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Il teatro come dimensione dell’esistere. Intervista a Katia Ippaso, autrice di “Creature artificiali”

Renata Savo

Katia Ippaso è firma nota del teatro italiano. Giornalista, critica, saggista, autrice teatrale, e nessuna di queste definizioni descriverebbe da sola in modo esauriente la sua identità. Katia è critica e anche saggista, saggista e anche autrice teatrale, autrice teatrale e anche giornalista. Questo perché – ci ha raccontato lei stessa – vive il teatro come una dimensione dell’esistere. Non solo dalla platea, ma anche nel rifugio chiuso di una stanza o dovunque si trovi a scrivere. Oltre che raccontarlo o recensirlo come testimone esperta, lo immagina anche. Le sue parole talvolta vengono restituite alla pagina dai suoi saggi, altre volte aderiscono alla forma della scatola scenica sotto la mano demiurgica del regista. Non è un caso che, come drammaturga, Katia abbia scelto più volte di affidare i suoi testi al regista Arturo Armone Caruso, anche suo compagno di vita: rientra nella personale necessità di fare del teatro un’esperienza totalizzante. Katia e Arturo riflettono all’esterno quel legame ideale, fatto di carne, mente e spirito, affatto scontato o banale, che la maggior parte di noi ha sempre sognato di vivere. E sebbene – come Katia stessa ci ricorda – con Arturo non abbiano figli, insieme, nei prossimi tre anni, partoriranno Creature artificiali per il palcoscenico. La prima le scriverà, mentre il secondo le metterà in scena.

Il primo movimento si potrà vedere sabato prossimo (15 ottobre) a Parma, al Teatro al Parco, sede del Teatro delle Briciole Solares Fondazione delle Arti che produce anche l’intero progetto Creature artificiali. Lo spettacolo s’intitola Il ragazzo d’argilla, ed è un teatro di giovani pensato (in particolare, ma non solo) per i giovani. Ci saranno  infatti giovanissimi interpreti al loro debutto, affiancati in scena dagli attori Giuliano Maria Tenisci e Luisa Marzotto, e insieme, attraverso le parole di Katia Ippaso, parleranno di bullismo, di disagio, ma anche e soprattutto di rivalsa.

Abbiamo chiesto a Katia Ippaso di raccontarci la genesi di questo nuovo progetto, e anche di descriverci il suo intimo e appassionato rapporto con la scrittura.

Foto di Tommaso Vaja

Affronti da giornalista la scrittura su molti fronti. Come si declina l’atteggiamento da cronista nella tua scrittura teatrale (se si declina)? E infine, da critica teatrale, quali pensi debbano essere le caratteristiche che non possono mancare in uno spettacolo teatrale che intenda rivolgersi agli adolescenti?

La questione giornalistica è antica. C’è stata una certa continuità tra la mia scrittura giornalistica e quella critica. Pur avendo attraversato decenni e scritture diverse, alla fine ho sempre mantenuto costante il rapporto tra scrittura e testimonianza. Intendo la scrittura giornalistica e critica come un atto di testimonianza, naturalmente attraversata dalla propria conoscenza e la personale sensibilità; ma essenzialmente dovrebbe portare anche, se non a un’astensione del giudizio, a una osservazione di tutti gli elementi che ci sono sulla scena e che dialogano fra loro nel modo più aperto possibile. Pur essendo anche a mia volta una studiosa e avendo pubblicato diversi libri di saggistica, tutte le volte che vado a teatro mi dispongo in modo abbastanza aperto: mi rifiuto di leggere cose prima, di avere altri punti di vista, e mi fido abbastanza di ciò che guardo. Certo, magari i testi li leggo, soprattutto se sono testi contemporanei. Da ragazza ho subito scelto questa dimensione dello stare in palcoscenico come una dimensione dell’esistere: per me la scena è il mio pensatoio. Vado a teatro, penso, raccordo, e quella è una mia dimensione naturale. Che cosa dovrebbe avere uno spettacolo, questo non lo stabilisco mai prima. Ho cominciato a occuparmi di teatro alla fine degli anni ottanta/inizio anni novanta, quando dominava ancora un certo culto del teatro-immagine, poi dopo altre mode si sono susseguite e, tuttavia, al di là delle mode, quello che deve avere un’opera teatrale essenzialmente è la messa in vita di alcuni elementi che provocano il mio interesse.

E i ragazzi? Oggi sono distanti dalle sale teatrali. Si dà troppa importanza, nel teatro che viene servito ai giovani, a determinati autori, con il rischio che i ragazzi finiscano per avvertire il teatro come un oggetto vetusto. Mi riferisco soprattutto a ciò che accade in provincia.

Credo che tutto serva. Avevo sedici anni quando iniziavo ad andare a teatro. Feci un abbonamento al Teatro Eliseo, di conseguenza mi è capitato di avere un’iniziazione piuttosto classica, ma quel velluto (ovvero quello che noi chiamiamo “il teatro dei velluti rossi”) ha comunque fatto effetto sulla mia immaginazione. Mi innamorai dello spazio scenico, dico proprio della “scatola scenica”. Il momento in cui ho perso la testa completamente coincide con quello in cui sono andata a vedere una riedizione di Pirandello chi? di Memè Perlini. Nonostante fossi così giovane, è stato allora che ho capito che il teatro era il mondo dentro il quale volevo vorticare. Capii che dentro quello spazio si potevano creare dei mondi immaginifici, fantastici, che mi potevano portare ovunque. Il frame aiuta a creare il discorso, l’atto di parola. Aiuta a creare l’atto di creazione in sé, perché senza spazio scenico, senza forma, non si ha nulla: e io mi sono innamorata della forma teatro.

Per quanto riguarda i ragazzi, pur non avendo figli mi sintonizzo ancora abbastanza facilmente con quella età della vita, l’età turbolenta della giovinezza, con tutte le sue inquietudini. È chiaro che adesso sono nell’età della maturità, ma istintivamente sono abbastanza sintonizzata con i giovani. Mi è capitato anche di lavorare sul fenomeno dell’hikikomori, dedicandogli dieci anni fa una parte della mia Trilogia sul Giappone, focalizzata su questo fenomeno di cui si sapeva poco. Dopodiché, quando il Teatro delle Briciole ci ha chiesto – a me come drammaturga e ad Arturo Armone Caruso come regista – di essere artisti associati di questo spazio, abbiamo elaborato un progetto che verte sulle “creature artificiali”. Ho pensato che non solo i ragazzi, i nativi digitali, sono affascinati dagli avatar, dalle proiezioni, dalle simulazioni, da tutto ciò che è virtuale, ma lo siamo anche noi stessi. Tutto ciò fa parte di un antico processo che poi è stato anche studiato dai grandi scrittori dell’Ottocento, in relazione al più vasto tema del fantastico.

“Creature artificiali” è un progetto che comunica qualcosa di attuale come il rapporto della nostra società con i simulacri attingendo al mito o comunque a un immaginario del passato più o meno recente molto forte, li cito nell’ordine che sottende l’articolazione del progetto: da una parte la figura mitologica del Golem, un gigantesco pupazzo d’argilla che finirà col rivoltarsi contro il suo creatore, il Maharal di Praga, uno dei più influenti rabbini del suo tempo, dall’altra Frankestein, dall’altra ancora l’Avatar dell’omonimo romanzo di Théophile Gautier, e infine Pinocchio. Quando e come ha avuto inizio questa genesi creativa?   

Sono un’appassionata di letteratura di fine Ottocento, una vorace lettrice di Freud, eccetera. Mi è sempre interessata la dinamica del doppio, per esempio. Quando dovevo lavorare sulle creature artificiali mi sono domandata in che modo potessero declinarsi. Mi sono venute in mente alcune figure classiche, fra cui la meno classica è proprio quella del Golem, cui si ispira il primo spettacolo del progetto, Il ragazzo d’argilla. Al centro c’è una leggenda che non fa molto parte nel nostro immaginario. La ricordavo perché riguarda questo mondo del fantastico che ho sempre seguito. Ho cercato alcune fonti e vi ho trovato diverse varianti. Studiandole mi sono venute in mente le storie dei supereroi. La leggenda racconta che, nella Praga del Seicento, la comunità ebraica viene accusata di un omicidio rituale. Il rabbino di Praga ricorre alla parola di dio per creare una creatura artificiale con l’argilla per salvare la comunità; ciò in effetti avverrà, ma la sua forza sarà talmente smisurata da costituire un pericolo, e quindi dovrà essere annientata. Quello che trovo affascinante in questa leggenda è il fatto che, nelle varie versioni, tutto questo si misuri con un’unica lettera dell’alfabeto, una differenza tra la vita e la morte che consiste in una “e”: mentre “emet” significa “verità” – ed è l’atto di creazione del Golem – il rabbino, quando gli dà la morte, gli toglie la “e”. E “met” è morte. Il protagonista che ho realizzato è un sedicenne di “argilla”, ovvero un ragazzo fragile, che vive in quello che potrebbe essere il “ghetto” contemporaneo, per esempio il ghetto di una grande città dove si vive in condizioni disagiate. È affetto da una leggera forma di autismo, vive con la madre, a scuola è molto bravo, ma è oggetto di atti di bullismo. Come si salva? Grazie alla lettura. Ho inventato nel mio testo una biblioteca – spazio necessario che fatica a esistere nei luoghi in cui è ambientata la leggenda – alla quale il ragazzo accede attraverso la figura magica di una bibliotecaria. Attingendo così alla “parola”, il ragazzo risveglia il Golem; esiste infatti anche una versione in cui il Golem non è morto, ma va risvegliato. Risvegliandosi diventa la fonte di forza del giovane, il quale deve poi riaddormentarlo perché, appunto, la forza del Golem è smisurata. Il ragazzo d’argilla è quindi un testo molto contemporaneo, una storia di ragazzi, che parla di bullismo, di degrado. I libri riescono a salvare il ragazzo, che così non ha più difetti nell’esprimersi e riesce a vincere in una disputa con un altro ragazzo, l’antagonista bullo.

Chi saranno gli interpreti?

Ci sono essenzialmente tre personaggi, i tre compagni di scuola: il protagonista Giacomo, l’antagonista Kevin, e una ragazzina amata da entrambi, Bianca. Arturo Armone Caruso sta quindi lavorando con tre giovanissimi attori, chiaramente al loro debutto: Giovanni Panizzi, Francesco Della Volpe, Rossella Sandei e Sofia Grazioli [le due ragazze si alternano nel ruolo di Bianca tra lo spettacolo serale e una matinée scolastica, ndr]. I giovani saranno affiancati dai professionisti Giuliano Maria Tenisci e Luisa Marzotto.

Come ha elaborato sulla scena il tuo testo, Arturo Armone Caruso?

Arturo Sta creando un mondo magico con pochi elementi. “Brookiani”, sobri, che non devono distogliere. E poi c’è la musica klezmer. In generale si tratta di un teatro d’attore fondato sulla parola. I ragazzi stanno facendo un’esperienza bellissima. Pensa che Arturo ha fatto un laboratorio a settembre, poi ha preso tutti gli allievi, non soltanto quelli che ha scelto per lo spettacolo. Alle prove partecipano molti ragazzi, qualcuno ci aiuta a spostare gli arredi scenici, qualcuno ci consiglia le musiche. Va tutto nella direzione di un teatro votato all’incontro con i giovani.

E il resto del progetto “Creature artificiali”?

Il progetto è triennale e speriamo che vada avanti. L’idea di base consiste nella produzione di quattro testi, di cui il primo è, appunto, Il ragazzo d’argilla ispirato alla leggenda del Golem. Il secondo s’ispira a Frankenstein, ma è soprattutto un omaggio a Mary Shelley e a quella notte in cui, a soli 19 anni, creò il mito di Frankenstein, frutto di un contest giocoso lanciato durante una notte tempestosa trascorsa con suo marito, il poeta Shelley, e Lord Byron tra gli altri, il cui obiettivo era scrivere il più bel racconto gotico. Queste grandi menti della sua generazione non partorirono nulla, mentre lei partorì Frankenstein, che sarebbe diventato quello che sappiamo. Vorrei realizzare questo capitolo del progetto anche come incoraggiamento per le giovani donne che non hanno il coraggio dei propri pensieri o non li portano avanti fino in fondo. Il terzo testo sarà sulla figura dell’”avatar”, che naturalmente è una parola molto importante per il presente. Tuttavia, mi aggancerò a un romanzo del 1856 di Théophile Gautier, che parla di una possessione amorosa e del tentativo di un innamorato di conquistare il suo oggetto d’amore usando la maschera di un altro. Un piano che poi fallisce. L’avatar è collegato proprio alla proiezione d’amore, alla possessione e all’ossessione. E, infine, ci sarà un Pinocchio, la storia dell’amore di un padre, un genitore singolo che si fabbrica il suo bambino da solo: sarà anche un modo per veicolare, senza nessun manifesto, l’importanza del diritto di un genitore singolo ad avere un bambino. Ho scritto tanto di donne, e riconosco che ci riferisce sempre a questo diritto come a un diritto esclusivamente femminile, ma è chiaro che se ne dovrebbe parlare anche in ambito maschile. In generale auspico un mondo in cui si parli di genitorialità e di figli al di là dell’atto legato alle pulsioni sessuali di due persone. Un uomo può avere diritto a costruire la sua vita con un bambino? Secondo me, sì.

 

[Immagine di copertina: foto di Tommaso Vaja]



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