Arti Performative Dialoghi

L’esperienza civile del teatro. La Compagnia Ragli si racconta

Chiara Nicolanti

Già dal suo debutto nel 2009 con lo spettacolo Ragli, la compagnia omonima si fa largo nella scena romana prima e nazionale poi, a suon di premi vinti e, soprattutto, di applausi. Così i tre fondatori, ragazzi provenienti dal Sud Italia, cominciano la loro esperienza artistica, che è, almeno per loro, sempre anche un’esperienza civile, […]

Già dal suo debutto nel 2009 con lo spettacolo Ragli, la compagnia omonima si fa largo nella scena romana prima e nazionale poi, a suon di premi vinti e, soprattutto, di applausi. Così i tre fondatori, ragazzi provenienti dal Sud Italia, cominciano la loro esperienza artistica, che è, almeno per loro, sempre anche un’esperienza civile, legata alla nostra Italia e alle piaghe che la deturpano: l’ossessione per il gioco d’azzardo (come nel loro laboratorio didattico Spegni la slot oppure l’esperimento sociale collettivo Slut Machine, nati a margine della riflessione sul proprio spettacolo Ficcasoldi); la sottomissione della donna, l’invisibilità dell’altro, del diverso, la mancanza di ascolto, il silenzio forzato di certe voci. E poi la mafia: la mafia che in questi anni di globalizzazione favorita dall’apparente libertà di un mondo virtuale e senza muri sembra essere un discorso lontano, sotterrato, ma che invece continua a corrodere le radici del nostro futuro (o almeno ci prova). Di questo e altro, abbiamo parlato con la Compagnia Ragli fondata Rosario Mastrota, Dalila Cozzolino e Andrea Cappadona.

 

I vostri spettacoli occupano uno spazio preciso nel panorama italiano, quello che potremmo definire teatro civile.

Perché questa scelta? Com’è che a un certo punto vi siete incontrati e, tra tutto il teatro possibile, avete deciso di fare questo teatro?

Per rispondere a questa domanda bisognerebbe capire bene cosa pensa la gente quando sente pronunciare l’espressione “teatro civile”. Non è niente di settoriale. Per noi teatro civile equivale a mettere in scena tematiche di attualità politica e sociale. Come da Aristofane a oggi hanno fatto e continuano a fare la maggior parte degli artisti di teatro. La nostra poetica riguarda l’uomo in quanto civis; quindi, non credo che facciamo qualcosa di originale, di unico o di nicchia. Certo, abbiamo sviluppato una trilogia sulla ‘ndrangheta e questo sicuramente fa di noi una compagnia “antimafia”, ma solo per senso di responsabilità.

Uno dei nostri primi spettacoli, Otello-sugarfree, raccontava la storia di cinque attori selezionati per mettere in scena Otello, diretti da un regista sadico e misterioso che non parlava mai e che li “costringeva” a recitare: le personalità degli attori venivano fuori tratteggiando chiaramente la dinamica shakespeariana tra competizione, gelosie, odio e la tragedia si compiva nella sala prove; L’imperatore, un altro nostro spettacolo del 2012, partiva da due testi di Harold Pinter e raccontava uno squarcio di vita in un presente ambiguo e malato, dove le donne prendevano il potere e il controllo del pianeta.

Quindi, per rispondere alla domanda, non lo abbiamo scelto, il nostro teatro è semplicemente “accaduto”.

Avete mai pensato di aver sbagliato? Non penso solo alla paura di ricevere intimidazioni, ma anche quella di fare un teatro “invisibile” come alcuni dei vostri personaggi?

Fare teatro per noi è un’esigenza, concreta: non ci sono paure o rammarichi, altrimenti la necessità stessa sarebbe difettosa. Più che “invisibili”, forse siamo riservati. Negli anni, il pubblico torna con piacere a vedere i nostri spettacoli e questo ci rende soddisfatti.

Le intimidazioni ci sono state, le abbiamo ignorate, e si sono stancati.  

«Devi essere pazzo per parlare di ‘ndrangheta, almeno in Calabria», così hai spiegato, Dalila, durante un’intervista un po’ di tempo fa. Che cosa significa girare l’Italia con spettacoli del genere? Quali sono le reazioni che più vi hanno sorpreso nel pubblico?

Dalila Cozzolino: Tutti sanno cos’è la ‘ndrangheta, ma pochi sanno che cosa significhi ricevere un’educazione ‘ndranghetista, devota all’omertà, al mutuo soccorso per l’illecito. Nello spettacolo L’Italia s’è desta raccontiamo di un piccolo paese, vittima e complice allo stesso tempo della ‘ndrangheta. E poi c’è la scema del paese, Carla, scema perché il suo paese ha deciso così, come ogni società che cinicamente definisce cosa è normale e cosa non lo è. Carla è in una posizione privilegiata però, è átopos e, in quanto fuori-luogo, può dire cose che altri non dicono. Le reazioni del pubblico sono diverse. C’è chi da subito vive empaticamente l’amara condizione di Carla, chi invece ride della sua sincerità. Una volta una signora tra il pubblico ha detto ad alta voce «Poverina, non le credono!».

Il pubblico del nord è più curioso. Quello del sud sa. E la consapevolezza è forte.

A questo proposito, i vostri spettacoli sono stati presentati anche nelle scuole, per quale motivo? Nei giovani italiani c’è la percezione di cosa sia la mafia in Italia?

Il nostro lavoro con gli studenti ha l’intenzione di sensibilizzare all’accettazione delle diversità, di fornire l’affresco per sviluppare uno sguardo critico sulle realtà intrise di mafia e di mostrare il lato malsano dei media quando diventano canali di spettacolarizzazione del dramma e della sfera privata e quotidiana, cancellando l’umanità della tragedia. E le reazioni sono sempre sconvolgenti, in maniera positiva, e in tutta Italia.

Rosario parla di “smitizzazione” della ‘ndrangheta, l’arma di cui avete scelto di servirvi è quella della derisione. Cosa significa ridere di qualcosa che incute ancora timore?

Rosario Mastrota: Ironizzare su certi aspetti o su alcune situazioni della vita è un compito arduo, difficile, estenuante, e raggiungere l’equilibrio giusto rende chiaro a tutti un determinato concetto. Non sempre ci riusciamo in maniera efficace, ma lavoriamo sodo per fare in modo che almeno ci possiamo andare vicino.

Smitizzare, invece, per gli spettacoli della trilogia, vuol dire rovesciare un punto di vista: i cattivi restano cattivi esempi e i buoni diventano eroi. Invece, a volte, soprattutto in TV, accade il contrario: questo è dannoso, a nostro avviso, perché i falsi miti o i miti sbagliati, possono creare delle concatenazioni di incitamento alla violenza, di falsificazione della realtà e di delinquenza dalle quali potrebbe essere impossibile tornare indietro.

Andiamo un po’ più sul tecnico: Rosario, come hai creato i tuoi personaggi? Come hai ricostruito quelli storici? Come procede la costruzione dei vostri spettacoli?

Rosario Mastrota: Le storie nascono dalla cronaca, dalla notizia, dall’informazione. Immagino delle situazioni e dei contesti, creo un contorno e, spesso, rendo il tutto grottesco. Il personaggio viene fuori dalla scrittura, su carta è delineato con chiarezza, perché adoro sentirlo vivo già nel testo; sul palcoscenico l’attore può (e deve) farne ciò che crede, farlo diventare, farlo essere, attaccarselo addosso o, viceversa, attaccarsi lui/lei al personaggio.

L’unico esempio di personaggio reale (Lea Garofalo ne La Bastarda. Una vita coraggiosa) all’inizio mi ha condizionato, ma per fortuna sono riuscito a immaginare cosa avrebbe potuto desiderare Lea in una vita diversa da quella che ha vissuto realmente. E la poesia, imprescindibile, è arrivata.

Dalila, come ti approcci ai personaggi? Segui sempre uno stesso iter nello studio del personaggio?

Dalila Cozzolino: Il ruolo lo vivo come un limite. Cerco di farmi attraversare dall’”infinità di doppi”, come dice Carmelo Bene. Non sono il personaggio, piuttosto, il personaggio è me. Lavoro molto sui dettagli che mi aiutano a stare oltre l’angusto limite del ruolo. Porto in scena il mio corpo e non posso prescindere da ciò. Cerco di portarlo creativamente in un gioco. Un gioco serio che faccio fino in fondo.

Per Carla (L’Italia s’è desta), Rosario e io abbiamo lavorato molto sul linguaggio. Come può parlare una donna-bambina che non è mai uscita dal suo paese? I pronomi sono stati importanti. Per Carla non c è mai un “noi”, ma solo un “io”. Carla è sempre sola ma tutti la indicano. E questo necessariamente determina un modo di stare e di parlare.

Il vostro linguaggio artistico funziona, e la prova l’avete avuta non solo dalla risposta del pubblico, ma anche dai tanti premi vinti. Qual è stata la soddisfazione più grande, in questi termini? E quale, invece, la “fatica” più grande?

In nove anni siamo riusciti a resistere (questa, la fatica) alle difficoltà del settore ma siamo cresciuti (ecco la soddisfazione), di numero, di numeri e di visibilità. A parte me, Dalila e Andrea, Compagnia Ragli è cresciuta grazie al contributo di Ettore Nasa, instancabile factotum, Marzia Nencioli, essenziale organizzatrice e attori, tecnici, consulenti e scenografi che hanno deciso di “ragliare” con noi: Mauro Conte, Laura Garofoli, Gregorio Calabrese, Francesco Figliomeni, Gianni Spezzano, Antonio Monsellato, Ernesto Orrico, Luigi Iacuzio, Marco Martini, Zelia Carbone, Erika Cofone, Dario Aggioli, Valeriano Solfiti, Carmine Rizzo, Paolo Tepatti, Giuseppe Ragone, Marlen Pizzo, Marco Usai, Marco Foscari, Mariangela Salvante, Barbara Caridi, Gianfranco De Franco, Paolo De Chiara, Gaetano Bonofiglio, l’Associazione daSud e sicuramente ne dimenticherò qualcuno.

Abbiamo incontrato tante belle persone nel nostro cammino e ci auguriamo di incontrarne sempre di più. Una cosa bella è tornare nei luoghi dove siamo già stati con altri spettacoli, è un attestato di stima, e ci piace.

Progetti futuri? Cosa chiama oggi il vostro palcoscenico?

Abbiamo presentato ad ottobre un primissimo studio del nuovo spettacolo (Tette – mastoplastica alimentare), a Cosenza, durante l’osservatorio critico nazionale Progetto More – Focus Calabria. Stiamo lavorando per presentare il lavoro a Roma dopo l’estate (se ci lasciano un teatro aperto!). Lo spettacolo è il risultato di uno sguardo sull’attuale dimensione estetica del cibo, sempre più in ascesa.

Inoltre, a brevissimo pubblicheremo un casting per alcuni provini in vista dello sviluppo di un mio ultimo testo.

Vi faremo sapere.



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