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Dal teatro al metaverso: intervista a Caterina Filograno, drammaturga vincitrice di “Futuro Passato”

Roberta Leo

Scene Contemporanee incontra Caterina Filograno, la drammaturga Under 35 vincitrice della seconda edizione del progetto Futuro Passato memoria digitale che coniuga formazione, creazione e produzione teatrale, a cura dell’Associazione Culturale Tinaos, nell’ambito di FESTIL_Festival estivo del Litorale 2023, e realizzato con il contributo di MiC, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Fondazione Friuli e Le Fondazioni Casali, in collaborazione con CSS Teatro stabile di innovazione del FVG e numerosi altri partner.
Caterina Filograno e i finalisti Denise Diaz Montalvo e Gabriele Paupini, con il tutoraggio di Federico Bellini, hanno lavorato ciascuno alla produzione di un testo teatrale usufruendo della guida di Bellini e di 15 giornate di residenza a Udine (di cui in parte svolte presso gli spazi del CSS); agli autori è stato inoltre concesso, per arricchire di ulteriori spunti la propria scrittura e sondare meglio il rapporto tra gli adolescenti e la memoria digitale, di partecipare a due laboratori di drammaturgia, presso il Liceo Artistico Statale “Giovanni Sello” di Udine e il Liceo “Albert Einstein” di Cervignano del Friuli.

Caterina Filograno con il testo Oleandra ha ricevuto il premio di produzione per una prima realizzazione in forma di studio; i testi degli altri due autori vedranno una prima presentazione al pubblico in forma di lettura scenica. Tutti e tre i lavori saranno raccolti in un unico volume e successivamente scaricabili in formato digitale sulla piattaforma Sonar (www.ilsonar.it).

Con il testo Oleandra hai vinto il bando ‘Futuro passato-memoria digitale’. Cosa rappresenta per te il ‘metaverso’ e come hai sviluppato questo concetto?

Il metaverso risulta per me ancora oggi, nonostante i vari studi e libri letti al riguardo, un concetto dai contorni piuttosto foschi. Credo sia dovuto alla vera e propria natura del metaverso e cioè al fatto che il metaverso è oggi più nelle parole di chi lo propone, di chi lo vende, che in qualcosa di concreto. Mark Zuckerberg lo racconta come la piattaforma del futuro, il mondo in cui vorremmo vivere. Se oggi ci rechiamo nel metaverso, cosa che ho fatto a Udine insieme ai miei compagni d’avventura grazie a Tommaso Tuzzoli e alla sua compagna Teresa Terranova, che ci hanno presentato una donna che lavora nel mondo della moda e delle fiere, e che appunto svolge fiere nel metaverso, vedremmo che è ancora un mondo in via di costruzione. Un mondo meno perfetto di come vorrebbe essere. Proprio su questo apparente paradosso ho scritto e sviluppato il mio testo Oleandra. Oleandra si basa infatti sul concetto di errore e vede quindi da una parte il delirio di onnipotenza dell’umano, dell’uomo che vuole in qualche modo un mondo utopistico, perfetto, a sua immagine e somiglianza ma forse anche di più, e dall’altra lo scontro con la relata nient’affatto perfetta nella quale l’uomo si trova a vivere e interagire e dove gli errori e gli imprevisti sono all’ordine del giorno.

Secondo te come si conciliano teatro e memoria digitale oggi?

Quando mi sono trovata davanti al tema “Memoria digitale” in rapporto al teatro mi sono abbastanza spaventata, non avevo la minima idea di come le due cose potessero conciliare. Ho voluto esplorare il tema della memoria digitale da un punto di vista economico. Perché ovviamente nel mondo del virtuale e del metaverso, che è la cornice entro cui io ho svolto e narrato i miei eventi, la memoria digitale ha un valore. Nel metaverso la memoria viene definita come persistenza, come la capacità, cioè, di un bene immateriale di resistere, persistere attraverso gli stadi temporali e lasciare tracce di sé. Questo, in rapporto con la voglia di creare una propria identità, rimanere e non essere dimenticati, è qualcosa che mi ha fatto pensare a una pianta. Una pianta che rimane per errore incastrata nel metaverso quando il proprietario di una villa appena acquistata vuole cancellarla per rivendere il terreno vuoto. E questa pianta, appunto, rimane per errore incastrata. E persiste. Dall’errore nasce in qualche modo questo concetto di persistenza che oggi non è ancora realtà ma è solo utopia per i creatori del metaverso, in quanto è uno di quegli elementi che insieme all’interoperabilità e all’interscambiabilità non sono ancora realtà ma sono solo le utopie a cui si vorrebbe dar vita per creare il metaverso perfetto. Secondo me questo concetto del voler – anche in maniera inconscia – rimanere, permanere, è qualcosa di estremamente legato al concetto di teatro, di arte. Perché noi, in fondo, creiamo per voler essere ricordati e costruire la nostra identità attraverso le storie che raccontiamo; credo sia stato questo il link che mi ha portato a voler congiungere questi due mondi.

In quanto vincitrice del bando hai avuto la possibilità lavorare all’interno di due laboratori di drammaturgia attivati presso il Liceo Artistico Statale “Giovanni Sello” di Udine e il Liceo “Albert Einstein” di Cervignano del Friuli. Come ti sembra l’approccio delle nuove generazioni alla scrittura teatrale?

Ho avuto la grande fortuna, anche in passato, di poter relazionarmi con giovani studenti del liceo. Mi era capitato di lavorare come insegnante di scrittura creativa al liceo di Lugano, ma parliamo ormai di quattro anni fa. Per me è stato molto bello e ringrazio ancora Federico e Tommaso di avermi dato la possibilità di confrontarmi nuovamente con dei giovanissimi, perché ragazzi di quindici, sedici anni hanno un modo di vedere la vita e la realtà molto lontano da una persona di trentatré anni come me, nonostante non sia neppure moltissimo tempo a separarci. Credo che con l’avvento della tecnologia e del virtuale questi abissi si siano completamente aperti. In generale, ho trovato una grande resistenza in questi ragazzi nel voler parlare e affrontare il tema del metaverso, perché dopo anni di pandemia in cui sono stati costretti a restare chiusi in casa, magari a giocare davanti alla Play Station o a passare il proprio tempo sui social sfruttando tutte queste possibilità del virtuale, un po’ non ne possono più. Perciò questo nuovo mondo del metaverso li spaventa. Non credono che questo nuovo mondo che ci viene imposto dall’alto diventerà una prossima realtà. Dal punto di vista della scrittura sicuramente ho trovato un approccio molto scolastico, non per una responsabilità dei ragazzi, ma proprio perché mi rendo conto che la scrittura creativa in un certo qual modo è difficile inserirla in un sistema scolastico in cui c’è più un approccio secondo me di tipo mnemonico verso lo studio. È stato molto utile lavorare con loro; più che aver fatto scrivere ai ragazzi, abbiamo “rubato” dal loro modo di parlare e provato a raccontare delle cose, delle idee che potevano servire a noi, per il nostro lavoro di scrittura drammaturgica. Devo dire che soprattutto da parte di alcuni ragazzi è venuta fuori una grande voglia di creatività, nel rapportarsi alla scrittura, alla creazione di un progetto, e quindi devo dire che nonostante la difficoltà del rapportarsi con gli adolescenti (la fascia più impegnativa con la quale cercare di aprire un dialogo), è stato molto interessante, ci sono stati dei momenti di alta creatività.

Sei laureata in legge e poi ti sei diplomata alla scuola del Piccolo Teatro. Come si conciliano questi due mondi?

Fino a pochissimo tempo fa non avrei saputo rispondere a questa domanda. Devo dire ultimamente mi sto rendendo conto di quanto questa mia laurea in legge, come un destino, stia trovando un senso nel percorso che sto facendo. A settembre mi hanno chiesto dalla direzione artistica del festival Hors del Teatro Litta di Milano di tenere un laboratorio come formatrice artista emergente per una classe di dodici allievi Under 35 da me scelti, dodici tra attori, performer, ma anche cittadini. Ho chiesto ai ragazzi di lavorare sul tema del rapporto tra teatro e cronaca nera. A ognuno chiedevo di portare un caso di cronaca e di lavorarlo in forma artistica. E quindi ho ripreso quel ramo della giurisprudenza che si occupa attraverso il diritto penale e la procedura penale dello studio dei crimini, dello svolgimento delle indagini. Proprio il genere true crime sta così tornando di moda, anche attraverso i bellissimi podcast di Stefano Nazzi, Indagini, e attraverso tutta quella branca di teatro documentario. Ma non solo. C’è tutto un ramo del teatro, come nella letteratura, che si ispira alla cronaca nera. Oggi c’è un interesse che è quasi morboso. La mia volontà nel lavoro era proprio porci delle domande su questo rapporto, su come il giornalismo interviene anche morbosamente nel raccontarci questi crimini. Aver lavorato con i ragazzi su questi temi mi ha molto riconnessa con la mia laurea, mi sta facendo sicuramente tornare la voglia di approfondire il mio rapporto con la procedura penale e con il diritto penale. Anche perché il laboratorio è andato molto bene, è un format che mi è stato chiesto di riproporre. Può anche essere che io riprenda in mano il tomo di procedura penale (che chissà dov’è nella mia libreria!). Penso che potrebbe essere molto interessante per me capire, proprio come artista e studiosa del diritto, quali sono i legami profondi tra questi due rami dell’essere umano.

 

[Immagine di copertina: Caterina Filograno]



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