Arti Performative

Teatro Stabile del Veneto // Le baruffe chiozzotte

Giada Marcon

    Può una zucca arrosto scatenare un parapiglia in un’intera città? A quanto pare, a Chioggia la risposta è “sì”. Dal 19 al 22 luglio scorsi, a distanza di quasi trent’anni dall’ultima messa in scena al Teatro Romano di Verona, la nuova produzione del  Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, Le baruffe chiozzotte […]

 

 

Può una zucca arrosto scatenare un parapiglia in un’intera città? A quanto pare, a Chioggia la risposta è “sì”.

Dal 19 al 22 luglio scorsi, a distanza di quasi trent’anni dall’ultima messa in scena al Teatro Romano di Verona, la nuova produzione del  Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, Le baruffe chiozzotte di Carlo Goldoni, è approdata all’Estate Teatrale Veronese con il brio e la sagacia che hanno sempre caratterizzato il testo del drammaturgo veneziano e l’unicità della “Piccola Venezia” dove tutto ha luogo.

Nell’attesa del ritorno di mariti, fratelli e fidanzati a bordo della tartana peschereccia, Madonna Pasqua, Lucietta, Madonna Libera, Orsetta e Checca passano il loro tempo fra merletti e chiacchiere ordinarie. Questo, fino all’arrivo di Toffolo, che offre della zucca arrostita alle gentili figure, a partire da Lucietta e Donna Pasqua. Casualità, celate preferenze o sfortuna vogliono che il gesto scateni la gelosia di Checca, la più giovane fra le donne già citate e l’unica ancora alla ricerca di un marito, visto che la sorella Orsetta è promessa a Beppe (fratello di Lucietta e cognato di Donna Pasqua) e Lucietta al pescatore Tita Nane.

Un semplice atto di cortesia, insomma, si trasforma in un vero e proprio butterfly effect, e risentimenti e gelosie si rovesciano come un uragano nella città di Chioggia.

Il regista Paolo Valerio comprende tutti gli elementi che compongono la fortuna e l’importanza dell’opera e li porta su di un palcoscenico con arguta semplicità.

Nelle sue Baruffe Goldoni riuscì in ciò che sapeva fare meglio: scavare nell’essenza dell’essere umano e portare alla luce ogni sua imperfezione, per poterla esaminare, comprendere e, forse, superare. Ipocrisia ed egoismo, atteggiamenti tanto maschili quanto femminili, divengono in fretta i cardini di qualsiasi parola e azione, tanto che ogni figura sembra essere una piccola isola lagunare, abbastanza vicina per vedere ciò che accade attorno a sé, ma troppo impegnata a pensare al proprio bene per farne al prossimo.

Per la fortuna dello spettatore, però, l’empatia del drammaturgo è pari alla sua grande ironia. Grazie a questa, infatti, tutti i difetti dell’umana esistenza, seppur visibili, sembrano passare in secondo piano. La caratterizzazione di ogni personaggio, unita al flusso incessante di battute in un rivisitato dialetto chioggiotto, rendono la messa in scena esilarante e scattante; non c’è attimo di sosta nell’avvicendarsi delle questioni d’amore e d’onore fra campi, calli e canali. Ma, se questa viene considerata una delle commedie più riuscite di Goldoni, lo si deve anche alla sua protagonista principale: Chioggia.

Esistono città, a volte addirittura paesini di provincia, che sembrano scaturire dall’immaginario di un valente scrittore; luoghi che sembrano esistere in una sorta di universo parallelo in cui ogni cosa si svolge secondo regole e usanze uniche. Chioggia appartiene a questo ideale.

La vita clodiense è legata alla collettività, alla certezza che ogni segreto sia ben custodito ma allo stesso modo conosciuto da tutti; alla naturalezza di sentirsi a casa propria anche fuori dall’uscio domestico; al sentirsi parte di una grande famiglia che racchiude, in verità, un’intera città.

Nella regia di Paolo Valerio, bianchi drappi ricoprono il perimetro della scena, come se le vele dei numerosi pescherecci della laguna ci conducessero ad essere testimoni di quegli imprevedibili avvenimenti, mentre basiche assi di legno, poste a terra ai lati della scena, ci aiutano a distinguere gli spazi privati (dove gli interpreti trovano un rifugio in cui assopirsi nei momenti di “pausa” fra una scena e l’altra) da quelli collettivi della piazza. È lì, dove l’io diventa noi che il palco si anima di voci, bisbigli e litigi grazie a un cast impeccabile sia nei movimenti che nel padroneggiare il particolare dialetto senza il quale la pièce perderebbe parte del suo fascino.

L’allestimento di Valerio è, nella sua essenzialità, un omaggio fedele e accurato al caotico ordine umano.

 

 

 

LE BARUFFE CHIOZZOTTE

 

di Carlo Goldoni

regia Paolo Valerio

con (in ordine alfabetico): Luca Altavilla, Francesca Botti, Leonardo De Colle, Piergiorgio Fasolo, Stefania Felicioli, Riccardo Gamba, Margherita Mannino, Michela Martini, Valerio Mazzucato, Giancarlo Previati, Marta Richeldi, Vincenzo Tosetto, Francesco Wolf

consulenza storico –drammaturgica Piermario Vescovo

movimenti di scena diMonica Codena

scene di Antonio Panzuto

costumi di Stefano Nicolao

musiche di Antonio Di Pofi

luci di Enrico Berardi

TEATRO STABILE DEL VENETO – TEATRO NAZIONALE


Dettagli

  • Titolo originale: Le baruffe chiozzotte

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