Arti Performative Mutaverso Teatro

Intervista a Michele Altamura di Vico Quarto Mazzini

Franco Cappuccio

Una delle compagnie più interessanti e oramai già affermate dell’ultima generazione teatrale è sicuramente Vico Quarto Mazzini, nata nel 2010 da un gruppo uscito dall’Accademia Teatrale “Nico Pepe” di Udine, ma operativa e facente pienamente parte di quel rinascimento teatrale che è stata la Puglia dell’ultimo decennio. Scene Contemporanee si è già occupata di loro in passato, quando in occasione del debutto romano di Amleto FX al Teatro dell’Orologio, di cui la rivista è media partner, avevamo intervistato Gabriele Paolocà; adesso, in occasione del loro debutto salernitano nell’ambito della stagione Mutaverso organizzata da Vincenzo Albano, che supportiamo orgogliosamente, ci è sembrato logico continuare quel discorso intervistando un’altra anima di VQM, ovvero Michele Altamura.

Franco Cappuccio: Michele, innanzitutto parlaci della genesi di Amleto FX, spettacolo in cui, dopo Dissenten! e Boheme, avete deciso di affacciarvi per la prima volta con un testo e un “mito” teatrale preesistente.

Michele Altamura: Si, in realtà già in “Boheme” c’era un riferimento precedente che però lì avevamo preso soltanto come spunto. Nel 2014, poi, abbiamo realizzato due spettacoli, entrambi tratti da opere precedenti, seppur ovviamente riscritti e rimessi in scena seconda la nostra sensibilità, ovvero appunto Amleto FX e i Sei personaggi in cerca di autore; quest’ultimo è in realtà molto più fedele nel testo poiché il lavoro di riscrittura è avvenuto soprattutto nella messinscena, mentre a livello narrativo abbiamo preso due o tre fili degli innumerevoli piani del testo originale e li abbiamo seguiti. Con questi due spettacoli abbiamo provato a fare qualcosa che all’estero succede molto frequentemente (basta andare a Berlino, Parigi, ecc.) ovvero associare il classico alla drammaturgia contemporanea. Si tratta di una relazione che fuori dai nostri confini è molto utilizzata, mentre da noi in Italia si tende ancora molto spesso a fare rappresentazioni di tipo filologico, in cui si cerca di essere il più possibile aderenti a come venivano rappresentati in origine (o quantomeno l’idea che abbiamo di come erano rappresentati). Io penso che un testo diventa “classico” perché è in grado di parlare e di trasmettere qualcosa in tutte le epoche e le generazioni e quindi, partendo da questo, abbiamo cercato di capire in che modo Amleto o i Sei Personaggi parlano di noi e con noi. Tra l’altro anche il prossimo spettacolo a cui stiamo lavorando, Little Europa, parte da un’opera precedente con cui stiamo dialogando allo stesso modo, ovvero Il piccolo Eyolf di Ibsen.

FC: In Amleto Fx il personaggio shakespeariano diventa vittima della tecnologia, intesa in senso più generale di quello più eminentemente materiale.

MA: Lo spettacolo è stato scritto, diretto ed interpretato da Gabriele, per cui il materiale di partenza è comunque frutto del suo lavoro, e anche questa questione della tecnologia è stata sviluppata partendo da dei riferimenti che erano molto personali per lui; infatti noi non volevamo parlare di come la tecnologia si interfaccia con un noi generico, ma di come essa si relazione con noi inteso come una multitudine di io singoli, con cui la tecnologia dialoga con ognuno in modo diverso. Poi ci sono anche altri temi, come la solitudine e l’irrappresentabilità del classico, che può essere rappresentato soltanto relazionandolo all’oggi e alla contemporaneità.

FC: Ci sono molti fantasmi in Amleto FX, da Amy Winehouse ai Joy Division, da Kurt Cobain a Robin Williams, però al tempo stesso manca l’unico fantasma presente nell’Amleto, ovvero lo spettro paterno.

MA: Si, perché noi ci interessava molto il concetto di mito. Amleto stesso è un mito; con questo termine individuiamo delle personalità che si sono chieste quale fosse il loro posto nel mondo. Amleto diventa così appieno un mito che possiamo definire “pop”, ma che al tempo stesso oltre a questo mito porta anche altro.

FC: Voi utilizzate nella vostra poetica l’ironia e il grottesto per veicolare i messaggi dei vostri spettacoli.

MA: E’ un modo che abbiamo di guardare questo mondo e al tempo stesso è un modo non banale di parlare agli spettatori e di condurli nel viaggio e nel percorso dello spettacolo. In Dissenten! parlavamo di potere e ovviamente utilizzare l’ironia serviva a dare molta forza a quel tema. E’ una posizione artistica la nostra, perché se avessi avuto delle verità da comunicare magari avrei scritto un libro, mentre la scena per noi richiede più questo tipo di approccio altrimenti diventa informativo, soltanto una questione di pensiero più raffinato. Ogni spettatore ovviamente vede il proprio spettacolo e trae delle proprie conclusioni, e l’ironia aiuta ad attivare appieno questo processo e permettere così allo spettatore di godere appieno di esso e in un certo senso di diventare esso stesso attore e parte di quella replica, che diventa così uno spettacolo diverso e unico ogni volta.

FC: Amleto FX gira ormai da due anni e in generale i vostri lavori hanno sempre una tenitura piuttosto lunga, il che va in controtendenza con quello che è stato il modello produttivo dell’ultima generazione teatrale che, costretto ad esempio da circuitazioni in festival che ogni anno chiedono “la novità”, è stato caratterizzato da un’estrema frammentazione di lavori in studi e progetti biennali e triennali.

MA: Ogni anno ci chiediamo se vogliamo fare uno spettacolo nuovo, ma poi alla fine la scintilla scatta solo quando troviamo uno spunto di partenza che ci fa dire “Da qui vogliamo partire”. Sicuramente In-box ci ha dato una grande mano nella distribuzione dello spettacolo, sia in termini ovviamente economici e sia soprattutto in termini di visibilità perchè far vedere il nostro lavoro a tanti operatori nello stesso momento, poterci parlare di persone e confrontarsi invece di dover ricorrere alla consueta telefonata di vendita dello spettacolo che non permette un’interazione reale. Abbiamo avuto poi la fortuna di aver conosciuto tante persone con cui abbiamo poi stretto delle collaborazioni forti, come il Teatro Kismet di Bari, che ora è diventato TRIC, e la Compagnia Gli Scarti di La Spezia.

FC: Siete anche passati dall’altro lato della barricata, avendo curato per un periodo l’organizzazione di un festival.

MA: Si, con una fondazione bancaria di Bologna abbiamo sviluppato per un anno questo progetto che ci permetteva di incontrare e confrontarsi con quattro compagnie teatrali italiane che sono state in residenza per una settimana in quest’oratorio barocco che ci ospitava e che alla fine della settimana hanno realizzato uno spettacolo. E’ stato anche un modo per lavorare con il pubblico giovane a Bologna, e questo secondo me è un lavoro fondamentale da fare per avvicinare le nuove generazioni al teatro. Bisogna trovare nuove strade, e questo è un compito coordinato tra chi fa gli spettacoli e chi gli organizza.



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