Arti Performative

Scimone/Sframeli – Giù

Annagiulia Scaini

“Giù”, il nuovo spettacolo del sodalizio Scimone/Sframeli, visto al Teatro Argentina di Roma.

È strano trovare un grande gabinetto che domina il palcoscenico. È comico sentire la voce di quel figlio che chiede al padre di aiutarlo a risalire in superficie. Una comicità che fa ridere ma che non lascia indifferenti, quella di Sframeli e Scimone, che ti strappa il sorriso istantaneamente per poi trasformarlo in un’espressione di profonda amarezza. Perché? Perché il Figlio è «finito nel cesso» per colpa del Padre, a causa della sua indifferenza e del suo egoismo. Un Figlio che sta lì affacciato con i gomiti poggiati sulla tavoletta del water e che rende esplicito il suo disgusto per la deriva di una società arrivista dominata dai “furbi”, quelli che sono rimasti in superficie ai danni di altri, quelli che l’aria l’hanno presa e fatta loro con l’inganno e con la scorrettezza.

Per tre volte vediamo quel Padre ripetere lo stesso gesto di issare qualcuno dalla latrina con un asciugamano solo perché incitato e spinto, forse, dai sensi di colpa nei confronti di suo Figlio che non è accanto a lui, ma proprio lì dentro.

Emerge Don Carlo, il sacerdote scomodo che di religioso sembra avere solo l’abito e che si trova “giù”, a suo dire, perché stanco della comodità di cui godeva in superficie; a seguire, il Sagrestano che con i suoi modi buffi esegue gli ordini del prete. Parlano all’unico che sta fuori dal «cesso» e che ancora respira, o crede di respirare. Raccontano la storia di Ugo, il povero Cristo che canta e vive sotto un ponte fittizio e che gode solo dell’applauso dei suoi figli. Per sentirlo basta aprire una finestra, dargli voce, dargli aria. Canta, Ugo, e intona Mamma di Beniamino Gigli. La melodia invade quel piccolo spazio privato e l’intera platea.

Il comico si mescola al dramma in maniera quasi impercettibile grazie alla grande abilità interpretativa degli attori sul palco.

Solo quando il Sagrestano trova il coraggio di liberarsi da quel grande peso che sono le violenze subite quando era bambino, solo in quel momento, accade qualcosa di veramente forte: lo spettacolo non fa più ridere, non può far ridere.

Don Carlo si scopre per quello che è, un prete che sta lì perché spinto dal rimorso per non aver denunciato quei soprusi di cui era a conoscenza; il Sagrestano può gattonare sul palco e miagolare senza che nessuno in platea lo trovi ridicolo; il Figlio, più cinico degli altri, continua a colpire i “furbi” con sentenze pungenti e invita il Padre a tirare lo sciacquone prima che tutti e tre si calino nuovamente all’interno del grande gabinetto. Il loro turno d’aria è finito.

Scompaiono così come sono apparsi e resta solo lui, il Padre. Cosa fare? Come reagire a tutto quello che ora sa del mondo in cui vive? L’unica soluzione ormai, anche per lui, è andare “giù”.



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