Fabrizio Sinisi/Gianluigi Fogacci // Agamennone
A Roccelletta di Borgia (CZ), lo scorso 26 agosto al Parco Archeologico Nazionale di Scolacium per Armonie d’Arte Festival, diretto da Chiara Giordano, è andato in scena, in anteprima nazionale, “Agamennone” da Eschilo di Fabrizio Sinisi con Maddalena Crippa, Sergio Basile, Claudio Pellegrini, Emilia Scatigno, Alessandro Sampaoli. Regia e progetto scenico di Gianluigi Fogacci. Costumi di Marina Mango. Luci di Pietro Sperduti. Musiche di Andrea Nicolini. La produzione è Tieffe Teatro.
L’adattamento dell’Agamennone firmato da Fabrizio Sinisi, con la regia di Gianluigi Fogacci si concretizza in un atto unico in cui la narrazione classica subisce una profonda ricomposizione drammaturgica e tematica. L’opera si concentra sul proscenio delle macerie morali generate da un conflitto decennale, trasformando l’impianto originario della tragedia greco-classica in un dramma da camera ad altissima tensione in cui le dinamiche civili si compenetrano indissolubilmente con la dimensione borghese e relazionale.
La grande intuizione di Sinisi è quella di concentrare il cuore della vicenda sul rapporto fra Agamennone e Clitennestra: la vera tragedia accade dentro la coppia. Tutto il resto – la guerra, Troia, gli dei, il destino, il potere, Cassandra, il popolo di Argo – sembra convergere verso quel rapporto. L’asse portante, infatti, su cui si articola la riscrittura di Fabrizio Sinisi risiede nella dissezione analitica del rapporto coniugale tra Clitennestra e Agamennone, colti nell’attimo in cui la memoria di un antico legame amoroso si scontra con la ferocia dell’odio presente. Per la coppia, il punto di rottura insanabile si radica nel ricordo, mai sopito, dell’immolazione rituale della figlia Ifigenia, sacrificata da Agamennone al fine di propiziarsi i venti per la flotta greca diretta a Troia. In questo scenario di devastazione intima, la prova recitativa di Maddalena Crippa nel ruolo della regina offre un’interpretazione di rigorosa geometria emotiva. La sua Clitennestra si manifesta come una sovrana tragicamente consapevole della propria inadeguatezza al comando solitario del palazzo, l’esistenza consumata nella decadenza e nel vizio nell’attesa del re, mossa dall’illusione di poter anestetizzare un dolore ancestrale. Crippa tratteggia una figura spietatamente realista, priva di schermi concettuali, che si rivolge direttamente a una cittadinanza reputata incapace di comprendere e che vive la relazione adulterina con Egisto senza stima alcuna verso quest’ultimo, mossa unicamente dalla necessità di riscattarsi dalla sottomissione al marito e dal dovere morale della vendetta sanguinaria.
Dalla parte opposta della traiettoria drammatica si colloca la figura di Agamennone, interpretato da Sergio Basile. Il condottiero reduce dalla guerra di Troia si presenta sulla scena spogliato dell’aura del trionfatore invincibile, rivelando l’ossimoro di un vincitore sconfitto, schiacciato dai rimorsi personali e costretto a cercare nella fuga nei ricordi la sola energia necessaria al proseguimento della propria esistenza. Tuttavia, accanto all’uomo esausto, invecchiato, svuotato, che ha paura della malattia, della noia, della casa, del volto della moglie, della vita che lo aspetta, Basile conferisce al personaggio un’ostentata maschera di arroganza autocratica e di vuoto vanto propagandistico, tanto da ravvisare una contiguità formale con le posture esibizioniste e populiste di talune figure politiche della contemporaneità globale.
L’inevitabile confronto tra Agamennone e Clitennestra si traduce in un attraversamento verbale denso di momentanea intimità e di sotterranea tenerezza, ma costantemente avvolto da un tragico presagio che conduce ineluttabilmente verso il definitivo e violento regolamento di conti.
La rielaborazione drammaturgica interviene in modo incisivo anche sulle figure secondarie dell’impianto eschileo, introducendo sostanziali variazioni nella caratterizzazione di Cassandra, affidata alla vibrante interpretazione di Emilia Scatigno. La profetessa troiana perde la nativa statura ieratica rivelando insolite (per il suo personaggio) doti canore con “Perdutamente” di Achille Lauro per assurgere, poi, a un ruolo fragile e isterico, incapace di sostenere il peso devastante della chiaroveggenza.
Contestualmente, la struttura classica del Coro subisce una drastica concentrazione sintattica. La tradizionale pluralità etica ed eschilea viene condensata nel lavoro interpretativo di Claudio Pellegrini e Alessandro Sampaoli in un’unica entità che agisce direttamente nel tessuto dell’azione. Tale figura non si limita a commentare esternamente le vicende del palazzo, ma prende parte attiva allo svolgimento dei fatti, facendosi carico della propria quota di responsabilità morale ed esecutiva nell’epilogo. Argo è una città sfinita dalla guerra, affamata, violenta, senza più un centro morale. Una città che ha bisogno di attribuire a qualcuno la responsabilità della propria rovina. Ed è proprio questa città che, nel finale, diventa carnefice. La morte di Cassandra è raccontata attraverso una violenza quasi insostenibile. Il suo corpo viene massacrato, profanato, umiliato. E subito dopo la folla si accanisce sul cadavere di Agamennone. Il particolare più terribile è il silenzio. Il popolo non urla, lapida il proprio re in silenzio, come se stesse compiendo un dovere. È una delle immagini più politiche della pièce perché Sinisi sembra dirci che la violenza non appartiene soltanto ai tiranni.
Nel finale, Clitennestra, ormai fuori dal mito, sembra quasi guardare la propria stessa esistenza dall’esterno. Ogni giorno la regina si sveglia e, per un istante, smette di essere regina. Desidera cose semplicissime: la pioggia, una risata, un abbraccio. Poi torna nella propria parte. È qui che la tragedia diventa metateatro. E anche qualcosa di profondamente umano. Perché dietro la regina assassina riappare, finalmente, la ragazza che era stata.

Foto di Massimiliano Natale
La regia e il progetto scenico di Gianluigi Fogacci impostano l’allestimento su una essenzialità visiva che rifiuta qualsiasi manierismo decorativo. L’ambiente scenico si configura come uno spazio spoglio e rigoroso, entro il quale i confini della reggia di Argo coincidono con la perimetrazione psicologica e claustrofobica dei personaggi.
L’apparato dei costumi, ideato da Martina Mango, opera una cesura deliberata con l’iconografia antiquaria: l’utilizzo di abiti contemporanei, particolarmente evidente nel look disinvolto e odierno assegnato al personaggio di Cassandra, stabilisce una corrispondenza diretta tra l’epoca del mito e le emergenze dell’attualità.
La partitura luminosa disegnata da Pietro Sperduti scolpisce le sagome degli attori attraverso contrasti netti e drammatici, isolando i protagonisti durante le stasi soliloquiali ed accentuando l’atmosfera da dramma da camera. A questo quadro plastico si sovrappone il tessuto sonoro composto da Andrea Nicolini, le cui musiche accompagnano la tensione drammatica senza mai prevaricare la parola poetica di Sinisi, sottolineando il ritmo progressivo verso l’atto di violenza finale.
Un adattamento drammaturgico in cui il mito non viene celebrato, ma disarticolato, quasi frantumato sotto il peso della contemporaneità laddove la classicità appare come una superficie crepata attraverso cui filtrano le ossessioni del presente: la guerra interminabile, il potere, la propaganda, la violenza sulle donne, il rapporto malato fra vittime e carnefici, la responsabilità collettiva.
[Immagine di copertina: foto di Massimiliano Natale]


