Arti Performative

Opera Estate Festival Veneto. Proxima Res // La locandiera

Giada Marcon

      Il bianco, si sa, racchiude in sé tutti i colori che conosciamo; scegliere il bianco come tonalità dominante di uno spettacolo, significa bisbigliare allo spettatore che sul palcoscenico vedrà le luci e le ombre di cui egli stesso è composto. Andato in scena lo scorso 6 agosto, al Teatro Remondini di Bassano […]

 

 

 

Il bianco, si sa, racchiude in sé tutti i colori che conosciamo; scegliere il bianco come tonalità dominante di uno spettacolo, significa bisbigliare allo spettatore che sul palcoscenico vedrà le luci e le ombre di cui egli stesso è composto.

Andato in scena lo scorso 6 agosto, al Teatro Remondini di Bassano del Grappa (VI), in occasione di Operaestate Festival Veneto, La locandiera di Carlo Goldoni torna a sorprendere e a far sorridere, grazie alla Compagnia Proxima Res.

Non è l’intera opera a essere rappresentata, ma solo alcune delle scene più celebri, introdotte dalle parole del loro ideatore. Nelle sue Memoireis, pubblicate nel 1787, Goldoni si lascia trasportare dai ricordi, fornendo una sincera analisi del suo lavoro e dei suoi personaggi, fra cui, appunto, Mirandolina.

L’astuzia, la tenacia, la diplomazia e le debolezze del cuore della donna sono i temi che scandiscono la brillante produzione targata Proxima Res, fedele all’originale, ma non priva di trovate sceniche che la rendono una piacevole novità.

L’impressione, all’alzata del sipario, è di essere in una grande sartoria teatrale, tale è la mole e la qualità dei costumi disposti ordinatamente su appendiabiti ai lati del palcoscenico; nella quale, finito il lavoro ordinario, i vestiti di scena prendono vita e raccontano essi stessi le storie per cui sono stati creati.

Cinque interpreti vestono e svestono i panni dei memorabili protagonisti dell’opera e dei candidi lettori, che negli anni hanno sfogliato le pagine delle memorie dell’autore, scandendo l’azione attorno ad un lungo tavolo che invade orizzontalmente lo spazio scenico. Il grande desco diviene simbolo dell’atmosfera conviviale della locanda, testimone della verve della padrona di casa, luogo in cui l’amore viene ridotto a un cinico gioco d’intelligenza e custode delle poupettes: queste, le bambole con cui il drammaturgo iniziò ad immaginare le sue celebri storie, non fungono solo da deliziosi oggetti ornamentali, ma diventano, all’occorrenza, veri e propri sostituti degli interpreti in carne ed ossa.

Mirandolina (Mariangela Granelli), il Cavaliere di Ripafratta (Emiliano Masala), il Marchese di Forlipopoli (Tindaro Granata), il Conte d’Albafiorita, Dejanira dal Sole (Laura Palmeri), Ortensia dal Poggio e Fabrizio (Francesca Porrini) sono personalità che ben conosciamo nei loro pregi e difetti, ma in un allestimento che si rispetti – ricordiamo, per esempio, quello del regista Andrea Chiodi – acquistano una nuova vitalità. Il merito va anche agli splendidi abiti e alle particolari parrucche, opera di Margherita Baldoni e Maria Barbara de Marco, il cui candore sembra assorbire le peculiarità dell’ottima performance attorale.

È così che, di fronte alla risata gorgogliante del Marchese, alla goffaggine amorosa del Cavaliere o al barcollante cinismo della Locandiera, lo spettatore può immaginare che improvvisi zampilli di colore decorino le loro vesti e mostrino al mondo la loro intramontabile anima.



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