Libri

Vetrina. “L’angelo letterario”

Francesca Fichera

La difficoltà di rendere a parole il perché delle parole, proprie e altrui.

Un angelo ci ricorda tutto quello che abbiamo dimenticato (W. Benjamin)

Non c’è che dire: a un primo sguardo, l’ultima opera del guatemalteco Eduardo Halfón attira e incuriosisce. L’angelo letterario si configura, fin dalle prime pagine, come un singolare esperimento di scrittura che, mescolando riflessioni intime in forma di diario, scambi epistolari, interviste e nuda e cruda narrazione, conduce il lettore in medias res rispetto al principale e altisonante interrogativo: come si inizia a scrivere?

Questa domanda è la forza motrice di un progetto di ardua e delicata realizzazione, nel quale Halfón si lancia senza paracadute. Là dove anche un Daniel Pennac camminerebbe sulle uova e, forse, perfino Italo Calvino avrebbe giudicato inappropriato il solo provare a rispondere al quesito, Halfón compie e poi espone tutta la complessità del suo personalissimo tentativo. L’angelo letterario rivela allora la sua natura di opera di prova dalle cui pagine trapela, più dell’attività poetica cui intende fare omaggio, una sola sensazione: la difficoltà.

Difficoltà nel rendere a parole il perché delle parole, proprie e altrui; difficoltà nel raggruppare una quanto mai ingente mole di dati e aneddoti biografici, appartenenti ai più disparati autori letterari nati o vissuti a cavallo tra Ottocento e Novecento (Ernest Hemingway, Hermann Hesse, Raymond Carver, Jorge Luis Borges, Pablo Neruda, Vladimir Nabokov, per nominarne solamente alcuni), senza privarli di quella necessaria, e forse intrinseca, carica emotiva utile a riempirli e a dar loro un senso compiuto, soprattutto nei confronti dell’incognita a monte del libro.

Ciò che manca o, per meglio dire, tarda ad arrivare ne L’angelo letterario è proprio l’emozione: precedono la sua implosione, corrispondente al raggiungimento della stabilità da parte dello scrittore e della maturità da parte della sua ricerca, numerosi paragrafi sgangherati e confusionari, che sembrano voler imbonire il lettore con l’uso ad hoc di metafore e citazioni, oltre che dei già citati “nomi importanti”. L’autore stesso, in seguito e a più riprese, dichiara di non farcela se non con notevole fatica. Così avviene – verrebbe da dire: come sempre – che i vasi comunicanti di scrittura e lettura entrino in contatto. E che la prima parte di questo pur interessante lavoro risulti durissima da metabolizzare, finendo col rappresentare un preludio sfavorevole alla seconda, più intensa perché più intensamente sentita dal suo autore. Il rischio che ne deriva è di perdere le parole migliori – oltre a quelle, già ricordate, di Benjamin: una poesia di Nabokov che, con una foglia e qualche goccia di pioggia, spiega tutto quel che c’è da sapere del concetto di ispirazione.


  • Genere: Narrativa straniera

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