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“Danza Urbana” festeggia trent’anni ‘abitando’ Bologna

Roberta Leo

I trent’anni di Danza Urbana non smentiscono l’anima tutta bolognese che da sempre contraddistingue il festival diretto da Massimo Carosi. Anche in questo compleanno importante, infatti, il festival resta intriso di un’anima tutta emiliana fatta di ricerca, inclusione e democraticità.

È su questi pilastri che, nel suo trentennale, batte il cuore della manifestazione rileggendo l’evoluzione dei suoi concetti cardine.

La Sagra della Primavera di Roger Bernat. Foto di Salvatore Lumia

Spazio, corpo e comunità restano le coordinate di una mappa ormai estesa e riconoscibile che non cessa di interrogarsi sulle sfide di fronte alle quali è posto l’uomo moderno che anela, ancora oggi, a quel senso di appartenenza tanto desueto nel presente. Nell’era del nomadismo digitale e non, nella società dell’AI e delle connessioni virtuali si brama ancora (e per fortuna) la prossimità, il dialogo e il contatto. E quale opera poteva meglio incarnare tale urgenza se non un’altra nuovissima Sagra della Primavera? Da sempre considerato titolo iconico della storia della danza del Novecento, dall’originale di Nijinskij a Pina Bausch ma anche Bèjart, Massine, Prejiocaj, Tetley e tanti altri, per i coreografi che hanno rimaneggiato l’opera fino ai giorni nostri, La Sagra della Primavera resta ‘la danza del rito’. Da sempre una comunità celebra rituali nei quali ritrova l’appartenenza ad una terra, ad un luogo da abitare. E guarda caso è La Sagra della Primavera di Roger Bernat ad aprire il festival venerdì 4 settembre nell’ex Chiesa di San Mattia, ormai foyer abituale di quel teatro senza pareti che è Danza Urbana. Ma l’operazione culturale del festival non è una semplice fuga dai contenitori culturali tradizionali in favore di nuovi spazi anticonvenzionali ma la creazione di incontri, relazioni e modi altri di abitare la città in quanto spazio pubblico che invita i suoi abitanti ad attraversarla. E tornando a Bernat questo suo lavoro si pone come dispositivo scenico che invita il pubblico, attraverso la voce di un’intelligenza artificiale, a indossare le cuffie ed essere parte attiva e protagonista della performance. La voce fornisce agli spettatori/performer prima le coordinate spaziali (alba, bosco, ecc.) invitando ad annotarle sulle pareti con un gessetto. In seguito suggerisce i gesti coreografici guidando questo insolito corpo di ballo sulla partitura di Stravinskij. La coreografia omaggia chiaramente quella ripetizione ossessiva della celebre versione di Pina Bausch, ne riprende molti gesti e posture, l’abito rosso dell’Eletta, la sua solitudine nel prendere distanza dal suo popolo che la sacrifica per un bene superiore. Di Bausch restano anche i potentissimi momenti corali e le corse affannate di uomini e donne che si preparano a celebrare quell’antico rito della Russia pagana che insegna che solo dalla morte e dal sacrificio può nascere una nuova vita. Così come le stagioni della natura muoiono e rinascono ciclicamente da millenni. Il pubblico non professionista sperimenta valori universali riletti nei gesti dell’uomo che danza.

Arnau Perez e Nico Martìnez, Vibra!. Foto di Giancarlo Donatini

Sabato 5 settembre tre danzatori attraversano Piazza San Francesco, altro luogo ormai fisso per gli habitué del festival. Alejandro Moja con Desvelo e Arnau Perez (coreografo oltre che interprete) e Nico Martìnez con Vibra!. Il primo interpreta la propria creazione di breakdance urbana abitando fisicamente un tokonoma, termine giapponese usato per indicare un piccolo spazio per il riposo e la comtemplazione. Moja si contorce sull’asfalto mentre, tra un’acrobazia e l’altra, disegna, srotolando un nastro isolante da ferramenta, il suo intimo spazio (da ‘abitare’ appunto) per creare la sua danza. Ma è attraverso l’atto creativo stesso che il danzatore costruisce il suo piccolo rifugio senza mura, misurando con precisione quasi ingegneristica, lo spazio per il suo quadrato, ormai svelato allo sguardo del pubblico. Il duetto vibra invece come il nome della creazione. Si ispira alle danze sociali in una breve carrellata dei balli di coppia. Tra citazioni e variazioni ritmiche ricorda molto le performance post-Covid19 in cui, reduci dai vari lockdown, si ricercava di nuovo un contatto fisico. I due artisti appaiono freschissimi nella loro danza, simpatici con dei infantili copricapo dalle orecchie animalesche, rimandano all’infanzia, giocano, rievocano quella danza da sempre insita nell’uomo comune. È una danza semplice, ancora una volta democratica, in quanto accessibile a tutti senza tecnicismi o virtuosismi. La celebre canzone d’amore Only You conclude questo lavoro di Perez con l’invito da parte del duetto a vivere questa semplicità e appartenenza con un ballo di coppia a cui prende parte tutto il pubblico urbano.

L’avvenire di Silvia Rampelli. Foto di Stefano Scheda

Dopo questo momento dal gusto retrò, che tanto ricorda le feste in casa di una volta e assolutamente inclusivo, si torna nella chiesa di San Mattia per L’avvenire di Silvia Rampelli. La coreografa filosofa in questo lavoro che, a differenza di Vibra! per il pubblico si rivela tutt’altro che inclusivo, conferma il suo approccio concettuale che si esplicita in forme e immagini create dal corpo umano nella sua staticità e dinamica. Gli spettatori prendono posto attraversando uno spazio su cui troneggiano i corpi nudi dei quattro danzatori su strutture cubiche. Come in un museo di sculture i corpi restano immobili nel silenzio, illuminati da una luce bianca e fredda che sembra vivisezionarli. Una schiena si racchiude su sé stessa assumendo la forma di un pugno chiuso, i capelli delle donne prolungano i loro gesti, i corpi stazionano seduti, una coppia di fronte all’altra resta in silenzio per lunghissimi minuti. La danza qui è presenza. Nient’altro.

Oltre alle performance non mancano i laboratori liberi e gratuiti come EchoLove a cura di Ape  Creativi108. Come accade spesso a Danza Urbana contatti e relazioni nascono proprio dal corpo e, quindi, dalla danza. In questo caso domenica 6 settembre all’interno del DAS di Bologna nasce un dialogo sulle relazioni tossiche condotto tra i partecipanti, tra loro sconosciuti, prima in coppia, poi a quartetti o gruppi più ampi. Stimolati da domande sull’amore, uomini e donne comuni, più o meno appassionati o abituati alle pratiche corporee, si muovono nello spazio cercando di dare delle risposte a sentimento umano per eccellenza. Prima con la parola e poi attraverso gesti nati dalla localizzazione di un’emozione in una parte del corpo, imparano a dare un significato codificato a quella stessa emozione prima di trasformarla in una breve partitura danzata.

Conclude il primo weekend del festival la compagnia franco-marocchina Gil Z con KMs of Resistance di Mehdi Dahkan, fondatore della compagnia che è anche in scena insieme a Mohamed Bouriri. Senz’altro si tratta di un lavoro magnetico che testimonia l’urgente bisogno di libertà e sicurezza comune, l’esigenza di darsi voce. Il lavoro nasce dalla parola araba aita letteralmente grido, chiamata. Nella coreografia è la voce che riecheggia nel cortile dello spazio artistico culturale del Collegio Artistico Venturoli. Un danzatore respira con affanno per poi essere raggiunto dal suo compagno ansimante. Il respiro, sempre più ansimante e strozzato diventa voce. Qui la danza e la musica sono voce e, tra i ritmi e i movimenti di questi due corpi insabbiati dalla terra e dalla polvere, la voce stessa vince sulla ragione e sul corpo. Tra grido e lamento la voce si connette visceralmente con il punto più profondo di noi stessi. I movimenti talvolta si fanno più fluidi, la voce si ritira e torna respiro, alito che sostiene reciprocamente i movimenti dei due uomini. Questo soffio interagisce anche con il pubblico che, anche, qui soffia sui danzatori modellando la danza. Così la voce abita (ancora una volta) il corpo che, a sua volta, grida un’urgenza e diventa politico. Di tutti.

[Immagine di copertina: Gil Z, KMs of Resistance. Foto di Giancarlo Donatini]



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