Cinema Il cine-occhio

Serenity

Stefano Valva

Reale e virtuale, un binomio che è il dualismo del nostro millennio, anche se ci appare per certi versi ancora enigmatico, contraddittorio e misterioso. Se con la mente l’uomo è già all’interno del mondo digitale, con i social network e con i videogame si entra in un’altra dimensione, nella maggior parte dei casi ludica o interattiva, in cui avviene uno sdoppiamento o una replica del sé. Che sia un avatar o il personaggio videoludico della console, il sé digitale riflette i nostri comportamenti, le azioni e il nostro modo di vivere online.

Un filone del cinema contemporaneo si sta soffermando filosoficamente sull’entrata nel mondo digitale non solo della nostra mente, dell’inconscio e la sua parte mnemonica, ma anche del corpo, ossia attraverso l’uomo che può vivere in carne ed ossa in una realtà virtuale.

Lo sa bene Steven Spielberg, che nel suo ultimo lavoro Ready Player One, tratto dall’interessante romanzo dispotico di Ernest Cline, si sofferma su un mondo digitale completamente citazionistico e ludico che i ragazzi possono attraversare integralmente. D’altro canto il mondo virtuale è principalmente creato dall’uomo per uno scopo effimero, giocoso e appagante, tema già affrontato nella serie televisiva di Jonathan Nolan e Lisa Joy per la HBO Westworld, in cui si rivive fisicamente il “west” o si utilizzano gli androidi come delle bambole senzienti pronte ad esaudire tutti i desideri avventurosi, sessuali e sentimentali del facoltoso, che paga ingentemente il tour virtuale. 

In tutto questo discorso introduttivo rientra per molte ragioni il nuovo film di Steven Knight, un autore nuovo a questo tipo di tematica cinematografica e sociologica, che però già da tempo con film come Locke, come Redemption e con le serie Peaky Blinders – e da poco anche Taboo – analizza la contorta e oscura psicologia della mente umana, sebbene non, nei casi appena citati, in rapporto con le tecnologie, con il virtuale e, oltretutto, in opere sfacciatamente postmoderne. 

Serenity comincia con l’inquadratura di un occhio, come nell’affascinante episodio pilota della serie televisiva Lost, di un occhio nel quale la camera entra e con una dissolvenza incrociata trasporta lo spettatore nell’isoletta di Plymouth, un promontorio americano lontano dal mondo tecnologico e dalla società delle metropoli. Serenity non è altro che il nome della barca di un pescatore locale, Baker Dill, interpretato dall’affascinante Matthew McConaughey, che, fuggito dalla vita sociale, vive da solo inseguendo tonni e squali per poi venderli all’ingrosso, frequentando una donna del posto (interpretata da Diane Lane), e bevendo la sua corposa quantità di alcol giornaliera al bar locale.

Un giorno le si presenta l’ex compagna Karen (da cui ha avuto un figlio), interpretata da Anne Hathaway, che le chiede in cambio di soldi di uccidere l’attuale marito, che maltratta e violenta sia lei sia il figlio avuto dal loro rapporto.Il protagonista, inoltre, comincia anche a dubitare della “realisticità” di Plymouth, che pare essere tanto reale quanto lo è il parco western della citata serie della HBO, dal momento che inizia un dialogo, una specie di connessione unilaterale in stile Interstellar fra Baker e un ragazzino genio della matematica al pc.

La pellicola è tutta da scoprire nella sua durata, perché Knight oltre a rivelarsi un buon regista, è prima di tutto per carriera professionale un ottimo sceneggiatore, che sa come trattare e ammaliare il pubblico, sia con uno screenplay sempre sfumato e intuitivo sia, in questo film, con una costante prolessi narrativa; senza ignorare delle tecniche registiche particolari, tra cui inquadrature come il long-take e semi-soggettive dal ritmo sfrenato che sembrano ricordare un gioco sparatutto o un software informatico: segnali visivi di anticipazione degli sviluppi dell’intreccio per lo spettatore.

Non manca la già citata e consueta caratteristica narrativa del cinema e della serialità di Knight, una rappresentazione decadente, depressiva e nefasta della psicologia umana; spesso derivata dalla guerra, nel caso di Baker, e anche in Tommy Shelby di Peaky Blinders per esempio, che ha reso paranoici, schizofrenici e turbati alcuni personaggi.

In Serenity, Plymouth non è solo un luogo di fuga, di divertimento e di allontanamento repentino della realtà, serve anche a ricostruirla, a migliorarla, a trovare vendetta e, appunto, serenità. Il mondo virtuale, non solo contraltare della realtà stessa, è una valvola di sfogo delle proprie passioni, in cui costruire un’autentica storia di vita, dove l’uomo possa sconfiggere paure e ritrovare le persone care, fare tutto quello che la realtà gli preclude, e conquistare un senso di appagamento non momentaneo, ma persino eterno.

D’altronde, fuggire dalla realtà può essere pericoloso, anche se nel film, a causa della trama, questo discorso viene fisiologicamente estremizzato; tuttavia, da tale input sorge una tematica attuale e quotidiana molto riflessiva, che riguarda gli individui e, in particolare, le nuove generazioni, sempre più addentrate in un rapporto simbiotico con la realtà virtuale, tanto da farla diventare parte integrante, assoluta, della propria vita, che plasma la mente e le relazioni esterne.

Serenity è un film che non parla solo negativamente del rapporto realtà-virtuale e virtuale-umanità, sebbene vivere in entrambi i mondi possa portare ad una destabilizzazione fisica e psicologica dell’uomo. Il virtuale si pone come medicina del cuore e dell’anima, come un paladino della giustizia contro le ingiustizie della realtà. Plymouth è un locus amoenus, un Eden in cui l’uomo non solo diventa artefice del proprio destino, ma anche un direttore d’orchestra che gestisce arbitrariamente ogni spartito. 

Il digitale diventa la personificazione del sogno, dei propri desideri più inconsci, non solo per l’uomo che lo crea, ma anche per gli ospiti, l’intelligenza artificiale che è immagine e somiglianza dei comportamenti e della mente umane. “Non ricordo da quanto mi trovo qui” è affermazione ricorrente nel film, pronunciata da Baker Dill; questa stessa frase viene ripetuta, e anche evitata, spesso, dagli altri abitanti, ricordando l’animo dubbioso e spaesato dell’androide di Westworld, nel primo episodio, quando si pronuncia “I’m in a dream”.

Serenity, con un mix di onirismo, di spazi digitali e reali, confonde protagonista e spettatore, che si trova in suspense, in agitazione, in preda a una sorta di incomprensione per tutta la durata del film, come nel più classico dei thriller. Perché in fondo Plymouth è un luogo come tanti altri in cui viviamo, un ecosistema fatto di socialità, rapporti, delusioni, gioie, obiettivi e azioni. E rappresenta non altro che il gioco misterioso e al contempo emotivo della nostra esistenza. 



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