Musica

Zona Bianca #5 // Corrado Beldì, Novara Jazz

Maria Ponticelli

Teatri e cinema hanno recentemente riaperto, in seguito alle limitazioni che hanno voluto il Paese diviso in zone diverse in base al livello di contagio per tutto l’Autunno. Seppur è visibile in questo momento forse una luce “bianca” in fondo al tunnel, proprio come le zone a bassissimo rischio di contagio, l’Estate che verrà ci metterà comunque di fronte ad ostacoli e limitazioni alla “normale” fruizione degli eventi dal vivo. Nel frattempo, “Scene Contemporanee” dedica spazio, per la rubrica “Zona Bianca”, a stati d’animo, proposte e interventi di alcuni operatori culturali durante questo momento storico di grande incertezza, sentendo il loro parere.
Dopo Mario Gelardi del Nuovo Teatro Sanità, dopo Francesco Chiantese di Accademia Minima,  dopo Federica Fracassi del Teatro i, e dopo Vincenzo Albano di Erre Teatro, rivolgiamo la nostra attenzione alla musica dal vivo, in una serie di interviste che troveranno spazio sulla nostra pagina nei prossimi giorni. Ad inaugurare questo nuovo ciclo di interviste è Corrado Beldì, direttore artistico di Novara Jazz, manifestazione storica del panorama musicale italiano, che si è sempre distinta negli anni per qualità ed innovazione, e che proprio in questi giorni si sta svolgendo in un periodo così complesso.

A poco più di un anno dalla notizia dell’ingresso del covid-19 nel nostro Paese è possibile affermare che numerosi sono stati i cambiamenti in ambito sociale, riferendoci con essi soprattutto alle questioni che compongono l’esoscheletro della società: istruzione e lavoro.
Relativamente a quest’ultimo, ad oggi si registra la chiusura di diverse attività produttive, mentre altre versano in uno stato comatoso senza che se ne riesca ad intravedere la fine. In quest’ultimo gruppo è possibile purtroppo collocare il mondo della cultura e dello spettacolo dal vivo con numerose produzioni ferme.
Alla luce di tutto ciò, com’è cambiato il lavoro degli operatori dello spettacolo, ed in particolare, com’è cambiato il suo?

Ogni crisi, anche questa, porta in sé grandi trasformazioni e possibili opportunità. La pandemia ha portato un’accelerazione in fase digitale, anche nello spettacolo dal vivo. A questo proposito la nostra realtà ha investito in attrezzature e nuove tecnologie per riprendere e trasmettere concerti in streaming, consapevoli che un video non può sostituire l’esperienza della performance dal vivo, proveremo a trasformare questo cambiamento in opportunità. Gli investimenti in istruzione e digitalizzazione annunciati dal presidente del consiglio Mario Draghi sono anch’essi una grande occasione per avvicinare l’Italia all’Europa.

Quanto e cosa toglie alla musica la mancata possibilità di organizzare eventi dal vivo? 

Allontanare il pubblico significa privarlo di quel contatto con la performance dal vivo che è molto importante per realtà come le nostre, dove l’artista con la sua corporalità, con gli aspetti improvvisativi, spesso impegnato in performance musicali anche al di fuori dei luoghi deputati, è tutt’uno con l’ambiente, con l’architettura, condivide il suo respiro col pubblico, trae nuova linfa dalla presenza di chi lo osserva. Questi aspetti non sono sostituibili e rendono il nostro mondo, finché non torneremo ad una nuova normalità (inevitabilmente diversa dalla precedente) molto più insipido del passato.

Cosa pensa dell’esperimento condotto a Barcellona, dov’è stato organizzato un concerto che ha ospitato circa cinquemila persone precedentemente sottoposte a tampone?Pensa che sia posibile anche nel nostro Paese?

Andiamo verso un’epoca in cui saranno sempre più disponibili ed economici test rapidi, probabilmente ci dovremmo vaccinare con maggiore frequenza, forse i vaccini potranno essere somministrati attraverso polveri solubili in acqua, credo insomma che andremo verso un’epoca in cui ci sarà un sempre maggiore bisogno di sentirsi in sicurezza e che dunque dovremmo tutti investire risorse per garantire al pubblico un’esperienza artistica rilassata e concentrata come in passato.

Pensa che una volta conclusa l’emergenza sanitaria sarà possibile tornare del tutto a vivere la musica come un tempo? 

Non credo in un ritorno al passato, non si torna mai indietro, il mondo si è sempre evoluto, il modo di percepire e vivere la musica negli ultimi 10 anni, con l’avvento dei social, non è uguale alla modalità di fruizione degli anni precedenti, che non erano uguali alla stagione delle rivolte giovanili che a sua volta  è stata molto diversa dal tempo dei teatri e delle corti. Ogni epoca tuttavia porta nuovi talenti creativi, diverse modalità di aggregazione e innovazioni, credo che viviamo un tempo molto interessante e sia bello viverlo anche con la curiosità di chi sta vivendo questa accelerazione con la curiosità di entrare in un’epoca nuova.

Pare sia presumibile che la stagione estiva possa recare un momento di tregua all’attuale situazione e consentire quindi il ritorno di qualche evento live seppur limitato ad un pubblico strettamente contingentato. Ciò non toglie però che vi sia stato un lungo periodo di assenza di qualsiasi forma di aggregazione intorno ad eventi culturali live e che altri potrebbero essercene, anche tenuto conto delle possibili varianti del virus e della lentezza della campagna vaccinale nel nostro Paese. Quali pensa possano essere le conseguenze psicologiche, in particolare sulle giovani generazioni, di questo depauperamento sociale e culturale?

Pur nel contesto di quanto ho espresso prima, credo che noi tutti, operatori del mondo dello spettacolo dal vivo, dovremo combattere con armi nuove, per combattere la pigrizia di chi per molti mesi si è abituato a vivere solo di smartphone e di immagini web. Solo se sapremo vincere questa battaglia le nostre istituzioni culturali sopravviveranno, altrimenti ne verranno delle nuove, figlie di un’epoca che senz’altro non sarà come la precedente.



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