Cinema

È solo la fine del mondo: l’amaro e (in)distruttibile gioco delle parti secondo Xavier Dolan

Valentina Esposito

L’enfant prodige canadese Xavier Dolan porta sul grande schermo un cinema d’autore da alta tensione insieme a un cast stellare in È solo la fine del mondo.

Sala vuota. Si contano tre persone, compresa la sottoscritta che si è scelta un posto centrale al piano inferiore. Sono settimane che mi balena nella testa questo titolo, È solo la fine del mondo, in francese come al solito poi fa più effetto il Juste la fin du monde, e mi chiedo da giorni “chissà cosa vorrà dire”. Mi siedo per scoprirlo.

Nessuna catastrofe da toni sci-fi o logorroici marchingegni fantascientifici. La fine del mondo si respira in una casa, in qualche tempo in qualche luogo, si legge a inizio film, quasi Xavier Dolan volesse dirci che quella che si sta per raccontare può essere un po’ la storia di tutti, non solo quella del giovane scrittore Louis/Gaspard Ulliel.  I suoi occhi profondi e dispersi, quel sorriso accennato compiacente ricordano tanto Dolan, il cineasta prodigio che riesce a proporre attraverso le possibilità espressive, tecniche ed emotive del cinema una narrazione fresca, che si prende gioco del pop facendone un codice linguistico al servizio dei suoi personaggi. Esplosivi, sboccati, isterici, in pericolosa oscillazione tra malinconia ed entusiasmo, come un viscerale e magistrale Vincent Cassel, il cui Antoine resta il personaggio più inafferrabile di tutti. Questa esplosione, questa oscillazione, diventa il marchio narrativo di un film coraggioso, che prende alla testa, al cuore e alla pancia. Il cinema di Dolan in un tempo come il nostro, dove tutto sembra stato raggiunto, tutto è stato compiuto e c’è davvero poco da innovare, ha il coraggio di dire che però c’è sempre qualcosa da raccontare. C’è un sottostrato del presente immenso, memorie nel sottosuolo scomode da raccontare, ma necessario.

Forse c’è poco spazio per le grandi storie, quelle iconiche ed eroiche, perché oggi ci sono gli antieroi che vorrebbero farsi eroi con poco successo.  Così si ritrovano ad essere come un timido canarino che prende il volo e resta schiantato al tappeto perché il tempo non basta più per vivere, e alle volte ci si deve accontentare della sopravvivenza.
Si sopravvive in attesa che si possa vivere: un canarino dal respiro lentamente in affanno.

Louise torna dopo dodici anni dalla sua famiglia, nella sua provincia, nei luoghi in cui è cresciuto e nei quali ha capito di essere “diverso”, che quella sua sensibilità nel percepire il mondo e i suoi meccanismi rischiava di farlo morire soffocato, se non avesse cercato di trasformare quel dono in un linguaggio personale. Parole e immagini che arrivano a tutti, meno però a una famiglia che si fa simulacro di una delle verità più controverse dei nostri tempi: siamo immersi in una comunicazione costante e sincronizzata, eppure non riusciamo più a comunicare. I tag non li mettiamo solo sui social, li applichiamo anche alle nostre vite: definiamo gli eventi, le persone, le circostanze, dimenticandoci che ogni elemento che ci circonda è composto di minuscole particelle che possono mescolarsi indisciplinatamente e darci una lettura sempre nuova. È questa “fortuna” che ci permette di prendere consapevolmente delle scelte, e Louise nel suo dolore, nell’amaro appuntamento con il suo destino, ha il coraggio di farlo accettando anche il fallimento.

Al suo ritorno il giovane drammaturgo non può essere Ulisse, come vorrebbe una madre che paga l’assenza di una figura paterna per i suoi figli e che chiede al figlio più maturo di fare l’uomo, riaprire un dialogo e una relazione con due fratelli dispersi. “Non è l’età che ti fa grande”, afferma Martine/Nathalie Baye, ma la vita e i suoi viaggi. Eppure a Louise i viaggi, i successi e l’indipendenza non bastano, perché gli equilibri non si possono sovvertire se non si vuole sovvertirli insieme. A molti, come ad Antoine, sovvertire gli equilibri fa paura perché vorrebbe dire fare un passo indietro, stravolgersi, uscire dai ruoli che si sono costituiti e rinnovare le regole del gioco. E allora a Louise viene privato anche il ruolo di Telemaco, perché ogni canale di comunicazione viene spezzato da una decisione sottile e tacita: Louise è il silenzioso, Antoine è l’arrabbiato, ironico e impulsivo, Suzanne/Léa Seydoux è la sorella che cerca il suo posto nel mondo, Catherine/Marion Cotillard è la moglie buona e ubbidiente, e Martine è la madre che gioca a fare la cieca. Sembrerebbe che solo uno di loro abbia scelto per tutti, eppure senza rendersi conto lo hanno deciso tutti insieme questo controverso e spacciato gioco delle parti.

Verso i titoli di coda allora comprendi che se accettiamo questo gioco sì È solo la fine del mondo, ma già stare qui a raccontarcelo è un passo avanti: è un cinema dei miracoli, un cinema viscerale d’autore che dà gioia e che ci ricorda un’urgenza umana, incontrollabile, dura e dolce al tempo stesso, che non avrà mai fine. Prendere la parola. Farne gesto, azione, grida, simbolo, fotogramma, immagine, as you like it.


Dettagli

  • Titolo originale: Juste la fin du monde
  • Regia: Xavier Dolan
  • Anno di Uscita: 2016
  • Genere: Drammatico
  • Fotografia: André Turpin
  • Musiche: Gabriel Yared
  • Costumi: François Barbeau, Sophie Beasse, Xavier Dolan, Isabelle Dupire
  • Produzione: Canada, Francia
  • Cast: Nathalie Baye, Vincent Cassel, Marion Cotillard
  • Sceneggiatura: Xavier Dolan, Jean-Luc Lagarce, Nathalie Paquette

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