Cinema Il cine-occhio

Miss Bala

Stefano Valva

In un periodo storico come quello post-elezione di Donald Trump del 2016, la tensione al confine fra Stati Uniti e Messico è alquanto spinosa e delicata; Miss Bala è un film che si inserisce in parte in tale discorso, atraverso una storia nel microcosmo di una normale ragazza latina, che si ritrova per puro caso (posto sbagliato, al momento sbagliato) all’interno del vortice di violenza che collega il sud degli States con cittadine messicane, in questo caso Tijuana.

Miss Bala California è un concorso di bellezza, al quale vogliono partecipare due amiche del cuore, ossia la protagonista Gloria e Suzu. Gloria è andata a trovare l’amica a Tijuana, dopo che negli States il lavoro di make up artist non procedeva brillantemente. Una sera in discoteca, le due si ritrovano in mezzo ad uno scontro a fuoco tra famiglie Narcos, e Gloria perde di vista la sua amica e viene rapita da un gruppo di criminali, capitanati dal narcotrafficante Lino.

Quest’evento farà partire la sua odissea nel mondo del narcotraffico messicano, costringendola a intrattenere il boss, a fare il corriere (in stile Clint Eastwood in The Mule), e ad avere rapporti con la DEA, così da stare in un contesto all’apparenza insostenibile per una donna sola, debole (almeno inizialmente) e innocente.

Il film è un remake di produzione americana della pellicola omonima messicana del 2011 diretta da Gerardo Naranjo. Il remake è diretto da Catherine Hardwicke, la quale, tra le altre cose, è stata anche la regista del primo capitolo di Twilight. Il film è uscito a febbraio negli States, e ha avuto un’accoglienza nel complesso fredda – come la hanno molti remake del genere – e in Italia la sua distribuzione risulta ancora inedita.

L’elemento più lampante della pellicola, di primo acchito, è la direzione di una regista donna, perché Miss Bala gira prettamente su di loro, sulle donne e per le donne che vivono determinati contesti di violenza con soprusi. Miss Bala, d’altronde, non sottolinea solo la debolezza femminile e la supremazia maschile in mondi criminali e più in generale di potere, ma anche dell’innata capacità delle donne di trovare una forza, anche in situazioni emotivamente insostenibili.

L’evoluzione del personaggio, all’interno della narrazione filmica, è tutto in salita, andando in controtendenza con quello contemporaneo/postmodernista, che solitamente si ritrova sempre in discesa, o comunque a cominciare la sua storia già con una crisi psichica. Quella di Gloria invece è una storia in ascesa, quasi una ricerca della sua vera natura, che non la porterà ad essere più spietata dell’uomo, o al posto di esso, ma semplicemente avvierà un percorso psicologico ed emotivo prettamente personale, che le darà la determinazione di affrontare situazioni spinose, dove è in ballo la sua vita e quelle delle persone care.

La Hardwicke intende far spiccare proprio questo nella trama, dando alla sua protagonista una solidarietà femminile, da trasmettere a quelle donne che nella vita quotidiana vengono trattate così nella realtà sociale. Quasi sempre, nei film sui Narcos, la donna viene raffigurata come un oggetto, il cui destino è essere trafficate per poi prostituirsi, essere utilizzate nelle cucine e nelle case come giocattolo dei desideri dei criminali, ossia degli uomini. Divengono un bisogno momentaneo, da scartare subito dopo.

E sostanzialmente la figura della donna in film o serie del genere è prettamente questa, di secondo piano e di poco rilievo in un mondo criminale, in tal caso messicano e del cartel. Qui invece la regista pone un punto di vista proprio su una di quelle donne, che oltretutto senza motivo e senza colpe si ritrova catapultata in un inferno dal quale è difficile uscirne.

Il punto di vista di Gloria serve anche a descrivere il contesto che la circonda: il traffico di droga tra San Diego e Tijuana, la corruzione della polizia, la manipolazione di concorsi e manifestazioni (ossia della gara di bellezza), la DEA che sotto-copertura intercetta e indaga sui Narcos, anch’essa utilizzando in maniera poco ortodossa gli inetti come Gloria per raggiungere degli obiettivi. Questi sono tutti cliché, che negli anni si sono ritrovati in opere al cinema, e che hanno fatto la fortuna di serie televisive come Narcos su Netflix.

Nonostante ciò, il punto di vista e la forte digressione psicologica, che porteranno Gloria ad un profondo cambiamento comportamentale e caratteriale, per fare di necessità virtù, mette in disordine sia gli elementi appena citati sulla raffigurazione del contesto criminale messicano, sia alcune parti della trama che vengono tralasciate ingiustamente dalla regista.

Forse era troppo forte la voglia di mettersi nei panni della protagonista, e di raccontarne la sua scalata mnemonica alla ricerca della forza e dell’orgoglio, per diventare più forte di quello che pensava, così forte da sfidare i servizi segreti e i Narcos, pur di ritrovare la sua amica Suzu, e riprendersi la sua vita e la sua normalità. Eppure questa inconscia voglia della regista finisce per essere anche un tallone d’Achille, perché svariati elementi vengono messi nel dimenticatoio narrativo, portando Miss Bala ad avere evidenti falle di sceneggiatura.

Nello specifico: il rapporto tra Gloria e la DEA, che in parti del minutaggio è di forte rilievo, viene abbandonato senza conseguenze e mai più ripreso. La stessa storia personale di Gloria viene oscurata già dall’inizio, cosi che lo spettatore faccia fatica a comprendere il suo mutamento psicologico, e conseguentemente a immedesimarsi sempre più in lei. Inoltre, gli elementi citati poche righe fa sul mondo criminale sono inseriti in maniera disordinata e poco sviluppati. Ciò sta a significare che la regista non è riuscita a controllare e a inserire razionalmente le varie sotto-trame che si insediano all’interno dell’odissea emotiva che colpisce Gloria, che seppur sia l’unico e vero obiettivo del plot, rischia di stonare in un contesto di regia ambiguo e s-linearizzato.

Miss Bala è nel complesso un film interessante – sotto alcuni aspetti – e giustamente femminista, anche perché sensibilizza lo spettatore su un contesto sociale e politico ancora oggi complicato per le persone di quei luoghi, principalmente per le donne, che in tali ambienti sono quasi sempre le prime a rimetterci e a essere trattate come altro, non sicuramente come esseri viventi senzienti. Ma, nello stesso tempo, è una pellicola con svariate lacune – che anche lo spettatore più comune riesce a scorgere – che non la fanno arrivare ad un livello estetico e narrativo di spessore, da moderno genere drama, che in un periodo storico odierno il cinema può raggiungere, nel microcosmo esistenziale di una giovane donna; tanto sola e sofferente, quanto orgogliosa e determinata. Tutte qualità da scoprire, ma che ogni donna può avere nel proprio sacco, perché spesso solo alcune caratteristiche in sé innate, da sempre, possono salvarla dalle tante assurdità culturali e sociali.


  • Diretto da: Catherine Hardwicke
  • Prodotto da: Pablo Cruz, Kevin Misher
  • Scritto da: Gareth Dunnett-Alcocer
  • Protagonisti: Gina Rodriguez, Ismael Cruz Córdova, Anthony Mackie
  • Musiche di: Alex Heffes
  • Fotografia di: Patrick Murguia
  • Montato da: Terilyn A. Shropshire
  • Distribuito da: Sony Pictures Releasing
  • Casa di Produzione: Columbia Pictures, Canana Films, Misher Films
  • Data di uscita: 01/02/2019 (Stati Uniti)
  • Durata: 104 minuti
  • Paese: Stati Uniti, Messico
  • Lingua: Inglese, Spagnolo
  • Budget: 15 milioni di dollari

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