Editoriali "Libri"

Dellamorte dellacritica (parte I)

Francesca Fichera

Dal cinema alla letteratura, si urla alla morte dei critici. Ma in realtà sono solo cambiati (e cresciuti di numero).

 

Su Le parole e le cose parla – tradotto – Martin Amis, a proposito di critica, talento e democratizzazione. Cioè: niente di nuovo. Lui, saggista e studioso noto anche per i suoi romanzi, decreta che la letteratura è materia “accessibile” (nel suo linguaggio, nel suo codice), al contrario del greco o della chimica, e per tal ragione destinata ad essere democratizzata. Dice anche che un libro, per quanto possa essere mediocre, ha sempre del lavoro dietro, e condanna il livore dei vecchi criticoni dal bavero alto, perché con le loro stroncature non fanno altro che “giocare a fare i giovani”. Infine, propone il suo metodo definendolo l’unica vera arma a disposizione di chi fa critica o ci prova: la citazione. Grazie a quella, qualsiasi discorso de rerum letteratura smetterà di apparire aria fritta e acquisirà inconfutabile evidenza scientifica: il testo starà al critico – tale o presunto – come il corpo al medico durante la sua lezione di anatomia.

È solo apparente il paradosso di una società da social, luogo di diffusione e produzione di testi per antonomasia, letterari e non, avvezza a troll e insulti da tastiera, che sia così tanto terrorizzata dalla critica e le sue stroncature – perché il disprezzo per la categoria non ha tempo, checché ne dicano le memorie corte – al punto da dichiararla morta. Non lo è, invece, quello che ha per protagonisti critici ostili alla categoria stessa cui appartengono. In entrambi i casi il punto, o uno dei tanti, sta nel narcisismo: la democratizzazione, che ha condotto all’inflazione, ha massificato anche e innanzitutto la possibilità di una ribalta, di un pulpito. E di salire di livello. Perché quel “voglio di più” alla base di tutto, a partire dalle fondamenta del sistema produttivo, ha investito – com’era logico e per certi versi giusto che fosse – anche le gerarchie professionali, slabbrandone i confini. E dopo che qualcuno hai detto “tu puoi tutto”, in nessun modo (e in nessun mondo) sarà possibile rimangiarsi la parola, revocare il diritto. Pure perché, ed è un dato di fatto, non serve davvero altro a parte una tastiera, un blog e la convinzione di sé – oltre al libro, naturalmente il libro; ma anche soltanto due pagine bastano.

Quindi, in vena di ripetizioni, ripetiamo ancora: bisogna relativizzare. E a questo una citazione serve quel tanto che basta. Perché come per il greco e le reazioni chimiche, al di là delle peculiarità d’accesso, anche per la critica vale lo stesso codice: la preparazione. Lo studio, l’aggiornamento profondo, costante, infinito. Senza metodi, né critici, che possano dirsi più legittimi e funzionanti di altri, chiudendo il cerchio del narcisismo di cui sopra. Un metodo ottimo – e cioè verificato dal Tempo – sta nel confrontare tutti i metodi possibili; anche quelli falliti o fallibili. Altrimenti si sta qui a dire che la critica è morta soltanto per poter dire “ma io no”. E invece di critici, mai come adesso, è pieno il mondo. Ma, com’è sempre stato, esistono quelli bravi accanto a coloro che non lo sono. La differenza? Sta nel modo in cui, di un testo – che sia una citazione o meno – si sa restituire una versione. Che se attua una trasformazione interiore compie quello che della critica è uno dei compiti più alti; se spinge solo a comprare, ma non a convincersi, ha fatto comunque il suo lavoro. E se sa solo dire è bello o è brutto convince, sì; ma non rimane.

Nella critica, forse di più che altrove, spesa e guadagno si equivalgono, e il risultato pesa quanto ciò che l’ha creato.



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