Arti Performative Focus

“La bisbetica domata” o le leggi dell’attrazione

Renata Savo

Una Bisbetica domata molto bisbetica e poco “domata”, quella diretta da Andrea Chiodi, andata in scena al Teatro Vascello di Roma dal 19 al 24 marzo. Poco “domata” perché la grande novità di questo allestimento – ma non l’unica – di cui traduce e adatta il testo da Shakespeare Angela Demattè, consiste nella scelta di vedere che cosa accade a far innamorare Caterina, la protagonista del testo comico shakespeariano, e Petruccio, sperimentando l’attivazione sul palco di un perverso schema di relazione che ancora conosciamo bene in un’epoca, la nostra, di legami morbosi e carenze affettive, in cui chi “si prende” lo fa per provare a far combaciare i rispettivi lati duri del proprio carattere, mostrando senza timore quelle increspature comportamentali considerate intollerabili ai più. La bisbetica domata di Demattè/Chiodi, che è valsa a Tindaro Granata (nei panni della protagonista Caterina) una nomination tra i finalisti della categoria Miglior attore o performer ai Premi Ubu 2018, in pratica, è una donna che decide per se stessa, ribelle (e meno vittima) a un mondo che farebbe carte false, come certi arrampicatori sociali della commedia, per salire di livello all’interno di un dato sistema di valori.


Lo spettacolo si presenta come una sorta di sogno o vagheggiamento bucolico con un impianto narrativo circolare: un dipinto campeggia sullo sfondo nella prima scena e nel finale à la Inception di Christopher Nolan, dove si profila la possibilità che tutto ciò che è stato esposto sia stato il frutto di un’elucubrazione mentale, che la vicenda potrebbe stare lì per accadere di nuovo, nella realtà.

Tindaro Granata (Caterina) e Rocco Schira (Bianca)

Il grande merito, però, che la regia consegna alla critica sul testo di Shakespeare sta nell’aver contestualizzato i suoi valori morali intrinseci. Chiodi riduce infatti al minimo quell’urticante velo di misoginia che lo avvolgeva: non è Shakespeare misogino nella misura in cui la committenza del Cinquecento aveva bisogno di riconoscersi e di ridere dei suoi stessi comportamenti e vizi. Potrebbe trattarsi, in fondo, della parabola di un amore malsano; malsano, ma soltanto per l’ambiente circostante, mentre per chi lo vive, il rapporto è nient’altro che una partita da giocarsi bene. La Bisbetica domata diventa allora la storia universale di quegli uomini innamorati di donne scostanti, semplicemente non facili da conquistare, il cui amore, se ricambiato, potrà in seguito offrire devozione e affetto profondo. Tuttavia, sembra suggerire la regia di Chiodi, non si tratta soltanto di una questione di genere: ciò che vale per Petruccio, l’aitante Angelo Di Genio, dapprima attratto dalla dote della giovane e poi invaghito, vale lo stesso per la spigolosa e rude Caterina. Donne di natura molto pacata e amabile come la sorella Bianca – di cui è contraltare perfetto Rocco Schira – possono avere l’aspetto apparentemente austero, poco rassicurante o materno, di una drag queen e innamorarsi di un romantico e colto giovane dalla figura minuta. In questo magico e inaspettato gioco di attrazioni, il legame con la tradizione più antica, ovvero la presenza esclusiva di interpreti maschili a incarnare anche i ruoli femminili, rimanda, piuttosto, alla possibilità per le donne di essere “viste” e tenute in considerazione dalla società elisabettiana solo a patto di avere le palle nel senso figurato del termine, di coincidere, cioè, con quello stereotipo che l’uomo maschilista vorrebbe plasmare su di loro per rappresentare, quindi, il suo riflesso. Per fortuna, per “Cate”, qui, non è così. Sa di essere, interiormente, la compagna giusta per il suo Petruccio, e lui, forse, l’unico uomo in grado di starle accanto. La metamorfosi interiore di Caterina, finalmente integrata all’interno del nucleo sociale, avviene anche sul piano esteriore del costume: l’abito di velluto nero che copre i vivaci collant rossi, mossi e smossi come quella lunga gonna dentro cui Caterina-Granata inciampa teatralmente più volte per il desiderio latente di sentirsi sottomessa, appare, infine, regale ed esemplare agli occhi di quegli stessi uomini che la disprezzavano. Integrazione sottolineata dall’espediente brechtiano, necessario a distinguere i ruoli multipli assegnati ad alcuni attori, di mostrare il nome del personaggio e il numero individuale dietro le spalle di ciascun interprete. Interessante e limpida, quindi, la metafora del calcio, sport preferito dal “maschio alfa”, maschera sociale contemporanea che sciorina le proprie conquiste discettando di donne da domare e da possedere. La metafora viene richiamata anche dal tessuto verde acquamarina che ricopre il palco, visualizzato in modo analogo a un campo sportivo in cui ciascun giocatore cerca le sue strategie di azione e di corteggiamento.

È una relazione evidentemente sadomasochistica, quella tratteggiata dalla coppia Caterina-Petruccio. Tindaro Granata, perfettamente a suo agio nel ruolo e originale animale da palcoscenico (espressione abusata ma di certo adeguata a descrivere in toto una istrionica e felina bisbetica), risponde con chiara sintonia alle avanches di Petruccio-Angelo Di Genio, personaggio, quest’ultimo, a sua volta outsider e fuori dagli schemi, sorprendente nel suo carisma e appeal. Una messa in scena leggera, fresca, divertente, oltre che innovativa, e con un cast ben scelto, di abili attori. Una performance che fa luce – come mai prima per questa commedia – sulle ambiguità del femminile e di certi legami di ieri, oggi, domani; e sulla fragilità di quelle relazioni basate su interessi che non investono le qualità dell’individuo, producendo un’insoddisfazione reciproca all’interno della coppia, un biglietto di sola andata, per entrambi, verso l’infelicità.

 

LA BISBETICA DOMATA

da William Shakespeare
traduzione e adattamento Angela Demattè
regia Andrea Chiodi
con Tindaro Granata, Angelo Di Genio, Christian La Rosa, Igor Horvat, Rocco Schira
Massimiliano Zampetti, Walter Rizzuto, Ugo Fiore
scene Matteo Patrucco, costumi Ilaria Ariemme
musiche originali Zeno Gabaglio, disegno luci Marco Grisa
Tindaro Granata è stato tra i finalisti al Premio Ubu 2018
LuganoInScena, Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano, in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura



Una selezione delle notizie, delle recensioni, degli eventi da scenecontemporanee, direttamente sulla tua email. Iscriviti alla newsletter.

Autorizzo il trattamento dei dati personali Iscriviti