Libri

Vetrina. “Il silenzio”

Valentina Nencini

Max Frisch, in poche pagine, racchiude un racconto di formazione che si rivela un piccolo trattato sulla matrice esistenzialista del Novecento.

Quanto è importante essere speciali, dare un valore alla propria vita, compiere un’impresa che la renda unica? Ci sono vite che trascorrono in una perenne ordinarietà, i cui protagonisti nascono, vivono e muoiono senza lasciare traccia del loro passaggio. A questo sceglie di ribellarsi, invece,  il protagonista del lungo racconto di Max Frisch, opera seconda dell’autore di Homo Faber e pubblicata in Italia solo adesso, grazie all’impegno editoriale di Del Vecchio.

Alle soglie di un cambiamento decisivo della propria vita (rappresentato dal matrimonio) il protagonista de Il silenzio fa un bilancio del tempo trascorso fino a quel momento rendendosi conto che le avventure vissute nell’infanzia insieme al fratello, lungo i sentieri di montagna, avrebbero dovuto preannunciare a quella che dovrà diventare l’impresa della sua vita: scalare una vetta mai affrontata da nessuno prima. O morire. Perché la scelta consapevole del giovane rappresenta l’alternativa tra una vita degna di essere vissuta (il compimento dell’impresa) e l’oblio di una vita trascorsa senza niente di particolare per cui essere ricordata (la morte eroica incontrata nel compiere l’impresa). È un aut aut, quindi, quello che, nei lunghi momenti di progettazione del proprio destino, crede di affrontare il ragazzo. Invece l’incontro con una donna forte e volitiva che lo accompagnerà lungo la scalata lo spingerà a vedere le cose da un altro punto di vista e ad affrontare conseguenze diverse da quelle preventivate.

Frisch ci regala un racconto di formazione in cui il passaggio dalla giovinezza all’età adulta è segnato da un rito autoimposto che somiglia moltissimo a quelli di certe tribù – dagli indiani d’America ai maori australiani –  dove questo momento è sottolineato da una cerimonia collettiva e partecipata da tutta la comunità. Qui, invece, ci troviamo di fronte ad una scelta di solitudine che ben segnala il carattere individualista ed esistenzialista dell’epoca in cui l’autore scrive – siamo nel 1936 quando Frisch concepisce questo racconto. La caparbietà con cui il giovane decide di perseguire la sua impresa è destinata a scontrarsi con una terza strada non preventivata in cui troverà una pacificazione con se stesso, diventando capace di vivere il proprio futuro come scelta finalmente consapevole.

All’attualità del tema narrato si unisce una tipologia di scrittura che, invece, appare molto legata alla prima metà del Novecento, riprendendo gli stilemi e l’impostazione della narrativa del periodo, risultando quindi, ad una lettura attuale, leggermente datata benché comunque efficace.


  • Genere: Racconto
  • Altro: Traduzione di Paola Del Zoppo.

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