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“La radice tra infanzia e teatro è assoluta, evidente e fondativa”. Intervista a Chiara Lagani di Fanny & Alexander

Pietro Perelli

Il 21 febbraio è iniziata la nuova rassegna di Laminarie al DOM la cupola del Pilastro dal titolo Antidoti che, secondo il direttore artistico Febo del Zozzo, sono «ciò che ci è necessario affinché il vivere di ciascuno e di tutti non si risolva nel convenzionale, imposto dalle regole asfittiche dell’attuale assetto sociale». Ad aprire domani 3 marzo la sezione Femeie il palcoscenico è femmina della rassegna è Giallo di Chiara Lagani/Fanny & Alexander, che abbiamo raggiunto per un’intervista in cui ci racconta il suo rapporto con il palcoscenico e la relazione tra infanzia e teatro, tema anche al centro di un incontro che si terrà alle ore 20 tra le due repliche dello spettacolo (previste alle ore 19 e alle ore 21), condotto dalla giornalista e critica teatrale Agnese Doria di ‘Altre Velocità’.

Giallo. Foto di Enrico Fedrigoli

Antidoti è il titolo della rassegna organizzata da Laminarie a cui partecipi. Giallo, lo spettacolo che proponi, è antidoto verso cosa?

È innanzitutto un grande omaggio all’infanzia perché deriva da un’esperienza laboratoriale condotta con dei bambini delle scuole elementari sull’idea di educazione. Abbiamo realizzato un progetto dedicato a questo tema che si è sviluppato in due diversi spettacoli, Discorso giallo e Giallo. Il primo aveva al centro gli adulti infatti si trattava della corruzione del sistema dell’educazione italiano e della sua concezione. Ci riferivamo in particolare alla tele-educazione che dal maestro Manzi oggi arriva a Maria de Filippi. Il secondo invece si rivolge al bambino stesso per interrogarlo su cosa sia per lui essere educato ed educare. Che cosa significa incontrare qualcuno che non sa, che non conosce determinate regole sociali perché privo di informazioni e riuscire a trasmettergliele? L’escamotage è stato quello di ricreare un incontro con una creatura misteriosa dalle sembianze di un gorilla che i bambini devono educare. Loro devono trovare un contatto con questo essere che all’inizio li terrorizza, comprenderlo e istituire una relazione profonda. Per farlo si avvalgono di tutte quelle cose che hanno visto fare dagli adulti su di loro. Da qui iniziamo una riflessione su questo tema.
Se Discorso Giallo era uno spettacolo sulla tossicità degli adulti, sulla loro capacità di iniettarla in tutte le cose perdendo quel senso di purezza che un bambino conserva. Giallo cerca di mettere al centro i bambini e il loro sguardo puro quindi è antidoto in questo senso. Bisognerebbe sempre guardare uno spettacolo con gli occhi di un bambino.  

Al centro di questo spettacolo ci sono dei laboratori nelle scuole elementari di Parma e Ravenna. Come avete lavorato con questi bambini?

Il bambino vive in un ambiente che è già teatrale cioè fortemente strutturato ed entra in relazione con dei personaggi, con figure adulte che interpretano un ruolo esattamente come accade in uno spettacolo. Non ha una parte imparata a memoria e nessuno gli dice di fare o dire certe cose ma si trova a interagire direttamente in una situazione con una drammaturgia ben strutturata e, in questa dinamica, produce una performance che è teatro. Diventa suo malgrado personaggio. La dinamica teatrale assomiglia molto a quella del gioco, c’è un contratto di finzione, un recinto e dentro si muovono in assoluta libertà ma anche con grande rigore, perché a differenza dell’adulto il bambino considera il gioco una cosa molto seria.  
Io tutte le volte accoglievo un gruppetto di circa quindici bambini in una situazione narrativa che per me era fissa (prima raccontavo di quella del gorilla, ma ne abbiamo fatte altre). Prendevo, ad esempio, le sembianze di un Presidente del Consiglio che assomigliava un po’ a Berlusconi, e gli raccontavo delle dimissioni, e delle motivazioni che le avevano portate. I bambini seguendo un loro itinerario arrivavano a proporre quello che per loro giusto per la città o per il Paese. Naturalmente erano istanze molto elementari, ma allo stesso tempo fornivano indicazioni molto precise con cui anche una dinamica dialogica adulta poteva entrare in un rapporto dialettico interessante. Da qui nascono piccoli monologhi che si ritrovano nello spettacolo perché le voci dei bambini, previo consenso di insegnanti e genitori, venivano registrate.

Giallo. Foto di Enrico Fedrigoli

Questa scelta oltre ad avere un fondamento drammaturgico preciso è anche motivata dalla volontà di lasciare i bambini in una situazione di maggiore libertà invece che imbrigliarli su un palcoscenico?

Assolutamente sì, anche perché le voci sentite hanno come caratteristica proprio la naturalezza e poi  perché loro non sapendo di essere registrati si esprimevano in assoluta libertà. Proprio per questo escono fuori cose che se i bambini fossero posti in una situazione di spettacolarità più dichiarata sarebbero impossibili da realizzare. L’altra funzione è quella di far ricoprire agli adulti spettatori il ruolo di alunni. Io all’inizio faccio l’appello e rivolgo loro delle domande che vengono risposte da voci provenienti da dietro il pubblico attraverso un impianto audio appositamente contingentato. È quindi fondamentale che il bambino non sia in scena perché attraverso la sua assenza fisica e la sua presenza vocale diventa prefigurazione della parte bambina dell’adulto.

Tra le due repliche dello spettacolo avrai un incontro dal titolo Infanzia e teatro con Agnese Doria. Secondo te qual è il rapporto tra infanzia e teatro?

È un rapporto fondativo e originario. Nel momento in cui entriamo nel recinto del contratto teatrale è come quando da bambini dicevamo «facciamo che tu sei la regina e io il suo servitore». Da quel momento quella era la regola, una regola teatrale, drammaturgica. Il bambino la accoglie con una spontaneità assoluta e oscilla tra la consapevolezza di essere in una finzione e la fede in quella finzione con una naturalezza che l’adulto non conosce. In teatro lo spettatore ideale è il bambino perché è il più feroce, il più esigente ma anche il più dedito. Il teatro riporta ognuno di noi in quella condizione di estrema fiducia e abbandono, per cui penso che la radice tra infanzia e teatro sia assoluta, evidente e fondativa.

Tornando ad Antidoti che quest’anno è dedicata al rapporto tra donne e palcoscenico ti chiederei di parlarci di cosa significa per te questo rapporto.

Quando i ragazzi di Laminarie mi hanno chiesto di proporre una performance che avesse a che fare con il tema dell’antidoto, ma anche con quello del rapporto donna-palcoscenico, ho proposto Giallo perché per me ha una dimensione uterina. C’è una dimensione fortemente attenta all’atto di creazione originario che è culturalmente associato alla figura femminile. Il palcoscenico come organo generativo. Non ho l’atteggiamento, che a livello stereotipato si potrebbe definire maschile, di creazione autoriale super-imposta, ma accolgo moltissimi segni che mi vengono portati dagli attori, dai testi, dalle intuizioni registiche e sono testimone dell’alchimia che avviene. Per me questo è il rapporto con la scena. A questa tipologia di rapporto darei un’accezione femminile non perché non ci siano uomini in grado di farlo, ma perché nella matrice sessuale culturalmente definita ciò è assimilabile alla figura della donna.

 



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