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Un pensiero dopo “Una Tempesta”: intervista al Teatro delle Ariette, per ripensare il teatro di comunità

Maria D'Ugo

Il 4 agosto, in una Bologna a cui le ferie estive regalano ogni anno quella tipica atmosfera degna di un deserto alla Sergio Leone, ci fermiamo con Paola Berselli e Stefano Pasquini del Teatro delle Ariette allo storico chiosco del Meloncello per una chiacchierata lenta e distesa, in linea con l’afa che ci avvolge. Solo qualche giorno prima, il 31 luglio, si è concluso il ciclo di spettacoli di piazza Una Tempesta in Valsamoggia, avventura che ha occupato per tutto il mese di luglio le cinque piazze che formano il territorio della Valle del Samoggia (Monteveglio, Savigno, Castelletto, Crespellano, Bazzano) e di cui si sono invece occupate intorno alle sessanta persone fra cittadini in scena, collaboratori e aiutanti. Un nuovo esperimento, figlio dell’entusiasmo e della partecipazione conquistate lo scorso anno con Un’Odissea in Valsamoggia, che doppia quella che era già stata una grande esperienza di piazza trasferendosi dal classico omerico a quello shakespeariano, con l’obiettivo di provare ancora una volta quella felice utopia del riunire una comunità di persone attraverso il teatro.

Ogni episodio si è articolato per tutte le tappe in due momenti: da un lato muovendo dalle suggestioni desunte da La Tempesta, opera ultima di William Shakespeare, che si aggiungevano man mano, dall’altro attraversando il caleidoscopio di materiali emersi nel corso del laboratorio che le Ariette hanno tenuto con i partecipanti da aprile fino a luglio. Una materia mobile e cangiante, composta, con guidata e mediata libertà creativa, da scritture originali, “le parole dell’isola” (un gioco come nuova proposta di dialogo e sconfinamento fra scena e platea), una serie di canzoni che hanno composto la “hit-parade” dell’isola di Prospero, e tutta una serie di elementi installati nella macrostruttura che è il marchio di fabbrica degli spettacoli del Teatro delle Ariette: uno spazio che non è mai solo scena, o solo piazza, dove sentirsi accolti come attorno a un tavolo e condividere un aperitivo di focaccia e acqua fresca con zucchero, menta e limone, assieme a pane, pomodoro e basilico. Un momento di festa di per sé già spettacolare, ma anche di una generosità e divertimento che però, dicono immediatamente, anche loro stanno imparando di volta in volta a ricalibrare, consci che il rischio, specie in un lavoro portato avanti con non professionisti, sia quello di arrivare alla fine un po’ sovraccarichi, con troppo materiale. Rischio e fortuna allo stesso tempo, perché resta, di sicuro, sempre qualcosa da imparare. Con le cicale che friniscono e quasi coprono le nostre voci, decidiamo allora di ragionare un po’ attorno a quello che significa, nel tempo, nelle intenzioni e nelle pratiche, lavorare con amatori per costruire un teatro di comunità.

“Una Tempesta in Valsamoggia”, Bazzano (Valsamoggia, BO). Foto di Giovanni Battista Parente

Da quando esiste il progetto Territori da cucire, che si muove fra i cinque comuni della valle del Samoggia, c’è stata una progressione molto logica nel modo di agire sul territorio. Com’è cambiato nel tempo il modo di incontrare i cittadini e di strutturare i laboratori?

Noi già dalla fine degli anni ’90 andavano capillarmente a conoscere i luoghi sia nascosti che quotidiani dei cittadini della Valsamoggia, e dal 2015 abbiamo deciso di mettere a frutto la nostra esperienza. Nei primi due anni erano i nostri spettacoli che andavano in scena in luoghi privati, successivamente in cooperative agricole e in centri di aggregazione giovanile, e ancora dopo, nel 2017, è arrivata la piazza. Questo è accaduto anche grazie a una serie di stimoli e incontri con le comunità straniere. Nel desiderio di coinvolgerle ci siamo ritrovati infatti come obbligati a non usare più luoghi privati: lì non li avremmo raccolti, non sarebbero venuti. Eravamo sempre noi, con il nostro TEATRO NATURALE? Io, il couscous e Albert Camus, ma abbiamo anche provato una cosa che non avevamo mai fatto prima, cioè trasformare la piazza in assemblea per parlare del significato della parola “straniero”. Lì c’è stata la svolta: cercando di “cucire” questi territori abbiamo scoperto delle relazioni che in realtà hanno cominciato a cucire le persone. Così abbiamo desiderato un’esperienza di teatro non più come noi con qualcuno che ci aiutava, ma come noi tutti assieme. I nostri laboratori permanenti di pratica teatrale, che esistono già dal 2010, sono state le fondamenta per appoggiare dallo scorso anno quest’ultimo laboratorio composto di cittadini e stranieri, ma anche solo di persone che sono rimaste contente e hanno detto: ok, continuiamo. La progressione nasce da una richiesta del mondo del teatro contemporaneo di andare incontro a quelli che il teatro non lo vanno più a vedere. Le esperienze di questo tipo pullulano dovunque e le stesse istituzioni riconoscono le esperienze di teatro con valore sociale (un po’ meno quelle teatrali in quanto tali), ma siamo noi per primi a sentire l’esigenza forte di aprirci a quel mondo che il teatro né lo conosce né lo frequenta. Si tratta di dare a questa pratica un senso maggiore: noi di fatto in questi ultimi lavori non facciamo quasi niente, organizziamo tutto, ma i nostri momenti in scena sono molto piccoli.

Sono quindi due anni che riempite la Valsamoggia d’acqua: prima con il mare dell’Odissea e ora con quello de La Tempesta. L’evoluzione nel modo di guardare al territorio è andata di pari passo con un’evoluzione nei temi che volevate proporre?

A guidarci è stato il pensiero del comune denominatore del classico, che è riconoscibile da chiunque, ma è stato anche molto il tema dell’isola. Prima con l’isola del desiderio, del sogno, ora con l’isola dell’esilio, dove uno non ha scelto di andare ma dove di fatto è imprigionato. Probabilmente, dopo l’Odissea e il momento di grande solidarietà e di utopia comune raggiunto con le associazioni che abbiamo trovato sul territorio, siamo arrivati alla Tempesta con una forte volontà di andare a fondo nella ricerca: abbiamo raggiunto questa grande isola, possiamo metterci dentro tutto quel che vorremmo, ma dobbiamo guardare dentro questo mondo e capire insieme “cos’è” attraverso un’opera grande. Lo abbiamo fatto prendendola dal lato che ci piace, quello di un presente di cui vogliamo parlare pur sapendo che è difficile, complicato e che queste dimensioni di sogno e utopia vengono quotidianamente vissute con grande difficoltà, perché abbiamo lavori che non ci soddisfano, relazioni che non ci soddisfano, un linguaggio che non ci soddisfa. In tutte le tappe, del resto, anche una “puntatina” su Salvini l’abbiamo sempre fatta, era inevitabile. Tutto andava approfondito mantenendo la leggerezza dell’evento di piazza, luogo in cui possono, anzi, devono venire tutti, e quindi sapendo anche che quello sarebbe stato il livello di fruizione, in un caos e un casino bestiali. È anche il lato “bello” della piazza, ma bisogna essere pronti, anche perché magari c’è chi viene solo per vedere che succede e, nonostante le opere siano riportate a questo livello popolare, di gioco e fruizione e relazione continue, trova lo spettacolo già un po’ difficile. Il rapporto è sempre quello: da un lato si vuole arrivare alle persone, ma il livello di percezione è ancora originario. La gente viene, si siede ed è contenta anche solo di sentirsi accolta, perché non è “uno in più”, ma uguale a tutti. Questo viene poi anche ricambiato: a Ozzano, per esempio, un gruppo di donne marocchine ha portato una valanga di couscous e ha fatto una festa grande. Una cosa bellissima che si scontra sempre col fatto di sentirsi sempre con la voglia di arrivare, di poterli raggiungere anche solo un momento.

“Una Tempesta in Valsamoggia” del Teatro delle Ariette. Foto di Giovanni Battista Parente

La creazione di un vocabolario nuovo, il “vocabolario dell’isola” in cui ogni spettatore, puntata dopo puntata, poteva aggiungere parole e definizioni, mi sembra sia stato un elemento centrale proprio per coinvolgere anche il pubblico. Che senso aveva questo per voi?

La Tempesta è un’ultima opera che sembra anche un commiato al teatro, e i dodici anni di buco lasciati da Shakespeare sono un grande spazio libero, da poter riempire con un nuovo vocabolario e una nuova vita. Così come noi, soprattutto nel teatro di comunità, dobbiamo reinventare sempre un teatro nuovo. Il teatro rischia sempre di essere museale. E non è interessante, perché non è vivo. Il “vocabolario” è una cosa venuta fuori così, proprio ragionando su una cultura buttata via, ma in favore di un’altra libertà. Immagina di ritrovarti per qualche motivo su un’isola dove non c’è nessuno, dove devi praticamente reinventarti la vita. Noi usiamo tante parole, le usiamo ma non risuonano quasi più. Come fare allora per farle risuonare? Ci siamo detti: facciamo questo gioco proprio con le persone, proviamo. Evidente che non ci interessa tanto il risultato, quanto ragionare su quanto sia la vita stessa a metterci di fronte a questo: chi le crea le parole? Noi, sempre un noi plurale che a un certo punto sceglie. È lo stesso meccanismo delle barzellette, o del linguaggio in sé, di cui non puoi dire chi sia l’autore e che da un noi plurale si trasforma e comincia a prendere un tono. È qualcosa che sta lì, nell’aria. Non siamo davvero pronti per parole nuove, anche perché siamo abituati a un livello di comunicazione rapida, funzionale e non di approfondimento, che a lungo andare sottrae la parola. Se veramente si vuol dare corpo al pensiero bisogna che ci sia uno sforzo, le parole bisogna cercarle, senza emoticon o faccine. Il senso del vocabolario dell’isola è anche questo, e lo abbiamo esposto già nella prima puntata raccontando dell’isola di Prospero, su cui possono nascere tante altre bellissime isole. Ma è anche una delle grandi bellezze che caratterizzano chi si esprime senza pensare di dover fare l’attore, che parla senza pensare di star recitando.

Messo a servizio c’è stato anche un metodo del far teatro, che poi è il vostro modo peculiare sia di usare oggetti ed elementi che di passare fluidamente da una dimensione intima e personale a quella dell’indagine e della ricerca. Come raccontereste questa modalità di trasmissione rivolta a un gruppo di persone così grande ed eterogeneo?

Il principio di “mettere a servizio” è quello centrale. A volte il rischio è proprio quello di prendere gli altri e metterli a servizio del tuo progetto. Invece credo che sia una nostra vocazione quella di essere nel bene e nel male “a servizio di”. E di cercare, pur nella distinzione fra amatore e professionista, di riuscire a creare le condizioni per cui possa sbocciare qualcosa che abbia una sua autonomia. Non è mai possibile che accada se ci si irrigidisce nel pretendere qualcosa da qualcuno. Col gruppo la relazione talvolta è complicata e c’è sempre un equilibrio da mantenere, perché inevitabilmente rischiano di scattare meccanismi un po’ autocelebrativi. Mica per cattiveria, sono cose normali. Allo stesso tempo, attraverso di loro torni a scoprire e a cogliere quella vita che loro stessi ci regalano e che è bello cogliere. Ci capita spesso di fare paralleli con lo sport per spiegare le cose: in questo caso è come se a uno piace giocare a tennis, però non è avviato alla carriera professionista. Allora qual è il confine fra divertirsi e spaccarsi le gambe, la schiena, le braccia? Col teatro è la stessa cosa. Cresci, fai una cosa seriamente, ma resta un gioco. In un gruppo grande come il nostro giocare seriamente è sempre difficile. Alla fine l’obiettivo sarebbe davvero quello di fare non solo uno spettacolo di laboratorio, ma un evento che abbia una sua forza teatrale e una sua originalità, energia e freschezza, professionisti o meno. È la grande sfida e anche una responsabilità, perché la realizzazione è sempre complessa. Non sembrerebbe, ma per noi la cosa più complicata è gestire le dinamiche interne, forse anche perché vogliamo che loro possano metterci in discussione sulle nostre scelte. Il nostro ruolo è di tenerli tutti insieme, ma mica è sufficiente questo. È uno scambio, un esercizio di dialogo e di democrazia, di ascolto e di comprensione. Una visione di teatro ce la siamo costruita insieme e sappiamo anche che, rispetto alle modalità che abbiamo in testa, sul teatro sono ancora fossilizzate delle immagini vecchie, quelle più ovvie, che non riguardano una ricerca. Quando il teatro lo costruisci insieme questo viene fuori e rimane sempre una base su cui discutere, un terreno di conflitto, e spesso molto positivo, perché si può dire che quello va bene e quello no, con molta sensibilità, fare una proposta e accogliere le proposte altrui. Questo è fare teatro con i cittadini: poter rimettere in discussione tutte le certezze acquisite nel tempo. Per cui siamo anche molto contenti che adesso quasi tutte le persone che tutti i partecipanti al laboratorio siano andati a Volterra a vedere lo spettacolo di Armando Punzo, perché significa che diventano dei bravi spettatori, riescono a capire e ad apprezzare, e vanno a vedere più cose. Questo spesso ci fa tornare in mente i tempi dell’Assemblea Permanente al Teatro San Martino di Bologna, quando Leo de Berardinis diceva che non c’è nessuno spettacolo così brutto da non insegnare almeno una cosa a ognuno di noi. Questo mondo rischia di renderci sempre un po’ intransigenti, rigidi. Non serve incartarsi, basta restare aperti e tranquilli, che è quello che poi impari lavorando con gli altri. Le visioni oggi sono sempre di più, e per fortuna facciamo tutti teatri un po’ diversi.

In mezzo al pubblico capitava di sentire qualcuno che ogni tanto “anticipava” l’ingresso di alcuni elementi. La cosa faceva molto sorridere, specie parlando di arrivare al pubblico con strumenti teatrali dati a un gruppo di amatori. Per questo vorrei chiedervi: cosa sono le “grucce”?

Secondo noi qualcuno c’è che ha visto tutte le tappe. La ripetizione nella forma popolare è fondamentale, è lo stesso principio del bambino che ascolta una bella favola e la vuole risentire. Ogni tanto anche noi ci pensiamo a quanto, a rivederle, alcune cose non dispiacerebbero mica. Capire attraverso la ripetizione in fondo è proprio parte della storia, ma anche la variazione abitua il pubblico, che si affeziona ed entra nel meccanismo anche se c’è sempre qualcosa che cambia. Quella delle “grucce” poi è una tecnica con cui abbiamo lavorato specificatamente coi ragazzi, sempre nell’ottica di far conoscere loro delle cose che noi amiamo e di imparare assieme a giocare al teatro, senza cadere sempre nei soliti sketch che puoi vedere su Youtube e che troviamo troppo conformanti. Allora abbiamo lavorato cercando di farli staccare da loro. Gli abbiamo detto “non pensate a ciò che siete, fate come i burattini o come se steste muovendo un burattino”. Come in Che cosa sono le nuvole di Pasolini, in cui ci sono Totò, Ninetto Davoli e Ciccio Ingrassia che interpretano Otello, Iago e gli altri personaggi come marionette. Nel pensiero che sta alla base de La Tempesta, Prospero è una sorta di burattinaio che muove Ariel e tutti i suoi spiriti, costruisce visioni, fa nascere tempeste, e così ci siamo detti che se allora siamo spiriti e burattini, prima della scena siamo “grucce”. Fatto che compensa la mancanza dei costumi (cosa che il gruppo ha vissuto anche con un po’ di delusione, “ma come”, dicono, “facciamo teatro senza i costumi?”, vedi come l’immaginario sia ancora quello) ed è anche qualcosa di tipico del teatro contemporaneo, in cui l’attore non diventa qualcos’altro, ma porta qualcos’altro, come una “figurina”. I personaggi come potevano essere nella vecchia concezione sono scomparsi, ci sei tu attore e qualcosa che ti sta davanti, o dietro o in mezzo, ma tu e lo spettatore ci credete solo se vi vedete. Non è pensabile che in teatro non ci siano contemporaneamente l’attore e quello che noi abbiamo chiamato “figurina”, il personaggio. Un po’ come nel tipo di comicità alla Ennio Marchetto, per capirci.

Arrivati in fondo, secondo voi ha funzionato quest’ultimo esperimento di teatro di comunità?

Sì, e ne siamo molto contenti. Abbiamo fatto un passo avanti, non ci siamo bloccati su quello che aveva funzionato dell’Odissea, ma abbiamo fatto un passo in un altro terreno in cui il gioco del teatro è diventato più evidente. Provando a usarlo, a dirci che cos’è, a vederlo con tanti piccoli elementi, il piccolo naso rosso da clown, il piccolo vestito portato davanti… piccole cose che però fanno scoprire a tutti noi, a volte anche con vergogna, la dimensione extra-quotidiana del teatro. Non solo quindi del racconto di sé o di quello che ci è vicino ma anche della perdita, e quindi del riscoprirsi un po’ diversi. Bisogna avere sempre tanta energia, è l’unica cosa da cui il gruppo si lascia veramente contaminare. Alla fine siamo anche esausti, però soddisfatti di vedere che col tempo qualcosa in loro cambia. Come quando sentiamo uscire da alcuni una voce bella, “credibile”, non divisa a metà fra la propria e quello che credono essere il modo di dire le cose in teatro. La voce credibile è quella che crede, che ha corpo. Lì è una cosa pazzesca. Quando ti dicono “dimmi come lo devo dire, come lo devo fare” è segno che brancolano nella paura, ma in nessun caso puoi dire “come fare”, perché non è un fatto tecnico, ma di sentire ed essere dentro a quello che si fa, in una concentrazione continua. Sono processi difficili, ma quando lo riconosciamo è una nostra vittoria personale. Trovare questo tipo di unità personale è trovare “lo spirito del teatro”, una unione di voce e corpo che diventa la presenza. Non è una pratica e non te la può insegnare nessuno. Ci piacerebbe che tutti trovassero una presenza in teatro, perché aiuta a trovare la propria presenza nella vita, la nostra unicità e la nostra bellezza, che è la cosa più semplice e al tempo stesso anche la cosa più difficile. Il motivo per cui vale la pena di fare queste cose, e a questo livello.

 

[Immagine di copertina: foto di Giovanni Battista Parente]



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