Aldo Nicolaj/Walter Manfrè // “Visita ai parenti”
A Lamezia Terme (CZ), lo scorso 26 settembre, è andato in scena presso il Convento dei Frati Minori Cappuccini nel Santuario di Sant’Antonio, “Visita ai parenti” diretto da Walter Manfrè, su testi di Aldo Nicolaj, con Chiara Condrò, Gianni Pellegrino, Giuliana Antenucci, Tommaso Ieradi, Maurizio Di Carmine, Antonella Nieri, per l’anteprima della nuova stagione di Vacantiandu Fest 26.27, diretta da Nico Morelli ed Ercole Palmieri, un progetto sostenuto dalla Direzione Generale dello Spettacolo-MIC.
Un’esperienza teatrale intensa e disturbante, nel senso più autentico e fertile del termine: inserire la drammaturgia monologica di Aldo Nicolaj nella cornice claustrofobica di cellette conventuali non rappresenta una semplice scelta di ambientazione scenografica, ma una radicale operazione di ri-funzionalizzazione drammaturgica. Attraverso il dispositivo del “Teatro della Persona”, Walter Manfrè abbatte la tradizionale quarta parete e scardina il modello frontale della visione, trasformando il pubblico nell’elemento costitutivo dell’azione scenica. Questa scelta non rassicura, non offre allo sguardo una distanza protettiva, non consente di rimanere comodamente seduti sulle poltroncine di velluto rosso. Al contrario, conduce gli spettatori all’interno di uno spazio claustrofobico e perturbante, costringendoli a entrare in relazione con personaggi che abitano il confine incerto tra follia e normalità, tra delirio e lucidità, tra mostruosità e umanità.
Non è uno spettacolo consueto, né per la forma né per il modo in cui costruisce il rapporto con il pubblico. Qui il teatro non si limita a raccontare: invade lo spazio, lo trasforma, coinvolge il corpo e i sensi dello spettatore. E, soprattutto, rovescia le convenzioni. In questo contesto site-specific, i corridoi desolati e le celle del convento diventano un’eterotopia foucaultiana, uno spazio altro in cui la sanità e la devianza si specchiano. Gli spettatori, scortati e sollecitati dalle grida perentorie degli infermieri “Parenti, la visita è terminata! In silenzio, da questa parte!”, vengono introdotti a piccoli gruppi all’interno di micro-ambienti angusti. La prossimità fisica con l’attore cancella qualsiasi filtro di sicurezza borghese: il respiro, l’odore, lo sguardo maniacale e la gestualità incontrollata dei reclusi saturano lo spazio sensoriale, generando una sensazione percettiva di ansia e di straniamento.
I monologhi di Aldo Nicolaj si rivelano la materia verbale perfetta per questo tipo di esperimento immersivo. La cifra stilistica dell’autore risiede nella mimesi grottesca della quotidianità: i suoi personaggi non parlottano il linguaggio clinico della pazzia, ma l’italiano medio, piccolo-borghese, intessuto di luoghi comuni, morali ipocrite e candida ragionevolezza. L’inquietudine nasce proprio da questa dissonanza tra la banalità del tono e l’orrore del contenuto, laddove la regia di Walter Manfrè dimostra un’elevata perizia nell’orchestrare i tempi della fruizione emotiva. Il pubblico viene spostato fisicamente da una storia all’altra, accompagnato dalle indicazioni degli infermieri, invitato a procedere rapidamente e in silenzio. Questi passaggi costituiscono una sorta di “interpunzione scenica”: interrompono un delirio per introdurne un altro, impediscono la sedimentazione emotiva e producono una sensazione di crescente disorientamento. “Parenti, la visita è terminata…” diventa così una formula ricorrente che restituisce al pubblico la propria condizione di visitatore e, contemporaneamente, lo obbliga a proseguire attraversando le sei “stazioni narrative”.
La saponificatrice (Chiara Condrò) sublima il fatto di cronaca nera della saponificatrice di Correggio in un delirio d’igiene domestica. La donna, con le mani quasi sempre immerse nell’acqua, descrive l’ergastolo e l’isolamento come il più grande premio della sua vita, un’oasi di pulizia assoluta. Il processo di bollitura dei corpi umani nel calderone per fare il sapone viene esposto con la medesima levità di una ricetta casalinga, evidenziando la totale alienazione etica del personaggio.
L’uomo del Sud (Gianni Pellegrino) mette in scena il paradosso d’onore di Peppino. Nicolaj decostruisce il mito del machismo mediterraneo attraverso un ribaltamento farsesco e tragico: l’uomo, che ha ucciso un pretendente inoffensivo per lavare un’offesa mai avvenuta, viene salvato dalla falsa testimonianza della moglie Adele. La donna, rivendicando la propria emancipazione attraverso il martirio simulato, lo punisce condannandolo alla prigionia di una reale e sistematica infedeltà domestica.
Ne La Marchesa dei topi (Giuliana Antenucci) l’ambizione imprenditoriale si trasforma in un incubo kafkiano di sovrapproduzione, in cui il capitale accumulato (i topi) finisce per divorare il produttore (Alfredo) e colonizzare la mente dell’internata.
L’uomo che ama le donne (Tommaso Ieradi) dichiara il proprio amore per il femminile, ne celebra la bellezza, ne analizza ossessivamente il corpo, ma la fascinazione conduce alla violenza estrema giustificata come l’unica forma possibile di possesso e “amore”.
Il signore solidale (Maurizio Di Carmine) illustra un cinico delitto d’onore rovesciato in cui la complicità maschile e la passione condivisa per il teatro tra l’uomo – amante della moglie – e il marito portano all’eliminazione dell’intrigante donna, tramutando l’omicidio in un sodalizio borghese tra gonnellini da tennis e partite allo stadio.
In W la regina (Antonella Nieri) si assiste alla fuga psicotica di una donna – moglie e madre – che dopo una vita trascorsa nella solitudine domestica, attraverso l’uso di una sostanza stupefacente trasforma la propria quotidianità in una fantasia di potere, riconoscimento e appartenenza. La piazza vuota diventa una piazza gremita; la solitudine si converte in acclamazione; la donna anonima diventa regina. “Viva la regina!” non è soltanto la frase conclusiva del delirio, è la disperata costruzione di un mondo nel quale qualcuno finalmente la vede. Ed è, forse, proprio qui che la pièce rivela il suo nucleo più umano. Dietro i deliri non ci sono soltanto comportamenti devianti o mostruosi, ma solitudini.
“Visita ai parenti” non è semplicemente uno spettacolo teatrale, ma una discesa nello specchio deformante della fragilità umana. Un’opera intensa, disturbante e di rara potenza maieutica, che riafferma il teatro come esperienza viva, carnale e irripetibile. Un’opera che non cerca il consenso dello spettatore, cerca – piuttosto – di incrinarne le certezze. E proprio per questo lascia addosso un’inquietudine che continua anche quando la visita è terminata perché il pubblico comprende che la distanza tra la sicurezza di chi sta fuori e la follia di chi sta dentro è soltanto un’illusione prossemica.


