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“Il ‘teatro ragazzi’ non è un teatro minore”. Intervista alla compagnia Tam Teatromusica

Renata Savo

Fondata nel 1980 da Michele Sambin, Pierangela Allegro e Laurent Dupont, originaria di Padova, la compagnia Tam Teatromusica lavora sull’ibridazione tra linguaggi diversi, dalla musica all’arte visiva, concentrando gli interessi della sua ricerca artistica sulla sinestesia procurata dalla commistione tra codici espressivi che passano attraverso il teatro. Un percorso che continua ancora oggi dopo quasi quarant’anni di attività nel dialogo con le successive generazioni Tam (Flavia Bussolotto e Alessandro Martinello), e che si rigenera attraverso la relazione con le nuove tecnologie in particolare digitali, in una sorta di “neo-artigianato tecnologico”. Da anni la compagnia porta avanti una sua originale ricerca nell’ambito del cosiddetto “teatro ragazzi”, genere su cui proprio lo scorso 13 febbraio il critico Renzo Francabandera (‘PAC – PaneAcquaCulture’) ha sollevato una questione – accanto a una proposta – inerente agli steccati della sua definizione: «Ci sono categorie e definizioni che nell’arte occorre abolire. Che non definiscono una corrente artistica, una modalità di espressione, una forma del pensiero, ma che segmentano, pretendendo di individuare chi debba esserne beneficiato o interessato […] Lo dico per amor di teatro: Basta Teatro Ragazzi! Basta con gli steccati anche solo nominalistici. Le parole contano. Poi, sia chiaro, Accessibile è una proposta per aprire il dibattito».
Di Teatro Accessibile e altro abbiamo parlato con la compagnia Tam Teatromusica, di recente passata nella capitale con due spettacoli, Picablo e Anima Blu, rispettivamente andati in scena al Teatro Mongiovino e alla Centrale Preneste.

“Picablo”, le foto – anche l’immagine di copertina – sono di Claudia Fabris

Quali qualità ha un linguaggio sospeso tra immagine e suono, e come fa a diventare “teatro”?

È un linguaggio che tiene in equilibrio gli elementi visivi, sonori e gestuali, sottoponendoli alle stesse regole compositive, alla ricerca di un’essenzialità espressiva, che non vuole descrivere stati d’animo, ma provocarli. È un linguaggio simbolico, fatto di segni non psicologici, essenziali, semplici, emblematici, che contengono una profonda relazione con il mondo reale, poiché lo ricreano, senza mai descriverlo. Il risultato è un teatro “sincronico” dove immagine, suono, luce, parola, corpo vengono scritti nello stesso momento all’interno di un linguaggio unitario e contribuiscono tutti insieme alla comunicazione con lo spettatore. Tam Teatromusica lo coltiva da sempre, dalle prime sperimentazioni degli anni ’80 e la sua lunga ricerca ha contribuito in questi anni ad allargare i confini di ciò che viene considerato teatro, spostando in avanti i limiti di narrazione, drammaturgia e regia.

Quali caratteristiche non dovrebbero secondo voi mancare in uno spettacolo di teatro ragazzi?

Non dovrebbe mancare la capacità di stupire e di far vivere un’esperienza estetica allo spettatore. Questo vale sempre, non esclusivamente per uno spettacolo di teatro ragazzi. Quando poi ci rivolgiamo all’infanzia dobbiamo essere consapevoli che la visione di uno spettacolo teatrale rappresenta per il bambino un’immersione sensoriale totale, un’esperienza estetica, appunto, nel senso etimologico del termine di “percepire con i sensi”. E allora penso che il rigore creativo da parte dell’artista debba essere assoluto. Il teatro ragazzi non è un teatro minore, anzi a noi piace perché permette o addirittura legittima la totale libertà di gioco creativo e di immaginazione. Quello che a noi è sempre interessato è l’attitudine all’esplorazione e alla ricerca che caratterizza l’infanzia e questo è senz’altro il punto di contatto con quel mondo. Ma è importante che la ricerca sia seria e portata fino in fondo, con rigore, senza lasciare nulla al caso, solo così si rispetta lo spettatore bambino. E probabilmente così si creano anche le basi per una condivisione della visione di uno spettacolo tra bambino e adulto. Quel rigore parla al bambino come all’adulto, in modi diversi, e permette a entrambi di godere soggettivamente di uno spettacolo come di qualcosa che si rivolge proprio a lui.

Ultimamente Renzo Francabandera si è espresso “contro” il teatro ragazzi, perché parlare di “teatro ragazzi” costringe a considerare certe forme di spettacolo come qualcosa di separato, persino inferiore, dal teatro per tutti, come se esistesse un… “teatro per adulti”: «Questa locuzione ha creato una partizione che pretende di individuare già a monte i fruitori». Qual è la vostra posizione in merito? E’ più importante continuare a chiamare le cose con un nome tale da orientare le scelte del pubblico oppure diventa più fuorviante, perché porta all’esclusione di altri tipi di pubblico?

Siamo perfettamente d’accordo con Renzo Francabandera. Crediamo che il teatro debba essere un’esperienza intensa, in grado di rivolgersi a tutti. Le divisioni settarie sono sempre riduttive e banalizzanti. Quando Tam crea spettacoli destinati ai piccoli spettatori non dimentica gli adulti che li accompagnano a teatro. È importante, secondo noi, che l’adulto non sia semplicemente “al servizio” del bambino, che non sia soggetto escluso, ma che possa vivere il piacere della visione insieme al bambino in un momento intenso di condivisione, e questo può accadere solo se lo spettacolo è in grado di rivolgersi anche a lui. Il nostro modo di considerare il teatro per l’infanzia è sempre stato intergenerazionale e i nostri linguaggi artistici permettono sia al bambino che all’adulto di entrare in relazione con la creazione sulla base della propria esperienza di vita, di conoscenze, di età. Sono i linguaggi a essere universali e a favorire una partecipazione attiva dello spettatore di qualsiasi età. I nostri spettacoli dedicati all’infanzia (anche quelli per la prima infanzia, cioè per bambini dai 18 mesi ai 5 anni) sono intrinsecamente capaci di dialogare con la sensibilità degli adulti. Per questo possono essere goduti anche dagli adulti senza la presenza dei bambini. Questo modo di pensare al teatro per l’infanzia – che condividiamo con Antonio Panzuto, Rosanna Sfragara, David Conati – è un elemento identitario degli artisti Tam, ma anche di quelli della Bottega d’Arte che Tam ha creato nel 2015 per promuovere la ricerca di qualità. 

“Anima Blu”, foto di Claudia Fabris

Spettacoli come Anima Blu e Picablo approcciano l’arte di Chagall e di Picasso. Che cosa significa per voi avvicinare un pubblico che non ha mai sentito parlare dei due artisti? C’è un valore didascalico dietro questa scelta, dunque, di conoscenza dell’arte, oppure v’è la necessità di far ri-scoprire il valore dell’arte e di alcune immagini a prescindere dal fatto che esse siano state precedentemente riconosciute come “arte”?

Non c’è di certo un valore didascalico, al contrario. Il racconto che ne nasce ne La trilogia della Pittura in Scena (Anima Blu, Picablo, verso Klee) è una forma di narrazione aperta, che non ha la necessità di informare, né veicola un messaggio unico e uguale per tutti, ma chiede a ogni singolo spettatore, adulto o bambino, di essere autore della propria visione.

Siamo convinti che siano Chagall, Picasso, Klee, Kandinskij (gli altri 2 artisti a cui abbiamo dedicato la nostra ricerca) a essere comunicativi per l’infanzia, proprio perché artisti “rivoluzionari”, che hanno affermato il diritto alla libertà creativa. I bambini hanno in comune con loro la capacità di inventare mondi, spinti da una necessità puramente espressiva. Questo per noi è il valore (e forse anche la nostra rivendicazione) e questo è anche quello che vogliamo offrire all’adulto, spettatore dei nostri spettacoli. È un invito a lasciarsi andare a un’esperienza estetica, senza domandarsi “perché”, poco importa se gli artisti siano conosciuti o se non si sappia nulla della loro vita e delle loro dichiarazioni artistiche. Le opere d’arte parlano a chiunque le guardi, il loro significato – sempre misterioso – sta ogni volta nello sguardo di un bambino, come in quello di un adulto. I nostri spettacoli dedicati a questi grandi artisti del ‘900 sono un omaggio alla loro genialità e un invito agli spettatori perché siano pronti a viaggiare dentro un racconto per immagini, dove le visioni d’artista arrivano con tutta la loro bellezza. E chissà che poi la visione dello spettacolo non lasci nello spettatore la voglia di ritrovare le opere d’arte di quell’artista, di saperne di più.

 

Per approfondimenti sullo stesso tema, proponiamo anche le seguenti interviste:

Sulla necessità di guardare il teatro con occhi infantili: la parola a Mario Bianchi, a cura di Renata Savo
Dewey Dell: dieci anni tra danza e sperimentazione sonora. Intervista a Teodora Castellucci, a cura di Franco Cappuccio
Una “Butterfly” a misura di bambino: intervista a Massimo Conti di Kinkaleri, a cura di Valentina Crosetto

 

 



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