Cinema

Dialoghi: Intervista a Takashi Miike

Fausto Vernazzani

Il maestro orientale Takashi Miike raggiunto da Scene Contemporanee al Festival Internazionale del Film di Roma

E’ raro poter scambiare impressioni con un autore così particolare come Takashi Miike, qui a Roma per la prima volta pronti come sempre tanto agli applausi che ai fischi del pubblico da sempre diviso nei confronti del suo enorme corpus cinematografico. Il canone del male (la recensione qui) ha vissuto la sua vita qui al Festival, lasciando più e più dubbi ad ogni singolo spettatore. L’abbiamo così incontrato per una breve intervista e la conferenza stampa, per scoprire come il pubblico fosse convinto d’aver visto influenze americane in ogni angolo del film, da Cronenberg al Detective Marlowe di Raymond Chandler, impressioni com’è ovvio che fosse, sbagliate.

Miike molto deve al romanzo, best-seller in patria, da cui prende la maggior parte delle idee, si “abbassa” al ruolo di semplice traduttore in immagini delle pagine del libro, facendo il suo dovere con meticolosità e professionalità. Appassionatosi al romanzo, non ha potuto non esser contento di avere l’occasione di lavorare alla sua trasposizione, lavorando su ogni singolo aspetto e concentrandosi in particolar modo sulle citazioni brechtiane sparse nell’opera originale e ne Il canone del male trasformate nel brano Mack the Knife (cantato da Elle Fitzgerald), su cui Miike dichiara: «Inizialmente mi era stato detto che era meglio proporre una colonna sonora che imitasse il brano de L’opera da tre soldi di Brecht. Però, invece, ho detto di no, io la volevo. Poterla inserire nel film era una condizione sine qua non». Un testo non certo aggiunto per la gioia dei giapponesi, come dice il regista stesso, poiché in pochi coglieranno il riferimento culturale lontano dalla loro terra.

La conferenza stampa verte tuttavia in una direzione ben precisa, a tratti scontata, ma sempre necessaria per comprendere ogni singolo film di Miike in cui la violenza la fa da protagonista: come ci si è rapportati al personaggio, qual è l’opinione che si ha del messaggio che può trasmettere un’opera che racconta dell’omicidio di 46 studenti da parte di un professore psicopatico. Aku no Kyoten ha colpito il regista, i toni da black comedy lo hanno rapito, ma più di tutto l’importanza di un protagonista « (…) con una forte personalità che ha deciso di raccontare bugie per tutta la vita fino a quando, ad un certo punto, si stanca di essere una persona diversa da quello che lui realmente voleva essere. Fa un coming out. Si rende perfettamente conto che si tratta di operare una scelta che lo porterà ad essere un criminale, ma nonostante questo per lui rappresenta anche l’ottenimento della libertà». Si sente protettivo nei confronti di Hasumin, il personaggio interpretato con grande talento da Hideaki Ito, dichiarando di rispettare, al di là del bene e del male citato all’inizio del film, l’idea di riuscire ad essere se stessi, qualunque sia la propria natura.

Un’opera di creazione, che vede nascere un uomo libero, ma allo stesso tempo di distruzione di tante anime, tra cui quella del regista stesso che, a distanza di quasi 20 anni dalla prima volta che fece questa dichiarazione, sostiene di voler cercare non di costruire – come altri registi invece direbbero – ma di voler distruggere se stesso. Un’affermazione che non si poteva non approfondire, generando la risposta seguente: « Quando si decide di voler costruire una carriera naturalmente poi si comincia ad esser percepiti in un certo tipo di modo, quasi come si fosse una specie di prodotto. Un prodotto che finisce per far parte di tutto ciò che può essere antistante o nel circondario dello stesso che serve poi appunto per essere messo all’attenzione di tutti. Quindi adesso in Giappone oltre al cinema mi do anche al video di promozione, alla televisione, al video musicale, in pratica a fare in modo che si realizzi la mia piccola ambizione d’esser visto da chiunque per quello che sono, cioè un essere con tutte le sue diversificazioni. A volte mi riesce meglio a volte mi riesce peggio, a volte questo può essere considerato una specie di tradimento nei confronti di ciò che è stato fatto in passato, altre invece semplicemente come una continuazione».

Per questo motivo ogni anno vediamo un suo film d’ambientazione e genere completamente diverso dal precedente, come gli ultimi suoi tratti da videogiochi (Ace Attorney: Phoenix Wright), jidaigeki degli anni Sessanta (13 Assassini, Harakiri), musical (For Love’s Sake) o film fantastici per bambini (Ninja Kids!!!). La ricerca di un’identità attraverso l’annullamento d’un modo unico di mostrarsi, per distruggere la monotonia di un solo sé e mostrarsi in ogni singola sfaccettatura della propria persona. Un tratto comune con un protagonista dalla doppia e forse anche tripla faccia, anche se siam sicuri che Miike non prenderà mai un fucile in mano per ucciderci tutti. Forse.



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