Arti Performative

Giusy Emanuela Iannone // Cesira Scognamiglio

Renata Savo

Giornali sparpagliati, scatole di cartone, bocce in vetro di dimensioni diverse, allineate, ordinate, sistemate con cura in bella mostra. A destra l’immagine di Sant’Antonio da Padova, dei lumini, un altarino kitsch, insomma, simbolo dal fascino tanto religioso quanto superstizioso. Immaginiamo un vicolo dei Quartieri Spagnoli a Napoli, o meglio, immaginiamo un mercato, delle bancarelle, un via vai di persone, il caos rumoroso di un affollato mercato all’aperto. Il potere del teatro ci racconta tutto questo, nell’attesa che la “femmina coi baffi”, tale Cesira Scognamiglio, “degli Scognamiglio di Montefiascone”, si presenti fiera al suo pubblico, ovvero a noi spettatori, che un po’ ci sentiamo la troupe televisiva giunta per intervistarla e un po’ i potenziali acquirenti della sua merce: pesciolini rossi, che non vediamo, ma li immaginiamo, appunto. E così, sul palco della Sala Specchi del Teatro Studio Uno di Roma, dove Cesira Scognamigliotratto da Le tre verità di Cesira di Manlio Santanelli, è andato in scena dal 10 al 13 gennaio, Giusy Emanuela Iannone, con i baffi disegnati sulle labbra, è perfettamente a suo agio. E noi con lei.

Confessa alla troupe immaginaria di aver già fatto altri servizi televisivi, per il Tg 1 e il Tg 2, e tra una verità e l’altra che dovrebbe rivelare il lato oscuro della sua vita di donna baffuta e non sempre piaciuta, ci trascina con la sua autoironia, maneggiando bocce di vetro come fossero desideri, abituata alle telecamere e già consapevole dei tempi a disposizione dei giornalisti, perché da tempo diventata un fenomeno da baraccone grazie alla sua capacità di intrattenimento, né ricercata né studiata; piuttosto, indottrinata dall’esperienza casalinga di telespettatrice e scoperta per caso, a causa di quella strana peluria situata nel posto sbagliato.

Iannone si era già distinta con un estratto da questo monologo nel 2015, quando giovanissima era arrivata finalista a Milano, al Premio Hystrio alla Vocazione. Vulcanica, perfettamente inquadrata, spigliata, dotata di un ottimo senso ironico e di grande capacità di ascolto del suo pubblico – qualità, quest’ultima, che la rende senz’altro all’altezza del difficile ruolo di regista di se stessa – Iannone non ha mancato alla promessa di portare a forma compiuta questo testo in cui comico e tragico si alternano come pennellate improvvise dentro il quadro di un’esistenza socialmente svantaggiata. Perché le tre verità di Cesira, con il semplice pretesto del sondare il mistero di un paio di baffi su un viso d’angelo, spiegano forse soprattutto questo, in una sorta di autoritratto femminile, che assume in modo sempre più marcato le tonalità scure di un dramma umano e sociale: che cosa significhi essere donna in un mondo in cui i maschi sono predatori violenti e senza scrupoli. Nel finale, da brividi, Iannone dà il meglio di sé: non incarna, è Cesira. Con ogni fibra del suo corpo, sente la corsa, l’affanno della ragazzina adolescente inseguita dal carro armato alla fine della seconda guerra mondiale. La memoria la possiede, gli occhi s’illuminano, le energie telluriche proprie dell’interprete dirompono dal cuore all’epidermide fino ad attivare un processo irreversibile di totale e dolorosa immedesimazione empatica con il personaggio, salvato da un miracolo…

Dopo Roma, lo spettacolo andrà in scena il 7 marzo al Teatro TRAM di Napoli e il 27 e il 28 aprile presso la Bottega del Sottoscala di San Michele di Serino (AV), nell’ambito della rassegna (R)Esistiamo.

 

Immagine di copertina: foto di Valeria Scorza



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