Arti Performative

Niccolò Fettarappa Sandri e Lorenzo Guerrieri // “Apocalisse tascabile”

Giovanna Villella

Spettacolo pluripremiato, vincitore di In-Box 2021, Premio della Critica al Nolo Fringe Festival 2021, Premio Italia dei Visionari 2021, Premio Giurie Unite Direction Under 30, Festival Dominio Pubblico 2020, con il sostegno di Carrozzerie N.o.t., Apocalisse tascabile di Niccolò Fettarappa Sandri, con Niccolò Fettarappa Sandri e Lorenzo Guerrieri, che firmano anche la regia, è andato in scena al TIP Teatro di Lamezia Terme, per la rassegna RiCrii 19 diretta da Dario Natale.

Foto di Luca Imperiale e Dora Coscarelli

 

Un centro commerciale come tanti, le nuove cattedrali del XXI secolo, le “nuove fiaccole della civiltà” in cui si celebra il rito laico del consumismo e la coppia Fettarappa-Guerrieri che, in completa assenza di décor, vagola sul palco con un carrello della spesa sfruttandone ogni possibilità scenografica e vomitando parole senza soluzione di continuità. I due, come clerici vagantes, si immedesimano nei momenti ironici e giocosi che sembrano cooptarli dentro gli spazi che le loro fantasie accendono rappresentando la quotidianità del tragico o il tragico della quotidianità, con una partitura di parole e di gesti che si rispondono a vicenda.

Sulle note scanzonate della Canzone della Upim di Enzo Fusco, e dopo un breve quadro socio-antropologico della periferia romana che denuncia una situazione urbana degradata di abbandono e sottocultura, parte una filastrocca che enumera, dalla A alla Z, i brand che affollano i centri commerciali, usando come tessuto verbale gli slogan più conosciuti della pubblicità radiotelevisiva in un parlato quotidiano che dietro il vaniloquio cela uno spiccato acume linguistico.

Il codice comunicativo viene completamente rovesciato o addirittura svuotato di senso, attraverso la metamorfosi delle parole che, violentate nei loro significati e dissociate dalle loro immagini accreditate, si ritrovano ricomposte in una sintesi comicamente surreale laddove la sorpresa, la follia, l’intemperanza profuse a piene mani, fanno ritrovare il gusto e il “gioco” del teatro. La carta fidelity diventa il refrain della liturgia del consumo a cui si converte perfino Dio per cercare di svecchiare la sua consunta iconografia paternalistica. Egli appare nel supermercato al povero consumatore di turno, prescelto come profeta per annunciare l’imminente Apocalisse.

Rappresentante di un genere umano fragile e angosciato che si rifugia nella propria comfort zone, il profeta – destinato a rimanere inascoltato come la mitologica Cassandra – è un ventiseienne ansiogeno che cerca di uscire da una malinconica e incolore quotidianità di un’esistenza condotta tra una lasagna e un servizio di cronaca nera trasmesso in televisione, tra il tentativo di fuga dalla propria solitudine e la ricerca di supporto da parte di amici assenti perché troppo impegnati con il lavoro o a fare l’aperitivo.

In un vortice di sdoppiamenti di ruoli e slittamenti di senso, e momenti autobiografici che si innestano nella vita sociale tra crisi e debito pubblico, globalizzazione e capitalismo rampante, lauree, mercato del lavoro e flessibilità, il gioco scenico non si accontenta di dileggiare i falsi valori e gli stereotipi vincenti proposti dalla scuola e dai mass media, ma restituisce al pubblico il piacere di leggerli in modo irriverente e trasversale. Con il lancio di peluche sugli spettatori al ritmo di Viva la scuola di Mauro Passarella, l’irruenza scenica prende, a poco a poco, il sopravvento sull’ironia creando sensazioni contraddittorie tra divertimento, stupore e un soffio di irrealtà.

Ognuno dei due vorrebbe osare qualcosa senza riuscirci mai, distruggono e ricostruiscono la scena a seconda della loro fantasia, con un gioco perfetto, violento e sottile, fino allo sfinimento, e il pubblico ne è urtato e sedotto. La scena finale è una colorata visione post-apocalittica, mentre i Beach Boys suonano Don’t Worry Baby. Lo spettacolo, deliziosamente crudele, si accende di un’adesione, di un’energia e di una freschezza che, forse, attori più maturi non avrebbero saputo dare.

 

[Immagine di copertina: foto di Luca Imperiale e Dora Coscarelli]



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