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“Grief & Beauty”, Milo Rau e l’eutanasia: un’occasione mancata di confronto

Renata Savo

Il regista svizzero Milo Rau, caro al Romaeuropa Festival, ha fatto ritorno al Teatro Argentina, dove in prima nazionale è andato in scena Grief & Beauty, parte di una nuova trilogia inaugurata a Roma con lo spettacolo Familie nel 2020. Noi eravamo rimasti fermi a Orestes in Mosul (2019) e tuttavia il parallelismo più forte tra l’ultimo e i precedenti lavori che abbiamo visto del regista bernese appare quello con un altro spettacolo, The Repetition, anche questo arrivato nella capitale grazie al Romaeuropa Festival nel 2018. The Repetition, attraverso la tecnica del reenactment, portava una riflessione potente sulla finzione e la realtà in merito alla violenza, conducendo lo spettatore per mano all’origine della realtà (e quindi della violenza). Eravamo usciti da teatro pieni e appagati, spinti a un ragionamento che faceva avvicinare spettatore e attori, che si ritrovavano così sulla stessa soglia, a ricongiungersi emotivamente con i protagonisti di un evento passato, drammatico e realmente accaduto. Con Grief & Beauty, il passo compiuto da Milo Rau, è il caso di dirlo, ci è sembrato più lungo della gamba, ma ci riserviamo di sostenere l’ipotesi che forse siamo stati noi a non essere pronti.

Foto di Piero Tauro

Tema centrale non più la violenza ma la morte, anzi, l’eutanasia. Il palco riproduce tre vani di un vecchio appartamento, il bagno, un salotto occupato da un letto per persone degenti, e una cucina, spazi attraversati dagli attori Arne De Tremerie, Anne Deylgat, Princess Isatu Hassan Bangura e Gustaaf Smansche, che simulano situazioni che li vedono far parte di uno stesso nucleo familiare, raccontano le loro vite complicate e come sono arrivati a teatro, persino al provino, spezzando la drammaticità dei contenuti con punte di ironia, secondo uno schema già usato in The Repetition. Nella casa, un attore simula di avere un male incurabile e gli altri si prendono cura di lui, scene che veicolano quanto la presenza in casa di una persona gravemente ammalata possa influenzare lo stile di vita di chi le resta accanto.

Foto di Piero Tauro

Torniamo però al perché forse eravamo noi a non essere pronti. Sarà per una questione anagrafica, ma chi scrive tiene abbastanza lontano l’idea di voler mettere fine alla propria vita e stenta a comprendere – e tuttavia avrebbe invece voluto, comprendere – come mai una persona anziana, Johanna (85 anni), a cui lo spettacolo è dedicato, malata cronica ma ben distante nell’aspetto dall’uomo rappresentato nella casa, intervistata e registrata in video sorridente, abbia deciso di mettere un punto alla propria esistenza, e soprattutto, come possa aver voluto autorizzare una compagnia teatrale a realizzare uno spettacolo su quella fine, consegnando alcuni suoi oggetti e arredi personali alla produzione e approvando la proiezione a ogni replica del video in cui in pochi minuiti la si vede spegnersi dolcemente: ciò che nell’antica Grecia era l'”osceno”, la morte, ha riempito così, prepotentemente, il campo visivo della scena. Perché? Per sensibilizzare l’Europa sul tema dell’eutanasia, legale in Svizzera? Oppure Johanna sarà stata d’accordo con l’obiettivo di allungare la propria vita attraverso il ricordo, con uno spettacolo che celebra la sua memoria (ammesso che questo spettacolo renda omaggio alla sua vita e non, come piuttosto sembra, alla sua morte)? Può darsi, e infatti il leitmotiv eseguito dalla violoncellista Clémence Clarysse, che riprende il lamento di Didone vicina alla morte (che canta «Remember me…») nell’opera di Purcell Dido and Aeneas, sicuramente risponde a un’esigenza drammaturgica ben precisa. In ogni caso non potremo averne conferma, perché non sapremo mai con quale intenzione Johanna avesse deciso di morire e di far replicare il video di quella morte, dato che la questione non viene trattata e Johanna non c’è più. Il fatto stesso di sindacare su questa falla drammaturgica, anche se la sua causa non può in ogni caso essere additata a Johanna, bensì agli autori (firma la drammaturgia Carmen Hornbostel, mentre il testo Milo Rau & Ensemble) arriva persino a metterci a disagio. Anche Pippo Delbono, a suo modo e in più occasioni (in particolare con Vangelo), aveva trasmesso su uno schermo le crude immagini del feretro della madre, ma lo aveva fatto inondando quel corpo inanimato dell’espressione libera e agitata delle sue emozioni, di lacrime e di un dolore del tutto naturali e comprensibili da parte di un figlio. Nello spettacolo di Milo Rau, invece, tutto, dalla morte alla vita, resta un fatto estremamente clinico. Se non avevamo condiviso la scelta di Pippo Delbono («Quando il teatro delle emozioni non fa l’emozione del teatro», scrivevamo), peggio avvertiamo la nostra posizione di fronte a quella di Milo Rau, in cui la questione delicata dell’eutanasia, un tema che meriterebbe più spazio e condivisione a prescindere dalle proprie posizioni ideologiche, viene appiattita su uno schermo rispondendo a un’unica, approssimativa, motivazione: «anche se non si vede, io soffro». La nostra vita è continuamente attraversata dal dolore. Affermava Schopenhauer, il quale non può non tornarci in mente sin dai primi minuti in cui Johanna appare in video affiancata sullo sfondo da un pendolo che oscilla («tra la noia e il dolore», scriveva il filosofo tedesco), metafora dell’esistenza: «poiché è mossa da un perenne stato di insoddisfazione, la nostra vita è essenzialmente dolore». Ma allora se vita e dolore sono inestricabili, fino a che punto siamo disposti a sopportare il dolore che non si vede? Si può provare a descriverlo? Esiste una via d’uscita? Quali pensieri turbavano Johanna quando ha deciso di attuare quel piano per mettere fine al suo dolore? Tutte queste domande avrebbero meritato un approfondimento, e il teatro, ovvero la nostra antica agorà, avrebbe potuto diventare il luogo d’elezione per affrontarle, trovando lo spazio adatto per essere problematizzate e condivise.

Quanto alla forma drammaturgica dello spettacolo, anche questa si è rivelata povera di nuove intuizioni, talmente rodata e ripetuta da risultare piatta. Copiato da se stesso, lo stile di Milo Rau si riduce a un “esercizio” con il beneficio di qualche affinamento. Gli attori si presentano a turno. Una ragazza originaria del Sierra Leone racconta la migrazione di sua madre incinta della sorella successa alla guerra e il ritrovo in Europa della famiglia nove anni dopo, un ragazzo racconta la malattia neurodegenerativa della madre e i suoi ripetuti tentativi di preservare intatta la qualità della vita di lei. I primi piani dei volti, così come il teatro di Milo Rau ci aveva abituato, sono, a differenza di altre volte in cui la telecamera restava a vista sul palcoscenico, abilmente ripresi da una telecamera nascosta. La sensazione di “reality” che spopolava nel teatro degli ultimi anni, soprattutto prima della pandemia, che oggi risulterebbe forse stantia, sparisce finalmente a favore di un nuovo virtuosismo tecnico, il quale per un attimo ci lascia persino attraversare dal dubbio che i video possano essere stati registrati e riprodotti dal vivo.

Foto di Piero Tauro

Grief & Beauty è, allora, un’occasione perduta di argomentazione su un tema importante, l’eutanasia, spesso accantonato dalla politica. La scelta di trattarlo sicuramente merita di essere incoraggiata. Peccato che lo spettacolo si configuri però come una mancata possibilità di indagine sulle motivazioni profonde che possono condurre l’essere umano a valutare la scelta del “dolce” trapasso dalla vita alla morte in un dato e preciso istante. Manca infatti un affondo sul bisogno necessario di pacificarsi con l’idea dell’ignoto, con quel mistero riguardante ciò che potrebbe esserci – o non esserci – “dopo”. Unica e non esaustiva eccezione, l’ultima parte dello spettacolo, in cui Milo Rau sembra orientare timidamente la discussione verso una sorta di involuzione della materia di cui siamo fatti. L’angoscioso palcoscenico si riempie dell’immagine poetica di un buco nero, una spirale di vapori irradiata dal centro, che, alle spalle degli attori, sul finale ricorda l’iconografia dolce e rassicurante di una Trasfigurazione.

 [Immagine di copertina: foto di Piero Tauro]



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