Cinema Festival

Parte la nuova edizione di Fuorinorma, festival dedicato alla “via neosperimentale del cinema italiano”. Ne parliamo col curatore Adriano Aprà

Franco Cappuccio

Parte oggi a Roma, nella sala rinnovata dell’Ex Filmstudio, oggi SCENA, la quinta edizione di Fuorinorma, festival dedicato alla “via neosperimentale del cinema italiano”, ovvero alla scoperta di film italiani indipendenti, spesso poco o nulla visibili, che in realtà testimoniano la grande ricchezza e le grandi potenzialità che il nostro cinema potrebbe dare (e dà, attraverso questi autori). Ne parliamo con Adriano Aprà, grande critico e studioso di cinema e curatore di Fuorinorma.

Nuova edizione di Fuorinorma, la via neosperimentale del cinema italiano, dal 4 al 9 dicembre a Roma, ma prima di parlare dell’edizione specifica, facciamo un passo indietro e introduciamo il progetto Fuori Norma in sé, che nasce innanzitutto dalla tua esperienza decennale di critico, ma forse in maniera anche più strutturata con una serie di rassegne/festival organizzate nel corso degli anni e delle pubblicazioni che poi si sono andate aggiornandosi e aggiungendo nuovi contenuti col tempo. Quindi come nasce Fuorinorma e che cos’è questa “via neosperimentale al cinema italiano”?

Questa idea è nata alla Mostra di Pesaro quando ho proposto un programma su “Fuori Norma”, scritto in modo staccato, “La via sperimentale del cinema italiano”. Ero incuriosito di sapere che novità c’erano nel nostro cinema, quali film “belli”, per dirla in maniera semplice. E mi sono reso conto che la maggior parte – se non tutti – di questi film, erano film poco noti e poco visti. La rassegna a Pesaro nel 2013 è andata molto bene, sono venuti tutti gli autori, e questi hanno avuto la sensazione di non essere soli ad affrontare dei problemi sia di produzione che di distribuzione. Perché “fuori norma”? Perché vedendoli mi sono reso conto che erano molto molto diversi dai film diciamo “industrialI”, ovvero quelli che siamo abituati a vedere nelle sale pubbliche. Pochi anni dopo, nel 2017, insieme ad alcuni amici, mi sono detto che dovevamo proseguire quell’iniziativa; per questo abbiamo fondato un’associazione culturale, dal nome “Fuorinorma, la via neosperimentale del cinema italiano”: “neo” perché lo sperimentalismo italiano come etichetta riguarda un gruppo di film fatti tra la seconda metà degli anni ’60 e la prima metà degli anni ’70, e che non hanno molto a che vedere con questi film in quanto sono sperimentali hard come l’underground americano, e quindi non volevo collegarmi direttamente a quei film, motivo per cui ho usato la parola “neo-“. Abbiamo fatto delle rassegne, abbiamo selezionato dei film che adesso sappiamo bene dove trovare, film che vedevamo sul web oppure nei festival oppure che ci venivano proposti, e abbiamo fatto una prima rassegna che è andata abbastanza bene, e poi una seconda, e poi una terza, e poi la quarta che abbiamo potuto fare soltanto online, e ora una quinta, che parte adesso in presenza. Tenga conto che io definisco questo festival un festival “espanso” perché, al contrario di altri festival, si svolge in “più luoghi” e in “più tempi”, cioè si svolge durante l’anno in più sale indipendenti romane – poco abbiamo ancora fatto per il resto d’Italia e per l’estero.

“Il sorriso del gatto” di Mario Brenta e Karine de Villers

Avendo già alle spalle qualche edizione, e avendo quindi molto ben chiaro cosa realizzare con questo festival, la ratio di selezione dei lavori è legata all’innovazione dei linguaggi e altre caratteristiche, oppure si inizia ad intravedere una corrente univoca tra tutti questi lavori, delle caratteristiche comuni?

No, queste opere sono molto dissimili l’una dall’altra. “Fuorinorma” non riguarda necessariamente tutti i film, ma riguarda quei non molti film di finzione che io e il gruppo di selezionatori troviamo belli perché la mia impressione, vedendo moltissimi film italiani prodotti dall’industria (per intenderci, quelli che concorrono al David di Donatello), io li trovo di una mediocrità impressionante. Se ne staccano pochissimi film, quattro o cinque all’anno, che oltretutto saranno anche usciti in sala, ma in maniera fantasma – se si va a vedere gli incassi, sono ridicoli. Quindi, quello che cerco di fare è di valorizzare anche dei film che non sono strettamente “fuori norma”, non sono strettamente innovativi dal punto di visto estetico, ma che in quanto belli meritano di essere riproposti.

Dando un’occhiata al programma che si prevederà in questi giorni, una delle prime cose che mi balzano all’occhio – che è una cosa che personalmente condivido in toto – è l’aver deciso di parlare di cinema in senso ampio e non di dividere i film in compartimenti stagni (finzione, documentario, ecc.), ma tutto sotto un’unica categoria inclusiva – anche perché negli anni guardando certi lavori i punti in comune sono sempre più evidenti, e i confini sempre più sfocati.

Intanto io chiamo il pubblico “spettatori”, perché il pubblico – delle sale pubbliche, appunto – è uno spettatore passivo, che va a vedere un film per divertirsi, per seguire una trama, ma non fa alcuna opera attiva, mentre io mi rivolgo agli “spettatori”, cioè gente che partecipa al film nel senso che lo integra con le proprie riflessioni mentre vede il film e dopo che ha visto il film. Questo festival lo chiamo “festival-simposio” perché il simposio nell’antica Grecia era un banchetto dove ci si riuniva e si parlava di filosofie o di altre cose; in questo caso è un simposio in cui, sia gli spettatori, sia gli autori, sia coloro che abbiamo invitato (e ci sono invitati che rappresentano dei nomi importanti), discutono sia dei film che hanno visto il giorno prima, sia di un tema al giorno, che ha a che fare con i problemi del cinema indipendente, cioè di questo cinema che io chiamo “fuori norma”, ma che potrebbe chiamarsi anche indipendente, perché non dipende dalle regole produttive ed estetiche dell’industria.

Sempre guardando il programma vedo che la selezione mette insieme sia artisti più conosciuti da un pubblico più ampio – penso a Per Lucio di Pietro Marcello, penso a Il Caso Braibanti di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese – che comunque in questi mesi ha fatto molto parlare di sé, quantomeno tra un pubblico più cinefilo – a film effettivamente più oscuri anche per chi magari segue più attentamente il cinema. Questo mi fa pensare che la ratio non sia soltanto far scoprire dei lavori nuovi, ma sia proprio una modalità di approccio al film di questi autori, una modalità espressiva.

Certo. L’ultimo giorno, come tema, c’è “La critica e il cinema indipendente”. Questo vuol dire che nella maggior parte dei casi la critica si comporta passivamente nei confronti del nostro cinema, parla cioè solo dei film che escono in sala (e forse neanche di tutti), o dei film che partecipano ai grandi festival e casomai ricevono dei premi. Non ha alcuna voglia di provare a scoprire. Io e i miei soci andiamo a scoprire quello che non è conosciuto, e per far questo serve un notevole lavoro e un notevole fiuto, perché ormai le proposte che ci arrivano sono tantissime e non è che prendiamo tutti, anzi, facciamo un lavoro di selezione serio e accurato.

Tra l’altro, vedo che uno degli argomenti dei simposi che si terranno ogni giorno è dedicato – proprio parlando dei problemi che questi film hanno ad incontrare gli spettatori – a “produzioni e distribuzioni alternative”. Probabilmente è arrivato anche il momento di parlare di far arrivare questi film in maniera innovativa agli spettatori rispetto a quanto si è fatto finora e in passato, trovando nuove strade?

Sì, io ormai non ho più fiducia nelle sale pubbliche, specie per quanto riguarda il cinema italiano, mentre ho molta fiducia sul fatto che ormai sorgono, da alcuni anni, in tutte le città italiane, delle sale indipendenti, cioè che non proiettano – salvo alcune eccezioni – i film del circuito, un po’ come erano tanti anni fa i cineclub; non sono più tali perché programmano tutti i giorni a differenza dei cineclub, ma ce ne sono tanti. E poi i giovani hanno molti altri modi di usufruire del cinema: ci sono i DVD, ci sono i Blu-ray, c’è il web, ci sono persino gli smartphone (questa è una modalità di fruizione che a me non convince tanto, ma che in molti usano per vedere dei film). Quindi, il mercato della distribuzione è cambiato tantissimo; l’industria non ha capito e non vuole capire che con l’arrivo del digitale le cose sono cambiate tantissimo, e quindi usa il digitale come usava prima la pellicola, cioè con costi alti, regole fisse che non tengono conto delle possibilità diverse del digitale, e per questo si danno la zappa sui piedi perché non è possibile produrre 200 film italiani all’anno per un mercato che non esiste. La gente diserta i film italiani fatta eccezione per tre o quattro film all’anno pubblicizzati che magari hanno vinto qualche premio, e se lo meritano questi film. Perché andare a vedere film brutti? Io propongo dei bei film, che costano tantissime volte di meno del prodotto più a buon costo dell’industria.

Mi pare di capire quindi che in questo senso è anche interessante considerare – perché una discussione ormai costante negli ultimi anni riguarda proprio l’esperienza della sala e dello streaming, una discussione qui troppo lunga da approfondire – l’abituare gli spettatori a vedere film diversi anche in condizioni magari di fruizione non ottimali come possono essere appunto un computer o un cellulare e poi avvicinarli gradualmente alla sala, piuttosto che continuare così, giusto?

Sì, le cose sono molto cambiate con l’arrivo del digitale – in maniera radicale – e io insisto che l’industria non vuole capirlo perché ha i suoi interessi, che non si capisce quali sono, nello spendere miliardi per produrre brutti film che nessuno va a vedere, perché ormai il cinema italiano vive – non come una volta che il produttore ci metteva i suoi soldi nel film – di finanziamenti, dal Mibac o dalla RAI, che sono le due principali aziende che finanziano il cinema in Italia, a fondo perduto. Questo non va bene, in quanto significa la morte dell’industria del cinema italiano; parlo di industria perché invece il cinema italiano è vivissimo. Noi abbiamo proiettato dal 2017 ad oggi circa 100 lungometraggi (senza contare corti e mediometraggi) che fra poco saranno di più di quelli prodotti dall’industria, che nessuno va a vedere.

Questa nuova modalità di utilizzo del digitale – vedo anche dagli argomenti dei simposi – ha avviato anche una nuova estetica al cinema, no?

Sì, il digitale spinge per dare una nuova estetica al cinema, e appunto uno dei simposi si chiama “La nuova estetica del digitale”, che non è quella di riprodurre ciò che si faceva col 35mm a costi più bassi, ma di utilizzare le sue potenzialità straordinarie. Il digitale permette di fare della “pittura in movimento”, e non semplicemente la riproduzione della realtà, e questo molti dei nostri autori lo fanno. La pittura in movimento è una delle grandi strade del cinema del futuro.

 

INFO
ingresso libero – prenotazione obbligatoria via mail a
staffscena@gmail.com
inviando un Whatsapp al 3668301304
o telefonando allo 06 51685734

www.fuorinorma.org



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