Arti Performative

Gianluca Cesale // “Mamma. Piccole tragedie minimali”

Giovanna Villella

Mamma. Piccole tragedie minimali è ultimo testo scritto da Annibale Ruccello, così intriso di verità e nello stesso tempo visionario. Prodotto dal Castello di Sancio Panza e portato in scena da Gianluca Cesale con la regia di Roberto Zorn Bonaventura, lo spettacolo ha inaugurato, al Teatro Grandinetti di Lamezia Terme, la nuova stagione teatrale Vacantiandu OFF con la direzione artistica di Diego Ruiz e Nico Morelli. Una scena nuda, qualche oggetto ad accentuarne l’astrazione e due soli colori dominanti, il rosso e il nero dei costumi firmati da Francesca Cannavò, per quattro storie di cruda quotidianità che affondano le proprie radici in una Napoli che è essa stessa femmina per sua intima natura.

Quattro brevi atti unici per quattro donne, tutte di nome Maria, che Cesale interpreta en travesti, ma sobriamente, senza orpelli e trucchi mascheranti. Giusto qualche civettuolo accessorio femminile a supporto delle metamorfosi sceniche scandite dalle musiche di Orazio Corsaro: un cappello, una borsetta, uno scialle… Una ritrattistica umana di creature naufraghe nelle quali solitudine, angoscia, emarginazione sono espresse con linguaggio surreale di irruente e scabra espressività teatrale tra sproloquio fonetico, alterazioni linguistiche e linguaggio mutuato dalla televisione. Qui il femminile appare sotto la specie quotidiana con il suo carico di grandi tristezze e piccole felicità necessarie a sopportare quell’inutilità di vita di cui ognuna sembra essere, inconsciamente, consapevole.

Ogni protagonista si sdoppia, si triplica, in un flusso verbale interiore che solo all’apparenza è orientato verso interlocutori invisibili ma, in realtà, è a colloquio unicamente con sé stessa. Si inizia con una favola nera in napoletano arcaico. L’attore appare di schiena, immobile, le braccia allargate legano due marionette a mano al loro artefice di vita scenica che si materia nell’orco dell’infanzia dalla voce cavernosa. Il secondo ritratto è quello di una donna segregata in un carcere/ospedale/monastero che crede di essere la Madonna. Un Io diviso esplorato in tutte le sue dilatazioni, che rifiuta gli abissi della ragione e si attacca ai precari raggi di sole, di passione (dialoga con la foto di Marlon Brando che porta nella borsetta), di riso, di assurdo, di beffa che la vita ancora le offre. Il terzo personaggio è una madre-pellicano che, nutrita di credenze popolari e custode di un mondo domestico i cui valori e le cui convenzioni devono rimanere immutati, non riesce ad accettare l’errore della figlia, spingendola, inconsapevolmente, a commettere un gesto folle. Infine, una massaia logorroica che parla al telefono con tono di caotica festosità, intervallato da coloriti rimproveri ai figli, fino a quando una scossa di terremoto non la cristallizza in un fermo-immagine, un terremoto che investe tutte le donne/mamme e dà instabilità fisica alle loro menti affaticate, coinvolgendole e travolgendole (metaforicamente) in un mucchio di macerie, loro che macerie erano già prima dell’aprirsi del sipario.

Cesale, con misura e mestiere, dà vita a questi personaggi femminili che si agitano nell’angoscia dei loro incubi quotidiani portandosi dietro una loro buffoneria vagamente tragica. La sua voce, sorretta da una prodigiosa sintassi gestuale, sa modulare toni e timbri passando dal comico al drammatico, dal farsesco all’ironico in virtù di una profonda, lunga opera di rilettura critica e interiore del drammaturgo napoletano ma la sua interpretazione si dispiega, poi, autonomamente in forma antimimetica, vibrante e originale in un profluvio di parole attraversate sempre da una nota di leggerezza, anche quando il discorso indossa il nero del lutto.

 

[Immagine di copertina: foto di Desme Digital]



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