The Recordings Of The Middle East (2009) episodio irripetibile (a causa del loro scioglimento) che alterna il folk ad un post-rock onirico, languido, trascinante; Mi ci son voluti mesi per convincermi che Merriweather Post Pavilion (2009) degli Animal Collective fosse un vero capolavoro, seppur alquanto ostico ai primi ascolti, al contrario di Black sands (2010) di Bonobo per il quale è stato amore a primo ascolto; Un breve approfondimento sullo slow-core mi ha portato ad appassionarmi ad album storici come Souvlaki (1993) degli Slowdive e al più recente Star is just a sun (2002) dei The White Birch, più terreni rispetto al gruppo di Halstead.



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