Arti Performative Dialoghi

Strabismi di provincia. Intervista ad Alessandro Sesti

Andrea Zangari

Alessandro Sesti, classe 1988, è quello che si direbbe un factotum di rossiniana memoria. Attore, drammaturgo, direttore artistico del piccolo Teatro Thesorieri di Cannara (PG), dell’Associazione Culturale Strabismi e dell’omonimo festival (che nel 2020 giungerà alla VI edizione). Realtà attraverso le quali cerca di portare una programmazione di qualità in un territorio che, sebbene lontano dalle aree più problematiche del Mezzogiorno e delle zone interne, resta sospeso fra poli importanti come Roma, Firenze, Prato, sedi pullulanti di teatri così vicini eppure così lontani. Per un pubblico ancora da formare ed affezionare alle arti sceniche, si parte portando a teatro i più piccoli, con i laboratori teatrali per bambini, o ospitando compagnie in residenza, per far scorrere nel paese le energie della creazione artistica; ma anche raccontando storie di emergenza civile, come quella di Andrea Dominijanni, imprenditore catanzarese che ha denunciato lo strozzinaggio della ‘ndrangheta, finendo, come da peggior copione, a vivere minacciato e sotto scorta. Una condizione che Alessandro ha conosciuto in prima persona, quando ha frequentato Dominijanni per preparare Jonica, spettacolo-racconto civile che rende pubblica quella vicenda fin troppo fisiologica per balzare agli onori della cronaca; ma che il teatro può trasfigurare in racconto civile quando il corpo di una comunità come quella di Cannara si mette in ascolto. Alessandro persegue dunque il radicamento nel territorio con più mezzi, strategie multiformi, e professionalità differenti.

Partiamo da Alessandro-direttore artistico di Strabismi. Quali necessità e desideri ti hanno mosso quando, nel 2013, fondavi l’associazione culturale? E perché “strabismi”?

Più che direttore, direi “dirottatore” artistico. Ci tengo a precisare che l’associazione l’abbiamo fondata in gruppo: Lucia Calderini, Valentina Bordoni, Annalaura Vinti, Erica Morici, Andrea Giansiracusa. Strabismi è nostro figlio, anche se poi l’organico è cambiato. L’esigenza che ha fatto nascere il tutto comunque era quella di camminare con le proprie gambe: dopo anni di collaborazioni con altre realtà del territorio volevamo provare a fare le cose a modo nostro. Creare quella realtà artistica che si spera di trovare quando ci si sposta in un’altra città per un festival o una rassegna. “Strabismi” perché ognuno di noi ha un percorso, gusti e sensibilità diverse: come occhi che puntano due punti diversi pur osservando nella stessa direzione.

Parliamo un po’ del Teatro Thesorieri. Cosa significa per te e per l’associazione avere la responsabilità e la disponibilità di uno spazio?

L’incontro con il Teatro Ettore Thesorieri di Cannara è avvenuto insieme a quello con Marco Andreoli. Cercavo luoghi dove poter presentare un mio lavoro, Fortuna: Marco mi ha offerto la possibilità del Teatro Thesorieri, poi mi ha chiesto un altro lavoro, e infine di prendere in mano la direzione artistica insieme a lui. Ma quello spazio fino a poco prima era chiuso, veniva aperto solo per date isolate, spesso per attività amatoriali. Fino a quando Marco non ha compiuto il folle gesto di riaprirlo con le sue sole forze. Lui è il vero motore di questa macchina.
Avere a disposizione lo spazio è una fortuna incredibile e ne siamo consapevoli, è per questo che la nostra filosofia è “porte aperte”. Cerchiamo da sempre di permettere agli artisti di utilizzare i nostri spazi a costo zero proprio perché sappiamo bene quanto sia duro questo mestiere.

Il teatro Thesorieri riesce ad essere, nella sua concretezza di luogo fisico e parte del paesaggio urbano, un crocevia d’incontro con la comunità locale?

Devo dire che l’impatto con la comunità di Cannara è stato piacevolmente sorprendente. Se all’inizio abbiamo trovato una resistenza, col tempo posso dire che abbiamo restituito uno spazio ai loro legittimi proprietari: i cittadini. L’organizzare molte attività oltre alla stagione, le collaborazioni con le associazioni del borgo e con le scuole hanno reso per tutti il teatro un luogo di incontro. Spesso qui senti i bambini dire “mamma, vado un attimo a teatro che c’è una mia amichetta lì”. Se occorre un luogo per una presentazione di un libro mettiamo a disposizione noi stessi insieme al teatro. In fondo è questo che sta alla base del teatro: l’incontro e lo scambio umano.

Fare teatro oggi, in una provincia italiana dei territori interni, come compagnia e associazione giovane: di cosa ci sarebbe bisogno?

Fare teatro nella Grande Madre Umbria è sempre e comunque una fortuna. La terra, l’aria pulita e il nostro vino rendono tutto più sopportabile. Quel che mi sento di dire è che manca molto il dialogo, non tanto fra le realtà artistiche, ma tra le generazioni. Salvo miracoli come quello con Stefano Cipiciani del Centro di Produzione Teatrale Fontemaggiore, persona immensa, sempre attenta e in ascolto, devo dire che il dialogo avviene solo fra coetanei; i quarantenni sono già una generazione con cui non dialoghi. Non c’è l’interesse degli operatori umbri a cercare artisti conterranei, ma si preferisce pescare da fuori, cosa necessaria e legittima, sia chiaro, ma una cosa non dovrebbe escludere l’altra. Noi ad esempio cerchiamo sempre di inserire nelle nostre stagioni e nel festival Strabismi artisti locali, anche perché ce ne sono e anche di grande qualità.

Al contrario: di cosa si potrebbe o dovrebbe fare a meno?

In generale, non solo in Umbria, si dovrebbe fare a meno dei premi. Se si investissero nello sviluppo di una nuova circuitazione le stesse forze che vengono utilizzate per l’organizzazione di concorsi, probabilmente avremmo oggi molto più lavoro e qualità. Occorre poi rompere questa struttura mentale secondo cui si può lavorare solo passando per bandi e concorsi (soprattutto per gli Under 35). Credo che la nostra missione sia quella di portare avanti dei bisogni e non sentirci dire “sei più bravo di Tizio”: un premio, mediamente, fa solo questo. Permette anche un alibi: “Non riesco a girare perché non ottengo riconoscimenti”. Con una distribuzione potenziata probabilmente questo alibi cadrebbe, grazie all’intervento spietato del pubblico. Ah, poi si dovrebbe fare a meno di tutti quegli operatori che non rispondono alle mail!

foto di Stefano Preda

Veniamo all’attività artistica. Diversi vostri lavori evocano il Sud e la malavita, sebbene la vostra “casa” ne sembrerebbe geograficamente lontana. Perché questo ricorso? Penso allo spettacolo Ionica, per la preparazione del quale hai vissuto sotto scorta. Come ti sei interessato alla vicenda di Dominijanni? Come è stato lavorare in quella situazione?

Questo legame col Sud non mi è molto chiaro, lo vedo naturale, forse perché il Sud è contraddittorio ed ipocrita come me. Forse perché è al tempo stesso stupendo e spaventoso come l’essere umano. Credo che questo interesse sia più da ascrivere alla serie di casualità ed incontri avvenuti nella mia vita. Dalla famiglia Pianese che mi ha donato tante storie, alla famiglia Dominijanni con cui ho vissuto. Sono stati degli incontri e quando senti storie come le loro sarebbe una bestemmia non raccontarle. La mia casa in fondo non è lontana, la ‘ndrangheta è anche qui, si muove solo in modo diverso (tra l’altro sto lavorando ad un testo proprio su questo). Ionica, lo spettacolo su Andrea Dominijanni, è nato dall’incontro con suo figlio, che si trovava in Umbria ospite di Alfonso Russi. Chiacchierando, scopro che dopo aver denunciato otto capi cosca, Andrea è finito sotto scorta, il fatturato della sua azienda distrutto e tutti gli hanno voltato le spalle. Ho sentito che questa storia doveva essere raccontata a tutti. Quindi ho fatto richiesta al Servizio Centrale Operativo di Catanzaro e ho chiesto di poter vivere per un po’ con Andrea, quindi sotto scorta. Quei giorni mi sono sembrati mesi, per certi aspetti, e sono stati troppo brevi, per altri. Silenzi improvvisi nei bar, sguardi mai mal interpreti, perché sono davvero ciò che pensi, ed il senso di abbandono ti portano a percepire un pericolo costante e terribile perché invisibile. La percezione che qualcosa stia per accadere, ma che potrebbe non accadere mai.

Che rapporto avete tu e Strabismi con la critica? Come credi che la critica possa nutrire la vostra attività?

Ho grande stima di alcuni, altri non capisco cosa facciano. Devo raccontarti una cosa accaduta qualche anno fa. Ero a Pistoia, al Centro Culturale Funaro e c’era questo incontro tra vari intellettuali, artisti e operatori. Ad un certo punto iniziarono a parlare di Franco Quadri. Credo fosse Sandro Lombardi, ma non ne sono sicuro, ad ogni modo è quel che disse che mi colpì. Lombardi (sempre se ricordo bene, ma facciamo finta di si) raccontò che agli inizi della carriera della sua compagnia, Quadri andava a seguire le loro prove, rimaneva in costante dialogo con gli artisti ed era per loro grande fonte di stimolo costruttivo che li portava continuamente a mettersi in discussione e a migliorarsi. C’è qualcuno che lo fa oggi? Credo che la critica possa aiutare la nostra realtà raccontando cosa facciamo, perché questo siamo, coi nostri pregi e difetti. Perché senza alcun dubbio, il critico che si fa tramite tra artista e spettatore permette a quest’ultimo di “ascoltare delle note” che altrimenti non avrebbe sentito.

A breve presenterete la stagione del Teatro Thesorieri. Lo farete all’insegna di quale visione artistica? 

Il nostro teatro fa una Stagione che alterna giovani proposte, anche umbre, ed artisti con carriere più longeve. Sinceramente ogni anno è un esperimento, nessuno mi ha insegnato a costruire una Stagione, cerco solo di trovare un equilibrio tra ciò che vorrei sempre portare e ciò che invece vuol vedere il pubblico del mio territorio. Siamo felicissimi di portare Leviedelfool e QuieOra Residenza Teatrale insieme a giovani danzatori dall’immenso talento come Mattia Maiotti e Debora Renzi. Una nota che mi piace sottolineare è l’ascolto del territorio. Qui a Cannara c’è una compagnia amatoriale, “La Rugante” che ho scelto di inserire in cartellone, perché per me non esiste un teatro di serie A e di serie B. Esiste un teatro fatto con coerenza ed impegno, ed uno fatto solo per l’ego, dunque malato e senz’anima. Questo per quel che riguarda la Stagione. A maggio, invece, vi aspettiamo con la VI° edizione di Strabismi Festival. Ma questa è un’altra storia.



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